T9- Poesia ospitale: Paolo Gera commenta “Quetzal” di Luigi Bressan

katie daisy

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Come un Papageno della poesia – anche solo limitandomi all’area migratoria italiana – vari sono gli uccelli che sono rimasti ingabbiati dentro il mio torace e di cui ho provato a riprodurre il verso con i movimenti forse scomposti del mio impressionabile diaframma. Ci sono state in infanzia le sconvolgenti rondini di Pascoli che non tornavano più al nido e nella giovinezza quelle che si libravano libere di Sinisgalli, con il loro grido arabo; è apparso sin troppo presto il gallo silvestre nichilista di Leopardi, mentre sono subito girato al largo dal finto gallo che gira col vento di Montale; mi sono divertito con i corvi di Orvieto che mettono a morte i corvi di Orte di Toti Scialoja, mi sono meravigliosamente confuso davanti ai cani con fare d’uccello di Cristina Annina. Ho provato a imparare da Anna Maria Farabbi a liberare “l’uccella interiore dal catrame/perché voli via da me in una resurrezione di leggerezza.” (Abse, p.30).

Ora sgrano gli occhi e cerco di distinguere suoni, di fronte a questa voliera senza limiti che è “Quetzal”, la nuova raccolta poetica di Luigi Bressan. Luigi mi mandò un’anteprima delle sue bellissime poesie ornitologiche ed io, catturato da ciò che non vorrei mai catturare – un’essenza di piume e aria, ma anche di carne e terra – scrissi per ogni composizione una mia riflessione. Ne riporto alcune, rielaborate attraverso la rilettura dei testi nel libro pubblicato. I volatili se ne erano partiti per la loro migrazione e ora sono tornati, confusi probabilmente dalla irriconoscibilità climatica di questa stagione. Ben vengano.

Ho scelto tre poesie dedicate:  la prima a Franco Loi, con una citazione sostanziosa di Amedeo Giacomini, la seconda a Marco Munaro, la terza all’artista Gabbris Ferrari, perché in ogni caso sono poesie dialoganti e il dialogo è il proposito essenziale del mio T9. Ho spesso scambiato riflessioni con Luigi Bressan e non con gli altri citati, ma qui la scrittura diventa un’occasione fortissima di coinvolgimento colloquiale anche con persone che non ho mai conosciuto o che troppo presto hanno lasciato il passo. La forza della poesia è quello di creare uno spazio in cui realmente il tempo diventa relativo e riuniti “al grande tavolo in mezzo/col marmo grigio di tempesta” (Passeri, p.21), possiamo farci passare il vino da persone che sono volate via e che pure continuano a essere presenti e loquaci. Sono riportati di seguito gli umanissimi versi di uccelli registrati dalla poesia di Bressan e l’imitazione zufolata di un mio commento inadeguato, ma in cui ho voluto mantenere partecipazione emotiva e confidenza, piuttosto che distacco critico: le tracce terrestri lasciate sotto dal volo e dal canto che volano alti, i brividi per le impennate, la nostalgia di penne timoniere che offrano all’insofferenza del nomadismo un senso e una direzione. Quella di “Quetzal” è poesia ospitale, proprio perché il ristoro viene offerto a esseri che non possono essere trattenuti

 

 

I PASSERI

                                                                                              a Franco Loi

 

Sì   Franco    l’ho notato   sono scomparsi 
i passeri e mentre me lo chiedi da Milano
il telefono o l’orecchio mentono
un cinguettìo dal deserto dei tetti

Vedo appartati nidi  
dove dei vecchi succhiano il latte

Il cervello prosegue ascoltando se stesso 
i suoi contatti difettosi 
i suoi vrzz vrrz vrrzz

Ricordare come dimenticare

Qualcuno aveva cosparso i davanzali 
di briciole   sono ancora lì 
in attesa del volo

I passeri si saranno rifugiati lungo i muri
nei graffiti dove c’è ancora un po’ di luce
di colore  un po’ di sole

Franco   ho qui per noi una memoria di Saffo

aspetta il carro d’Afrodite che graziosi 

passeri con frulli d’ali le portino

dalla volta azzurra alla nera terra

Venticinque secoli di guerre lo tengono sospeso

I miei umili passeri morivano
d’inverno intorno ai casolari
offerti alla fame dei poveri

o caduti tra fuochi di battaglie
o testimoni d’una sola 
sillaba in gola

Le armi crescono ancora   lucrose
giorno e notte volano insonni
rapaci in un cielo grave d’attesa

Vorrei la pace per tutti i passeri
scomparsi per i nostri decreti

Franco   ricordi Amedeo?

Ciarliere furbe rissose dolci
e reconditamente splendide
le passerette sono la vita del mondo
la coniugano in sé medesime
con il caldo il freddo l’amore la morte
in una parola: sono…

Ma dove   dove finite
a fare i bagni di sabbia
il cortile è abbandonato a un sole ozioso
niente chiacchierìo niente svolazzi
niente gazzarre prima della partenza
improvvisa verso ombre e campagne

Altra ombra   lo so Franco   hanno i tuoi occhi
così   senza un cinguettio dalla grondaia
lì a Milano e il telefono non capta
se non la mia voce disadorna
da una provincia lontana
ma tu tratti quell’ombra  come cosa salda 
e per noi si levano in alto i versi del coraggio

Anche se nessuno sembra sentire 
la mancanza dei minuscoli cuori nel frastuono
mentre un’edera di silenzi 
tra mute di gente senza sguardo
s’inerpica nelle nostre vite
folta delle nostre distanze

Se solo penso di cercare un battito d’ali
mi viene incontro la notte
con odore di neve

Franco    nella mia casa era grande
un ci-pi nascosto era grande
come tutta la casa risuonava
nel mio infantile riposo
e zampettava ma dove
dove di sera più raro 
nell’alba più flebile poi spento 
in fondo alla canna del fuoco
solo piume il corpicino
e cinigia nel cielo lontano

Domani al risveglio nessuno scenderà 
in cucina al grande tavolo in mezzo
col marmo grigio di tempesta
il lampo immobile
un ramo cresciuto d’inverno
(è crepato dal primo giorno
sorride mia nonna  ma non è
che uno sbuffo di farina)

S’affaccia un altro tacere    lo spazio
che si lascia dietro chi è partito
con le fattezze d’ognuno
miti pazienti attendono
a non essere disperse

ma dalle finestre le voci
liberate dal sonno
non cercano più di sorprendere
come se fossero allegre

Passere bambine bambini passerini
nati senz’ali
ghermiti sotto casa dentro casa
da falchi come in una fiaba
scomparsi missing desaparecidos

Proteggere i falchi è l’ordine
devono avere la loro carne tenera
il futuro è una camera vuota

e sullo strazio del passero  
chi accenderà il fuoco per la notte?

Raggiungo un’altura fuori città
rifiuti sparsi minuscole biche di mozziconi e cenere
volevo ricordarmi della Terra
dal cricchiolio dell’erba
(è ingiallita e pesta)
dell’ordinato andare nello spazio
del nostro comune andare
del cielo aperto 

Paolo di Dono   com’è vasta 
la parete al pittore che muove 
l’occhio e la mano a frescarla
con le penne del vol

Una bianca corona di monti assiste di lontano

La domenica raggiungo i percorsi di pietra
delle nostre Prealpi forate   
spirano vigile sonno di guerre
qui hanno seminato e mietuto
senza raccolto
e per avvistamenti lo sciacallo 
anubi marca occulti confini

Di passeri nemmeno l’ombra

La sentinella senza nome senza tempo senza riposo mai 
ha salvo come arma in petto un disarmato libello:
va tu passerino alla mia Lesbia
adesso è a me che tocca morire

 

Commento:

È una poesia di condivisione, un rivolgersi subito per confidenza a poeti che hanno ombre sugli occhi, Franco, Amedeo, eppure scorgono ancora benissimo i campi di battaglia e quelli coltivati con i voli sopra. Tu, Luigi, riesci a trasformare esperienze quotidiane perdute, in riflessioni politiche e poi in valori simbolici e mitici universali.  E poi invece passi – esemplarmente nel finale con Paolo Uccello e Catullo – a trasfigurare la cultura nel tuo paesaggio, nel tuo muoverti dentro, nella tua percezione dell’esistenza, della caducità, della morte. La scomparsa dei passeri come segnale dell’avvento di una nuova e plumbea epoca, come eclissamento della possibilità di ogni rifugio… Più della colomba è in effetti il passero l’uccello della pace; se si parte dall’esperienza intima della nostra generazione è il passerotto che divide con noi gli spazi domestici, ma la gioia dell’offrire qualche briciola sulla tavola o sul davanzale è ormai lontana da questi nuovi tempi di fast food e di finestre chiuse per stare davanti al pc o alla tv. L’opposizione passero/falco si prospetta come rivelatrice di un pacifico – con le dovute eccezioni – tempo andato e di un bellicoso – anche economicamente parlando – tempo presente. Il carro di Afrodite trasportato dai passeri sulla nera terra è un rimando non so se volontario a James Hillman , un pensatore che ho molto amato e che ha dedicato gli ultimi anni della sua vita allo studio dei rapporti dialettici appunto tra Afrodite e Ares, Venere e Marte. Le rimembranze domestiche, con il loro sottile carico di dolore, sperdono l’ultimo pigolio nel frastuono terribile e nelle urla nere di venticinque secoli di guerra. Le parole passano in un rapido stacco da una denotazione intimistica (“bambini passerini”) a un’altra pubblica, giornalistica, storica (“desaparecidos”). Ma questo credo sia il succo della poesia: la preservazione dei “minuscoli cuori” è essenziale per portare “in alto i versi del coraggio.” È un volo parabolico che unisce il ripiegamento fanciullesco di Pascoli agli avamposti di denuncia virile di Fortini e Sereni.

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juan gatti

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Cra                                                                                          

                                                                                  a Marco Munaro

 

 I

Quel rumore che ti ha fatto pensare
è di nuovo mattina   e dire a te stesso
non morire   alzati rientra nel giro
non è passato   ruggisce dalla parte del fiume
urla gonfio di rabbia meccanica
Il potere dalle stanze senza numero
è arrivato agli ingranaggi inarrestabili
cosa credevi povero strillozzo
che avrebbero risparmiato per te 
il boschetto di riva la tua stupida mania 
per il verde l’ambiente il paesaggio   guarda
la poesia della massa aggrovigliata
contorta come un’ondata sbattuta
contro il cielo e là fermata nei suoi tremiti
tronchi rami schiantati fogliame nervi
tendini sbiancati di radici nell’aria che brucia
sulla terra denudata sconvolta già se la ridono
laridi nevicati dal plumbeo invernale
merli gazze tra nere zolle   
una cornacchia scout sopra l’unico 
tronco scorticato rimasto in piedi
cracra traduce kafka in versi
che ne avranno mai fatto delle tue petizioni
firmate cracra in ridicola prosa
a lei piace guardarsi intorno sulla terra in tumulto
la scolta   o cammina con passo marziale
tende agguati svolazza imita ruba bocconi
dov’è stata prima non saprai mai
se non scruti il fondo dell’occhio
forse allora vedrai posatoi di filo spinato
campi di larve piegate dalla fatica
oh sorella è questo che siamo
lungo binari dove andranno coi giorni
o in sosta chiusa in sudici depositi
becca improbabili resti
non si fa sorprendere all’ultimo clanclan
si scansa balza di lato quanto basta cracra
mentre un ventaglio d’acciaio spartisce 
le sorti e le partenze
 

II

Dopo la burrasca notturna la mattina
rideva con qualche lacrima come una donna
che ha fatto la pace   i cocci ancora in terra
là sul marciapiede c’era lei   sul dorso
guardava le sue inutili zampette
agitarsi nell’aria   un samsagregor
senza speranza   l’ho portata a casa
riscaldata nutrita   una di noi
certo non mi ha mai perdonato
d’averle strappato a una a una le prime
penne delle ali ormai calcificate e monche
così che ne ha cacciate di nuove vigorose
ma è rimasta pur libera fino all’anno dopo
beccando alla mia mano con sospetto 
rubando per dispetto dalla ciotola del cane
finch’è partita con le altre ma prima
con volo largo in giro e ripetuti cra  
ha salutato tutta la casa   dopo anni
ancora credo di vederla la mattina
aprendo la finestra appollaiata 
sopra la rimessa   sarà non sarà lei
ma quanta gente intorno e di lontano
va e viene oscura e silenziosa
sotto il peso d’un cielo cupo e freddo
senza speranza di posare mai

 

Commento

 L’apertura mi ricorda il richiamo albeggiante del “Cantico del gallo silvestre” di Leopardi: “Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero.”, e la successiva perentoria conclusione del poeta: “a tutti il risvegliarsi è danno”. Lo è a chi viene ridestato oggi dal rumore del bosco fatto a pezzi, come ieri dalle grida degli aguzzini che ti spingevano sui treni. Il dolore fomenta una fratellanza universale, fra il genere umano e le altre creature: Kafka, certo, che vuol dire cornacchia, e il gemello pennuto riverso sulla schiena come lo scarafaggio Gregor Samsa, ma appena prima i binari, il filo spinato di depositi, le visioni e i suoni della deportazione. Alla metallica onomatopea umana corrisponde quella dell’uccello, una rende sonora la chiusura che porterà alla morte, l’altra il minimo accorto scarto, necessario per raggiungere la salvezza. Lo scopo più alto dell’uomo è quello di dare soccorso, non di respingere. La pietas porta il poeta a prendersi cura della kafka/cornacchia, che invece di essere scacciata insieme alla sua lugubre leggenda, viene accolta in casa e curata. E quando ci si aspetta una liberazione, un volo spiccato, c’è il rimpianto di un’amicizia tra reietti e torna ancora l’immagine dei perseguitati erranti che vanno senza posa di terra in terra. La condizione della contemporaneità si lega a quella universale della condizione umana: mi scorrono davanti agli occhi quelli che vanno, quelli che restano – non è necessario che sia proprio Boccioni – o la gran folla che fluisce sul London Bridge de “La terra desolata”, “tanta ch’io non avrei mai creduto che morte tanta n’avesse disfatta”.

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juan gatti

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Quetzalcoatl

Per la nostra amicizia hai creato le parole pronte
le frasi   oggetti dallo sguardo libero d’azzurro
come vedono il primo mattino i rondoni in volo 
dopo ho cercato di seguire le linee del paesaggio
con la matita sul vetro perché mi vedessi come sono
abbiamo lavorato insieme i minuti di una creta
toccata a un riposo di secoli   io i punti sulla carta
tu le cromie del movimento e della grazia
non so come ci abbia trovati questo nome
serpente piumato albero d’una genealogia divina
dove vola sicuro il tuo quetzal come la nostra parussa
tra le frondose discendenze dei dinosauri
mentre lo spaziotempo modella i mondi
con mani oscurate spandendo luce    magari
quando avremo imparato che un milione è uno
e molti è soltanto il numero esatto per ritrovarci

 

Commento: 

Oltre che “serpente piumato” Quetzalcoatl può significare “gemello prezioso”. L’etimologia della parola fa riferimento al fratello di Quetzalcoatl, Xolotl: nel mito azteco la complementarità dei due dei alluderebbe alla stella Venere, nelle sue manifestazioni mattutina e crepuscolare. In effetti questa è una poesia su un’amicizia tanto profonda da sconfinare nella gemellarità. Il quetzal, uccello tropicale, e la parussa (cinciallegra?) delle nostre zone, volano insieme e sorvolano i tempi lontanissimi e il qui e ora, simboli della capacità creativa degli uomini, dei loro gesti po(i)etici e dell’amicizia che lega chi si dedica a trasfigurare la realtà con la prassi artistica. Dopo il testo della poesia è inserito nel libro un disegno di Gabbris Ferrari che rappresenta due personaggi che si tengono per mano e in tempo di carestia vanno a cercare radici per sfamarsi. Andare alla ricerca di cibo quando da troppo tempo la pancia è vuota, diventa metaforicamente la ricerca di un cibo spirituale, semplice, ma essenziale in un periodo di totale deprivazione culturale. Luigi scrive, Gabbris disegna e sono gli stessi precisi gesti di salvezza, uguale è la creta che i due insieme lavorano. Questa poesia amicale conclude la prima sezione della raccolta, attraverso l’evocazione di un mito lontano, luminoso e numinoso. 

Come ho scritto all’inizio “Quetzal” insegna poesia di ospitalità e indica come questa debba rimanere salda nella temperie dei tempi. È una poesia del dare del tu, non per finta confidenza, telegenica o messaggistica, ma per reale riconoscenza di umanità, nei propositi e nelle azioni. È una testimonianza pudica, ma forte e terribilmente necessaria, di cui, Luigi, ti sono sinceramente grato.

Paolo Gera

 

Luigi Bressan, Quetzal– Il ponte del sale 2019

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