PASSAGGI CON FIGURE – Elianda Cazzorla: È più forte di me

 elianda cazzorla- piazza san marco, venezia 11 novembre 2019

 

Novembre, grigio di pioggia e nebbia, con l’addio delle foglie stese sul selciato dalle raffiche di vento, ha bisogno d’altri colori. E la biennale è tanti colori, così, da quando sono arrivata in Veneto, non ho mai perso una biennale d’arte di Venezia.

Ci sono riuscita anche quest’anno, con l’acqua alta di metà novembre, mi sono infilata tra i giorni della marea a 40 cm, l’11 novembre, e due senza fuoriuscita gorgogliante dai tombini, 22 e 23 novembre. Nel primo giorno, ai Giardini, scansando l’acqua alta, per percorsi inconsueti, nel secondo e terzo giorno, all’Arsenale e di nuovo ai Giardini. Tre giorni d’immersione nella 58esima Esposizione Internazionale d’Arte dal titolo: May you live in interesting time

Ho scelto, tra le tante, un’opera di forte impatto emotivo:  Can’t help myself di Sun Yan e Pen Yu nel padiglione centrale. Due artisti cinesi. Una donna e un uomo. 

 

  elianda cazzorla-  faces and phases di zanele muholi-biennale venezia 2019

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Arrivo davanti alla gabbia bianca, di vetro e legno, dopo essermi persa nel labirinto del padiglione centrale in un giro di fotografie di donne, d’ebano e marmoree. Arrivo davanti alla gabbia bianca, di vetro e legno, dopo il cancello di ferro battuto che sbatte contro un muro di calce e lo segna e lo spacca e, nelle orecchie, il rumore dell’indifferenza e dell’incuria. Arrivo davanti alla gabbia bianca, di vetro e legno, dopo aver attraversato l’idilliaco paesaggio di montagna in plastica, da cui Heidi è fuggita perché la Mucca non è più in grado di muoversi da sola, ma si sposta, solo se azionata, sui binari precostituiti, in un cerchio, non certo magico. Sorrido e poi cado nello sconforto difronte alla domanda: ma quanto durerà ancora il nostro mondo? Quanto ancora: clorofilla acqua fuoco?
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 elianda cazzorla- untiteled di shilpa gupta, biennale venezia 2019 

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Arrivo davanti alla gabbia bianca, di vetro e legno e resto meravigliata dall’attrazione che crea quel braccio gigante d’acciaio. E m’incanto, come tutti gli altri, m’incanto e resto lì con gli occhi aperti. Dapprima per capire cos’è, poi per rifuggire l’idea che potrebbe essere una stanza strappata da un ospedale o da un macello o da una prigione e chissà da dove. E se fosse un possibile frammento di realtà? Un mastodontico braccio d’acciaio che termina in un pennello gigante intento a pulire un piano senza mai riuscirci. Un automa che forse non sa quel che fa, anche se si ribella a modo suo. Raccoglie il liquido viscido attorno a sé, mentre gira in tondo, ma quello che ha tolto ricompare dal centro stesso in cui l’ha spinto. Un Sisifo che non si chiede da dove giunge quella melassa. Ci sono forse sentieri sotterranei, dove scorre il sangue? E con la sua energia vitale quello non si lascia annullare e ricompare in superficie. I movimenti sono ritmici e si ripetono in maniera maniacale. Alcuni visitatori si guardano attorno, come per avere conferma che anche gli altri siano nella meraviglia della tensione emotiva.  Vedete quello che vedo io? Altri filmano, moltissimi fotografano. È tutto così asettico nella luce dei neon che illuminano la gabbia che sconvolge. I bimbi restano con le mani appiccicate al vetro, il corpo proteso in avanti. Potrebbe essere il modellino di un gigante e chissà se non sia di suo figlio bambino. Poi le maestre dispongono, in due file, seduti a gambe incrociate, i bimbi davanti al Molock e spiegano quello che può rappresentare il lavoro ripetitivo della macchina.

– Maestra guarda. – Dice un bambino. – Guarda, sta salutando.

E tutti vedono quel braccio estendersi al cielo, pardon al soffitto, e fare ciao con la mano pennello. E ritorna braccio che si butta a destra e sinistra. Sembra che stia trasgredendo il suo protocollo e intanto spiaccica sangue dappertutto. E riprende il suo lavoro, dall’esterno all’interno, pulire il pavimento. Togliere il rosso per ridare il bianco. Riportare il piano al colore originario. Cancellare. Si è già annoiato? E allora diventa compasso e fa cerchi uno sopra l’altro. Una macchina non macchina, un automa uomo, un eterno ritorno inutile. È forse una denuncia sociale? Politica? Psicologia? Un’opera d’arte potente che può dare adito a diverse interpretazioni.

 elianda cazzorla- can’t help myself di sun yan e peg you, biennale venezia

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La mostra si è appena conclusa il 24 novembre, registrando 600mila visitatori.

Elianda Cazzorla

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