TRA I VELI DI ISIDE: ALCUNE RIFLESSIONI SULLA NATURA- di Lucia Guidorizzi

antonio corradini-la dama velata

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Mai come in questi tempi in cui infuriano le polemiche sull’ambientalismo e sulle mutazioni climatiche necessita una riflessione sull’essenza e il significato di Natura che esuli da facili sentimentalismi, agguerriti integralismi o spregiudicati menefreghismi legati ad una ormai superata logica del profitto e della produzione.
L’uomo nei confronti della Natura ha sempre tenuto un atteggiamento ambivalente e contraddittorio: se da un lato ha tentato di assoggettarla e di sottometterla, ostentando una hybris prometeica, dall’altro l’ha celebrata come Grande Madre generatrice di vita o nostalgicamente vagheggiata come un amore perduto, collocando il suo momento di massimo splendore in una leggendaria Età dell’Oro corrispondente all’infanzia dell’umanità.
Il rapporto tra uomo e Natura non è mai stato semplice e richiede una serie di considerazioni che ci permettono di ripercorrere la storia di questa relazione controversa  dal mondo antico fino alla contemporaneità. 
Il bellissimo libro di Pierre Hadot  “Il velo di Iside. Storia dell’idea di natura”, Einaudi 2006, ci offre l’occasione di ripensare ad alcuni passaggi fondamentali che spesso vengono trascurati e banalizzati dal pensiero comune. Dovrebbe essere un libro da studiare a scuola, per permettere una comprensione ed una conoscenza che il significato di Natura  riveste nel senso più profondo del termine, fuori dalle facili mode ed ostentazioni.
La Natura spesso viene sfidata dall’uomo che ne vuole svelare i segreti e piegarla alle sue esigenze, nonostante il filosofo greco Eraclito affermi che “La Natura ama nascondersi”.
L’atteggiamento dell’uomo nei suoi confronti oscilla tra il prometeico e l’orfico: se da una parte si desidera aggiogarla e sottometterla, dall’altra se ne celebra la dimensione artistica e sacrale, poetica e misterica.
Già nell’antichità si pensava che il Poeta fosse il vero interprete della Natura e che la Natura fosse un libro da sfogliare, una sorta di poema le cui cifre sono enigmi che solo l’iniziato è in grado di interpretare. Questa immagine della Natura Libro e Tempio ritorna nella famosissima poesia “Corrispondenze” di Charles Baudelaire

La Natura è un tempio dove incerte parole mormorano pilastri che sono vivi,
una foresta di simboli che l’uomo
attraversa nei raggi dei loro sguardi familiari.

Come echi che a lungo e da lontano
tendono a un’unità profonda e buia
grande come le tenebre o la luce
i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.

Profumi freschi come la pelle d’un bambino
vellutati come l’oboe e verdi come i prati,
altri d’una corrotta, trionfante ricchezza

che tende a propagarsi senza fine- così
l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino
a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.

Anche Kant sosteneva il simbolismo delle forme viventi e Goethe affermava che la metamorfosi delle forme altro non fosse che la scrittura sacra di Iside, dea egizia in cui spesso si identifica la Natura stessa. La scrittura geroglifica della Natura si accorda con la sinfonia dell’universo e va intesa non in forma discorsiva, ma disegnata. Se la scrittura cifrata delle forme viventi è il linguaggio dello Spirito, la Natura è lo spirito ancora inconsapevole si sé.
Ma qual è l’iconografia che rappresenta più frequentemente l’immagine della Natura? Essa compare nel mondo greco ed asiatico come l’Artemide polymastos, colei che nutre col suo latte celeste tutte le creature viventi o come Iside, coperta da un velo. Voler violare i segreti della Natura, costringendola a svelarsi, è un sacrilegio gravido di terribili conseguenze. Il mistero va taciuto ed accolto nella sua indicibilità.
Si dice che su quella che era considerata la tomba di Iside, a Menfi, era stata eretta una statua ricoperta da un velo nero e alla base della statua stava incisa questa iscrizione: “Io sono ciò che fu, ciò che è, ciò che sarà e nessun mortale ha ancora osato sollevare il mio velo.”
Per comprendere meglio il valore ed il significato della Natura stessa, si può considerare anche la figura di Matelda presente nella Divina Commedia.
Dante, nel XXVIII Canto del Purgatorio, giunge nel Paradiso Terrestre, situato in cima al colle del Purgatorio. Questo luogo dovrebbe essere disabitato dai tempi della cacciata di Adamo ed Eva, e invece, appena entrato nel giardino, al di là del fiume Lete, scorge una bella e giovane donna che passeggia cantando e raccogliendo fiori. Dante la apostrofa con inusitata galanteria, paragonando la sua bellezza a quella di Proserpina quando viene sorpresa e rapita da Plutone e la prega di avvicinarsi.
Chi è questa figura di donna che compare nel Paradiso Terrestre? Matelda, unica abitante permanente del Giardino dell’Eden, è una delle figure più enigmatiche presenti nella Divina Commedia e forse adombra la Natura stessa nella sua grazia e nella sua bellezza inviolate.

e là m’apparve, sì com’ elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,

una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’ era pinta tutta la sua via.

«Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,

vegnati in voglia di trarreti avanti»,
diss’ io a lei, «verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.

Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera».

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pidurangala rock- sri lanka

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Dante incontra Matelda nell’hortus conclusus dell’Eden, la cui foresta spessa e viva emana profumi e fragranze e che si contrappone alla selva oscura in cui si era perduto all’inizio del suo viaggio. Matelda, sorridendo con grazia, spiega a Dante le condizioni climatiche, la flora e la fauna presenti nel Paradiso Terrestre e come questo corrisponda all’Età dell’Oro che i poeti di ogni tempo hanno immaginato con la loro fantasia.
Tornando al bellissimo libro di Pierre Hadot, l’autore sottolinea l’importanza di riconoscere e rispettare la sacralità del mistero della Natura stessa e conclude il suo affascinante viaggio intorno all’idea di Natura con le seguenti considerazioni: la Natura è Arte e l’Arte è Natura poiché l’arte umana non è che un prolungamento dell’arte della Natura perciò non esiste contrapposizione in quanto l’uomo fa parte della Natura stessa e chiude il libro con due citazioni, una di Holderlin “Fare tutt’uno con le cose vive, ritornare, con un radioso oblio di sé, nel Tutto della Natura” e l’altra di Nietzsche “Andare al di là di me e di te. Sentire in modo cosmico.”
Forse, amare la Natura non significa altro che rispettarne il mistero che trascende ogni angusta individualità, come del resto avviene per la poesia e per ogni forma di creazione artistica.

Lucia Guidorizzi

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Note sull’autore

Pierre Hadot (Parigi 1922- Orsay 2010), studioso del pensiero greco e del neoplatonismo, è stato direttore dell’École pratique des hautes études dal 1964 al 1986 ed ha ricoperto dal 1982, della cattedra di storia greca e filosofia classica presso il Collège de France. Hadot,è stato uno tra i più grandi studiosi contemporanei della filosofia antica ed ha pubblicato con Einaudi: Che cos’è la filosofia antica? (1998), Plotino o la semplicità dello sguardo (1999), Esercizi spirituali e filosofia antica (2005), Il Manuale di Epitteto (2006), Il velo di Iside (2006) e La filosofia come modo di vivere (2008).

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Pierre Hadot , Il velo di Iside. Storia dell’idea di natura- Einaudi 2006

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