TRA LA PAROLA POETICA E LA MUSICA- Sergio Pasquandrea: Il bambino, la rosa e la stella al contrario

gillian hunter

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Nel 1969, il compositore Astor Piazzolla e il poeta Horacio Ferrer erano a cena in uno dei tanti ristoranti che costellavano, e ancora costellano, Avenida Corrientes, il centro della vita notturna di Buenos Aires. Era il “Bachín”, un boliche – noi diremmo: un night-club – che all’epoca si trovava dove oggi c’è il Paseo La Plaza (c’è tuttora, nello stesso posto, un ristorante che porta quel nome, ma non è più l’originale, abbattuto negli anni Ottanta).

Lì conobbero un ragazzino di undici anni che, per portare a casa qualche soldo, girava tra i tavoli vendendo fiori. Si chiamava Pablo Alberto González. Il contrasto tra i clienti che mangiavano sazi e soddisfatti ai tavoli e la povertà del bambino ispirò Ferrer a comporre un testo, che intitolò Chiquilín de Bachín (il bambino di Bachín. 

Piazzolla lo mise in musica e lo fece uscire quell’anno stesso, nell’interpretazione della cantante Amelita Baltar.

Così lo stesso Pablo Alberto raccontò l’incontro nel 1970, intervistato da una rivista intitolata  Siete Días:

Sono l’unico dei miei fratelli che lavora, perché loro sono troppo piccoli. Anche mia mamma lavora: fa le pulizie nei bar. […]
Sapevi che Piazzolla e Ferrer ti stavano facendo una canzone?
Sì, perché la notte che li conobbi al Bachín mi dissero che ero un ragazzo simpatico e che mi avrebbero fatto un tango, però dovevo continuare a comportarmi bene. Poi il tango lo inaugurarono a casa mia. Quella notte portarono torte e bibite. Fecero una festa grandissima, mia mamma preparò e addobbò tutta la casa per quando arrivarono. Poi lo suonarono al teatro Regina e ci invitarono anche lì. Quella notte cantai diverse canzoni e il pubblico mi applaudì molto.
Ti piace Chiquilín de Bachín?
Mi piace molto. La parte più bella è dove dice: “Angioletto faccia sporca e vende fiori nel boliche de Bachín, sparami con tre rose la tua fame che non ho capito”.
Capisci che cosa significa?
No, però mi piace lo stesso. […] A volte la gente mi riconosce, mi dice: “Chau, chiquilín de Bachín“.

Piazzolla compose un malinconico valzer per il testo di Ferrer, costellato di metafore che esprimono il dolore del bambino povero. Per me la più bella – e che mi ha spinto a proporvi il brano come strenna natalizia – è quella dei “tre re gatti”: tre gattacci di strada, unici compagni del bambino, tre strani Re Magi che non gli portano regali, ma anzi gli rubano le scarpe, lasciandogli soltanto una “stella [cometa] al contrario”.

È un messaggio natalizio, questo? Secondo me sì, perché Natale non è solo donare e ricevere, ma soprattutto ricordarsi di chi i doni non li fa né li riceve.

Scusate per il moralismo spicciolo, adesso lascio spazio al capolavoro di Piazzolla e Ferrer, che vi propongo nell’interpretazione tesa ed essenziale del grandissimo cantante Roberto Goyeneche, accompagnato dal quintetto di Piazzolla.

Buon ascolto.

Sergio Pasquandrea

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Nella notte, facce sporche
di angioletto con i blue-jeans
vende rose ai tavoli
del
boliche de Bachín
Se la luna brilla
sopra la grigliata
mangia luna e pan di fuliggine.

Ogni giorno nella sua tristezza
che non desidera l’alba

lo risveglia un sei di gennaio
con la stella al contrario
e tre re gatti
gli rubano le scarpe
una sinistra e l’altra pure

Ragazzino
dammi un ramo di voce
così esco a vendere
la mia vergogna in fiore
sparami con tre rose che mi facciano male
per la tua fame che non ho capito
ragazzino

Quando il sole mette ai bambini

i grembiuli per imparare
lui impara quanto zero
gli mancava per sapere
e guarda sua madre
che gira e rigira
ma non vuole vederla

Ogni giorno nell’immondizia
con un pane e un tagliolino
si fabbrica un aquilone
per andarsene ma resta lì
è un uomo strano
un bimbo di mille anni
a cui dentro manca il filo

Ragazzino
dammi un ramo di voce
così esco a vendere
la mia vergogna in fiore
sparami con tre rose che mi facciano male
per la tua fame che non ho capito
ragazzino

.

 

 

 

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