I CORPI DEGLI ANNI ’70 E ’80: Ras che ruggiva in città- Lettura critica di Milena Nicolini

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Questa seconda opera narrativa di Lamberto Dolce è un romanzo che potrebbe definirsi ‘di formazione’, non fosse che, nonostante i protagonisti siano solo tre – due dei quali peraltro, uno nella parte iniziale, l’altro nella parte finale della vita, solo accennati –, l’impressione che ne resta è di un affresco corale  più ampio, che si allarga da Tiziano, Franco, Giorgio, alla cerchia di coetanei immediatamente loro limitrofa, inglobando anche significativi tipi di adulti, e tracciando una mappa dei luoghi fisici e delle condizioni materiali concrete che fanno emergere una precisa area in una città di provincia, Modena, negli anni Settanta e Ottanta. In un’ottica inconsueta, perché non è la ricca, operosa e comunista città a cui siamo abituati che viene delineata; nemmeno è spazialmente la città completa. Eccetto brevissime fuoriuscite, è il vecchio e allora cadente centro storico lo sfondo di vita di questi ragazzi, che per molti versi ricordano i ragazzi borgatari di Pasolini. C’è tutta la povertà materiale e c’è la necessaria miseria umana che servono a tracciare un profilo da sottoproletariato, anche se le occasioni di emersione sociale – tramite il lavoro, che non manca, l’acculturamento e  l’impegno politico veicolati da energie che si incuneano anche nella tessitura storica della città – ne prospettano ben diversi orizzonti, comunque sia poi l’effettiva consistenza di tale emersione. C’è di sicuro un’animalità in questi ragazzi primitiva e istintuale, tanto innocente alcune volte, quanto ferocemente incontrollata altre. E non è casuale che siano gli animali i loro reali compagni di cordata, nonché spesso i reali maestri di vita. Come le file di formiche, che gli adulti si ostinano a decimare, ma che ricompaiono testardamente poco dopo, così simili alle formiche di cui parla il ricco passeggero verghiano di ‘Fantasticheria’ alla sua amabilmente sciocca compagna di viaggio, simbolo là di quel meccanicistico attaccamento alla vita che viene da un istinto cieco a protrarne la continuazione, anche negli individui più disperati e infelici. Qui, però, è diverso il senso: non solo assente di ogni determinismo sociale, ma piuttosto ostensivo di una vitalità materica forte, che se non ottunde la fatica, la violenza, il dolore dell’esistere, certo però non li fa assurgere ad unico orizzonte. A Tiziano le formiche insegnano il contatto diretto, fisico con la morte: 

“Forse i passi di suo padre o di un amico di famiglia, comunque sbadato, scompaginò tutto quel movimento ordinato di formiche. Le più vicine al massacro le vide prima sbandare, poi frenare indecise e scappare dalla zona che in un attimo aveva fuso e confuso minicorpi neri col rosso sbiadito del cotto. Si scansò anche lui da quei passi letali (…) La loro vita era finita in un minuscolo, invisibile, punto nero. Capì subito cosa stessero provando le fuggiasche: paura della minaccia improvvisa, letale, di una morte che lui appena conosceva, ma già temeva perché ascoltava gli adulti e immaginava.(…) Non toccò per niente la puntiforme, seccata, poltiglia rimasta di ciò che erano state le formiche. Inorridito guardava i resti del campo di guerra: andavano, poi più. Andavano, poi più, Andavano, poi più. (…) Quando (…) vedeva i suoi allearsi con altri adulti dei piani inferiori per provare a farla finita per sempre con le formiche (…)  Quelle giornate campali lo guastavano sino a notte, sogni compresi.” pp. 9-10  

Ma le formiche, gli animali, trasmettono anche la continuità della vita:

“Quante mosche, zanzare o altri insetti, vedeva finire come minuscole mummie tra i fili collosi tirati dai ragni (…). Per loro, mummie ormai secche, era finita da tempo, le guardava senza angoscia vibrare a un lieve soffio d’aria entrato di lato dalla finestra. Tutta la ragnatela danzava un poco con quei morti batuffoli sotto l’attenzione di un ragno che credeva cieco anche se vivo. (…) 

Lentamente, tra una mattonella e l’altra, riprendevano il loro corso le formiche, e gli sembravano le stesse morte quattro giorni prima. Rinate (…) 

Lentamente lui e la vita che lo circondava crescevano: lucertole, topi, gatti, ragni, scarafaggi, e rondoni e passeri e vele di stormi.” (pp.10-11)

Perché, appunto, non c’è scansione di gradi valutativi tra Tiziano, i suoi amici e gli animali: appartengono alla medesima circolarità vitale, che non viene abbassata a matericità bruta, ma vissuta come luogo di convivenza intelligente, luogo di esperienza preziosa in ogni sua forma. Soprattutto, gli animali costruiscono un’osservazione speciale sulla vita, da cui s’innerva nell’infanzia un punto di paragone per cominciare a decifrare gli umani adulti, che diventerà col tempo capacità di giudizio e possibilità di scelta differenziata:

“Pure i cani, sentinelle, ombre diverse, erano meno animali di lui, degli amici della piazza e di tutti gli altri viventi. Li aveva amati senza capirli quanto tutte le altre bestie che conosceva. Come crescendo capiva sempre meno suo padre. I primi anni lo aveva visto lì, tra sé e sua madre. Poi per un po’ scomparve qualche mese, infine del tutto lasciandolo orfano di un padre vivo.” (p.11)

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Tiziano e gli altri non smetteranno mai, nonostante le complesse vicende che li porteranno all’età adulta, di conviverci, di con-sentirsi con gli animali, magari in certe situazioni in una commistione indistinguibile: 

 “Genova (…) nel duemilauno, gli squadroni governativi caricavano tutti per umiliare e per pestare. Ormai il fumo degli spari era ovunque si guardasse. Solo un varco di luce malata si fece largo e Tiziano, lì, vide un disgraziato parco in riva al mare intossicato da quel fumo, stordito anch’esso dal frastuono di battaglia. E sopra le sue fronde mezzo affumicate, la visione più orrenda: migliaia di uccelli non volavano ma saltavano nel vuoto come spettri smarriti, spinti dagli spari a casaccio” (p.78)

“Passava [Giorgio n.d.r.] di fianco ai pollai e alle porcilaie, poi riprendeva lo stradello per rientrare nell’abitazione che divideva con Anatoly e sua figlia Viviana. Una tarda mattina d’inizio novembre un gruppo di bambini lo provocò. Era già arrivato ai pollai e alle porcilaie che se li vide saltare fuori come gatti. Lo circondarono  in silenzio. I loro sguardi erano cattivi come quelli della banda [ della sua infanzia, n.d.r.] e lui si era chiesto perché da bambino anche lui avesse visto il mondo con tanta cattiveria.” (p.89)

“Ci aspettano, presto! raccomandava il capo, ci aspettano! Ripeteva elettrico più volte. (…) Sembravano palle pazze di mercurio che si attiravano su un piano sismico, mosse da quei versi bestiali di scrofa che stavano per venire lì in mezzo  con tutto il porco corpo.(…) Quel macellaio, insieme ad altri bestioni pari a lui, la trascinarono nel cortile, la scrofa. (…) Loro tremavano eccitati, lui [Franco n.d.r.] rabbioso.(…) La scrofa, solo lei vedeva chiaramente: rosa grassa viva sudava, con gli occhi sempre più in affanno che non trovavano pausa. (…) Tutti con gli occhi pazzi allo scoppio dello sparo (…). Il suo ultimo sguardo mutò non in morte ma in fulminante pazzia. Lo aveva sentito il temporale, la scrofa, e aveva sperato che la saetta esplodesse al suo fianco su una di quelle ombre che la accerchiavano. Gli occhi neri della scrofa a terra consumarono quegli ultimi secondi.” (pp.60-61)

Franco, che nel brano sopra citato sta raccontando l’episodio della scrofa agli amici che stanno pescando, per far capire il motivo del suo rifiuto a cibarsene, è però anche il ragazzo che confida a Tiziano:

“Ti devo dire una cosa Tiziano, guardandolo tutto tranne i suoi occhi. Lui provava a catturarli gli occhi di Franco, erano frantumati come la sua voce. Tremi franco. Non tremo, che cazzo dici. (…) Tiziano, riprese Franco, guardando tutto tranne lui, l’ho… ma non riuscì a finire. Subito Tiziano sentì una paura nuova. Paura animale. Di bestia braccata, al suo limite, prima del panico. Franco esplose in pianto trattenuto e silenzioso. Sembrava un’atomica esplosa sotto il mare (…). Sentì dire la frase più semplice, scomoda e rapida: l’ho quasi ammazzato. Cosa? chi hai ammazzato? Quasi, ripeteva con singhiozzo nervoso, quasi! Ciro. Tuo fratello?, perché Franco? Mi sfotteva, sei un fallito mi diceva (…). Non ci ho più visto. (…) Non lo accompagnò a casa e gli promise che non sarebbe mai andato all’ospedale. Sua madre, non voleva che lo sapesse. Come pure suo padre. Tiziano, eravamo solo noi, giù in cantina. Ciro ha detto agli sbirri che erano in tre quelli che l’hanno conciato così. Lo ha detto per orgoglio, Tiziano, a quel bastardo gli brucia averle prese da suo fratello più piccolo.” (pp.32-33)

L’animale che segue l’intera vicenda di Tiziano e dei suoi amici  è il leone Ras, ingabbiato nei giardini pubblici, con la criniera “appassita”, un corpo “opaco” e “stanco di noia”, prima con la compagna Lea, poi solo. Quasi un doppio, per Tiziano, uno specchio. Un amore, un vero amore. Da vivo e da morto. 

certe giornate, pedalate o camminate fino allo sfinimento, solo [Tiziano, n.d.r.] o in branco, il suo ruggito, come uno sparo, squarciava un istante. Fermava tutto. Ruggiva nella potenza con cui calciava il pallone. A scuola (…) ascoltava l’aria di giugno che entrava dalle finestre: contava i giorni che mancavano alle vacanze e in quell’aria cercava il ruggito, distratto solo dall’insegnante che gli chiedeva se fosse ancora con loro.” (p.23)

“Invece a soldato, al turno di guardia, pensava all’evasione e gli venivano in mente quelle sere di luglio della sua infanzia. Risentiva i ruggiti da savana e li immaginava sopra le vie del centro” (p.19)

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Ras è icona delle sbarre che chiudono la prospettiva di questi ragazzi nel labirinto di  malandate, strette, povere viuzze del centro storico, senza sbocchi di fuga; ed è insieme segno forte di libertà, di evasione, almeno nel desiderio, con quel possente ruggito che si sente per tutta la città e che, vivissimo, è davvero evasione dalla gabbia, fisica corsa a segnare di sé, del suo suono, come fosse un odore un umore, i luoghi deputati all’identità della città, fino al Duomo romanico e ai suoi prodromi, dove i “corpi di marmo felino”, “schiacciati dalle colonne” la esaltano per antitesi, la libertà del ruggito di Ras. Non può non venire in mente per immediata associazione la libertà dell’immaginazione, che per Tiziano, ma anche per altri, diventa un’autentica, a volte unica, via di fuga. 

“si sdraiavano in uno dei prati dei giardini vicino alla gabbia e lì, un poco imboscati, all’ombra degli alti castagni, facevano il loro gioco del coraggio: gli occhi chiusi, si immaginavano sommersi da diecimila serpenti velenosi Dovevano convincersi di sentirseli tutti stretti a sé. Tiziano reggeva meno” (p.25)

Perché Tiziano preferisce i sogni. Comincia presto a scriverli su un quaderno segreto, “sacro”: infatti quella dei sogni è come un’altra vita. E quella dei sogni è la realtà in cui si muove meglio, perché “nei sogni stai beatamente solo”. “L’altra luce”, la chiama, e in essa sente la libertà:

“Era una libertà particolare, non voleva fare i cazzi miei come sentiva dire da quelli della banda; voleva solo eliminare quel panico che incollava le sue ali ai fianchi. (…) Era così che aveva iniziato la doppia vita. (…) Due vite che iniziò a interrogare con la stessa serietà senza mai avere risposta: aveva solo smesso di chiedere dove esistesse più libertà o più angoscia (…) Di qua, dove oltre la luce era tutto tangibile, esistevano limiti, usure, leggi. Là, nella luce dei sogni, si poteva volare sconfinati, parlare sott’acqua, rivedere i morti o se stessi più giovani, più che altro succedeva tutto all’improvviso, ogni attimo era inaspettato, come avrebbe dovuto essere di qua.” (p.42)

E’ una dimensione che sta oltre quei confini-limiti della città che nella realtà comune sente invalicabili. Che, fuori dal sogno, riesce a valicare solo mettendosi dentro gli stormi d’uccelli quando, come “vele”, solcano il mare di nuvole, o mettendosi dentro le loro formazioni a V mentre migrano verso remoti lontani, o mettendosi nelle loro ombre fantasmatiche che si proiettano sul “muro dei morti” mentre volano “dentro e fuori” da “quello spazio diverso”.  Anche lasciandosi andare ai colori stesi all’infinito dei tramonti, che a volte immagina capaci di bruciare e ridurre in cenere tutta la città. 

I viaggi, di Tiziano e di Giorgio, sono certamente un tentativo di arrivare a questo sorpasso del confine angusto modenese (non si dimentichi come fino all’ultimo, anche sull’aereo del ritorno, Giorgio continui a pensare alla città “che non è mai stata la mia terra”, a cui torna “solo perché costretto”, come a una “storia troppo pesa sull’anima”), ma sono tutti interrotti o chiusi da un inevitabile ritorno indietro. Non a caso i due pur differentissimi finali delle vicende di Tiziano e Giorgio si chiudono (o aprono) con due viaggi. 

Gli adulti, da buoni o cattivi che agiscano, sono tutti ugualmente segnati dalla distanza dell’estraneità, dell’indecifrabilità, con quello sguardo sempre distratto altrove, incapaci di decifrare a loro volta i segni dei ragazzi: i padri, in primis, ma anche le madri, e poi i vari responsabili dell’ordine: vigili, guardiani, sorveglianti, maestri, suore. I ragazzi del romanzo si educano e si guidano tra loro, associandosi, disgregandosi, facendo ferocemente a botte, rivelandosi segreti e intimità altrimenti indicibili, tradendosi, giocando a calcio, alla morte e alla paura, pedalando lunghe giornate estive infinite, imparando tra loro l’amore. L’amore e il sesso, infatti, anche quando saranno adulti, non sembrano uscire mai dalle fantasie infantili o dalle turbolenze adolescenziali; pochissimi i momenti teneri: piuttosto gli incontri e i distacchi avvengono come esplosioni impazzite, con reazioni emotive eccessive o represse brutalmente o cancellate. Questi ragazzi si muovono sempre a gruppi, bande, coalizioni di tifo o politiche, dove è abbastanza difficile la sopravvivenza di una diversità individuale: si rischia di essere presi per ‘fifoni’, ‘froci’, diversi. Ecco perché, nonostante Tiziano viva fino in fondo questa dimensione corale, il suo star da solo, a poco a poco, diventa necessario per la ricerca di sé, per un ritrovarsi-riconoscersi soprattutto durante l’età dei grandi mutamenti adolescenziali. E’ una specie di ossessione che, in verità, lo accompagna fin da piccolo, quando si preoccupava di lasciare tracce di sé – da sputi a piccoli oggetti – nascoste da qualche parte perché potessero superare il tempo ed arrivare oltre lui.

La morte, intuita presto attraverso le formiche, è incontrata fisicamente la prima volta proprio ai giardini, a due passi da Ras:

“Davanti all’ingresso principale dei giardini, lì, ricordo remoto, comparve il primo morto della sua vita. Lo scrisse come sogno perché, la morte, la credeva così. (…) lo vedeva ancora là, sdraiato sull’erba che luccicava al sole o s’inombrava allo scuro di un temporale. Era stata comunque la sua prima morte, vissuta da solo. La morte che rimane più delle altre” (p.38)

E poi si conosce la morte agìta, provocata da Franco, sentita come un peso terribile da portare che non gli permetterà mai più di ridere, ma anche la morte che si affianca inesorabile all’innocenza di Tiziano è devastante:  la morte diventa un assurdo incubo comunque prossimo da incontrare. La morte è per Tiziano certamente la spinta che sta dietro il suo bisogno di restare in tracce di sé, ma soprattutto nella scrittura-memoria dei suoi sogni.

“si ricorda invece della suora all’asilo che, nel rimproverarlo, gli disse che portava il nome di suo fratello nato morto (…).Poi sentì la sberla (…)Non fare più certe domande, so io perché tua madre non te lo dice. So io. Tiziano credeva avesse le croste anche dentro la gola da come la sentiva dire: so io. So io. E sono cose da chiedere queste? (…) Ora rifai meglio queste aste, disordinato che non sei altro, sei il più indietro di tutti! Dormi a occhi aperti, non sarai già morto anche tu? (…) sentì la prima irreversibile caduta del mondo: un fratello morto, no anzi, nato e morto. (…) Non nato. Morto. Nato morto voleva dire nascere già morti. Voleva dire non nascere. Voleva dire che lui, il Tiziano di prima, non c’era mai stato. Perché l’avevano chiamato così allora? Lo stesso nome, di uno che non era mai esistito. (…) Si sentiva morto un po’ anche lui, anche se nato, però nel suo letargo vedeva i sogni.” (pp. 12-13)

“Quest’altri fatti Franco a Tiziano li raccontò, non dentro i giardini, da Ras, ma in una via laterale del centro male illuminata. Franco vomitò tra le parole tutta quella disperazione (…) Attaccati a un portone, come due assassini cercavano di nascondere anche le proprie ombre. Raccontò solo quella volta Franco. Poi il fatto finì sigillato dentro di loro. Per sempre.” (p.34)

“quella volta al cinema, lui e Franco con altri amici insieme al pienone del cinema. Ridevano sulle battute del film “Trinità”. Al buio per caso intravide il volto serio di Franco di fianco a lui. Tutti ridevano tranne lui.” (p.41)

“La morte sfuggiva a ogni comprensione, anche le più ardite, senza lasciare nemmeno “poi”.” (p.48)

La morte è anche il doppio costante della vita di Giorgio, che quella vita gli rovina, gli risucchia via da ogni possibile costruzione vitale, gliela svuota:

“Fu dura abbandonare Cinzia in quel modo. Nemmeno una lettera. Non le avrebbe scritto nemmeno se si fosse ucciso. Cosa mai poteva scriverle, se di sé non le avrebbe lasciato più nulla, nemmeno la speranza di un ritorno. Ogni parola che aveva pensato la sentiva fuori luogo e incongrua: un cadavere non dice niente. Non è più niente.” (p.98)

Quando Giorgio parte e sparisce senza preavviso alcuno, per gli altri è come se fosse morto, eccetto che per Tiziano. Anche  gli altri personaggi, pur sullo sfondo, incontrano e vivono la morte. Sono finiti i duri anni Settanta e sono cominciati i tragici anni Ottanta con la strage alla stazione di Bologna e sono prossimi gli anni Novanta. Quasi una sorta di peste comincia a devastare i corpi e le menti di questi ragazzi: 

“iniziò [Tiziano n.d.r.] a scrutare (…) i corpi di coloro che si erano dati all’eroina. (…) Anche loro avevano una scheletrica forma mentre chiedevano cento lire con occhi come quelli dei santi, forzatamente spalancati a chissà quale visione o chiusi spesso anche da svegli. I corpi di Pasolini, i corpi dei tossici e dei santi.” (pp. 68-69)

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Alcuni diventano delinquenti, altri si suicidano, la spinta ribellistica si sta esaurendo del tutto, cominciano a morire anche i padri e le madri, spesso di cancro, Tiziano a “venticinque anni già credeva di incominciare a morire”, sente che è “finito il futuro”. In effetti, anche se la Grande Storia di quegli anni (qui, gli scontri con la polizia nelle manifestazioni degli anni Settanta, lo sbarco sulla Luna, gli attentati sui treni, la strage alla stazione di Bologna, la rivoluzione sandinista, la caduta dell’URSS, tra gli altri) è solo sullo sfondo, solo accennata anche quando alcuni personaggi ci vivono dentro, quasi soltanto un’eco del telegiornale, comunque la sua ripercussione sui “corpi”, come li dice Tiziano, è vivissima, devastante, colpevole. Un’intera generazione dannata a suon di musica disperata, orfana di padri, abbandonata dai fratelli maggiori  sessantottini. 

Lo stile, più disteso rispetto al precedente “Orizzonti del buio”, è comunque sempre densamente espressionistico, a grumi di significati che accendono, dilatano, deformano un particolare, per poi tacere magari del resto, se non ha potenza esplosiva, se è ovvio, se è intuibile comunque da parte del lettore. E questo avviene anche nella vicenda dei personaggi, che appaiono, si eclissano, riappaiono, si mostrano  solo in alcuni brandelli di vita. La struttura a tre capitoli, di cui uno decisamente preponderante e gli altri due progressivamente ‘più brevissimi’, risponde anch’essa alle ragioni di una narrazione che è interessata soprattutto alla formazione della dissoluzione più che alle forme conclusive della stessa. Di nuovo, poi, compaiono i sogni, cifra decisamente dolciana, importanti quanto la realtà mondana, qui ritratti in una funzione narrativa più esplicita che nel precedente romanzo. Di cui, indubbiamente, fa parte anche Ras. E il suo ruggito. 

Milena Nicolini

 

 

Lamberto Dolce, Ras che ruggiva in città– Rossopietra Edizioni 2019

2 Comments

  1. In questo lavoro Lamberto raggiunge in vari punti una vera espressione poetica e riesce ad esprimere il massimo sapore di ogni parola.

  2. Ho il desiderio di ringraziare Lamberto nonostante il flusso di pensieri che si affacciano alla mente non sia del tutto spiegabile: la mia anima emotiva non riesce ancora ad incanalare tutte le sensazioni che ora sto provando, né riesce a descriverle, ma una in particolare riesco a definirla, quella di commozione e gratitudine.

    Non posso che essere grata a chi con fiducia e generosità mi salva dall’oblìo e dall’estraniazione verso il passato, attraverso spunti preziosi di riflessione, un
    luogo dove ci si affaccia e si riconosce parte di se stesse, con sorpresa, sopratutto nelle frasi che rappresentano ancora piccole cicatrici ancora malinconicamente dolenti.

    Hai fatto rinascere in me un senso di pienezza e spazzato via quel senso di languore
    relativo alla fatica del passato, per la ricerca costante di una via d’uscita dalla quale trovare un percorso di libertà. 
    Grazie infinite.

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