SENDA LITORAL: CAMMINARE A FIANCO DELL’INVISIBILE- Lucia Guidorizzi

spiaggia vila cha -porto

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Viaggio verso Santiago di Compostela (Cammino portoghese della costa)

Porto 25 giugno 2019- Santiago di Compostela  7 luglio2019  

Capitolo V

 

VILA CHA (Portogallo)

Le donne che trascinano carretti sulla spiaggia
Hanno una regalità che il tempo non è riuscito a ossidare
Camminano tra le reti stese al sole
Forti e tristi come sirene trattenute sulla terra
Dalla fatalità di un amore mortale

Hanno visto perire i loro uomini
Dentro inesorabili tempeste
E dalla solitudine hanno tratto
Quella luce e quella dignità ferrigne
Che le rassomiglia ad idoli antichi

Madonne di madreperla e di pece
Qualcosa dentro di loro è crollato
Come i muri di case abbandonate
Ma ancora continuano a compiere
Gli stessi gesti lenti e sacri
Nel quotidiano Calvario

Non sorridono mai guardando l’orizzonte
Ed hanno mille relitti in fondo al cuore

                                                                              27/6/2019

da “Quanto dista Finisterre?” work in progress

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monumento tragédia no mar – matosinhos

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Il richiamo mi giunge, ineludibile, in una sera di febbraio: mi sento catturata nuovamente dal desiderio di andare, di rimettermi in cammino per attraversare soglie, confini. Questa volta il mio sarà un serrato dialogo metafisico con l’Atlantico, questo Oceano messaggero  dell’invisibile a cui si affacciano il Portogallo e la Spagna. In un attimo ho deciso: partirò da Porto, percorrerò la Senda Litoral , il cammino portoghese della costa, per poi inoltrarmi nelle ultime tappe fino a giungere a Santiago di Compostela. Questa idea si radica in me come una fiammella d’intento e mi permette di resistere ad ogni insidia del quotidiano, per proiettarmi nella dimensione ampia e profonda del Cammino.

Così una sera di Giugno mi trovo catapultata in questa nuova avventura: sola, seduta al tavolino di un bar in una piazza di Porto, bevo un calice di vinho verde osservando il sole radente tra le nuvole, felice di essere tornata in Portogallo dopo tanti anni.

Subito riconosco il fascino e la seduzione dalla dimensione profonda, complessa e filosofica di questo paese, ne riconosco la bellezza negletta e struggente, il fascino degli azulejos e la cortesia timida e schiva del suo popolo.

Porto è una città affascinante, ricca di prospettive e di atmosfere.

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porto

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L’indomani mi sveglio che non è ancora l’alba ed inizio il mio Cammino attraversando la città addormentata, fino a raggiungere la Cattedrale da Sé dove inizia il mio percorso. Tanto per cominciare, mi accorgo di aver dimenticato la guida in camera, ma lo colgo come un segno positivo del destino: significa che devo viaggiare leggera, liberandomi del superfluo.

Impiego molto tempo ad uscire dalla città, inizia a piovere, costeggio il fiume Douro fino alle sue foci e comincio a camminare affiancata all’Oceano, attraversando piccoli centri abitati, fino a quando raggiungo Matosinhos, dove sulla spiaggia c’è un monumento simile per tragicità ed intensità al quadro di Guernica di Picasso: un gruppo di donne e bambini   disperati con le braccia alzate verso il mare: si tratta di un monumento eretto in memoria di una terribile tempesta che rese vedove settantacinque donne ed orfani centocinque bambini.

Il rapporto con il mare in Portogallo è tragico e fatale, lungo il mio cammino troverò a ricordarmelo molte statue e monumenti che rappresentano figure di donne tristi e coraggiose legate al mare in modo ineluttabile. Il Portogallo è il paese del naufragio.

Intanto il cielo si rasserena, le case diminuiscono e compare l’Atlantico in tutta la sua selvaggia bellezza: i colori si accendono e il fascino della costa si fa penetrante.

Raggiungo Labruge, dove prendo posto nell’albergue  che è in restauro, ma comunque agibile. Deposito lo zaino e vado a farmi un giro.

Mentre bevo un’aranciata al Douce Bar di Labruge vedo al tavolo a fianco agenti immobiliari ostentare scioltezza e disinvoltura mentre fanno firmare un atto di compravendita ad un gruppo famigliare di autoctoni. Vendono villette bifamiliari ancora da ultimare in un territorio che fino a poco prima era caratterizzato da cespugli, rovi e sassi. Verrà fuori presto dal nulla un “bel” quartierino residenziale.
Le donne portoghesi sono tristi, grasse, rassegnate e spaesate da quel salto qualitativo che da una casa rurale le trasporterà in un mondo di lussi e di agi. Il loro corpo è prono, sfatto, dilatato da una saudade senza argini. Gli uomini sono imbarazzati, impacciati, rigirano il cappello tra le mani, stanno zitti, abbozzano un sorriso di disagio cercando di dimostrarsi convinti dell’affare. La scena mi suscita una malinconia profonda per quella resa inerme ad un mondo d’omologata insignificanza. Gli agenti immobiliari sembrano dei mefistofeli pronti a far firmare un contratto col quale compreranno le anime di quei contadini in cambio di una presunta comodità e modernità.

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 verso labruge

 

Proseguo il Cammino il giorno dopo, partendo all’alba. Percorro un sentiero lungo il mare caratterizzato da delle passerelle di legno tra le dune. Mi inebria il profumo del salmastro unito a quello degli arbusti che crescono tra la sabbia. Il contrasto è forte: da un lato l’Oceano con la sua vastità e dall’altro rocce  antichissime che recano tracce, segni di antiche popolazioni, graffiti preistorici, testimonianza di presenze remote; ogni tanto compaiono chiesette arroccate sul mare. Passo per paesini di pescatori ancora immersi in una dimensione arcaica, vedo donne che trascinano carretti sulla riva, ammassi di reti, barche, tutto intriso di devozione popolare e senso tragico del destino. Percorrendo le passerelle sul mare incontro una ragazza tedesca di Essen dal nome affascinante di Anais che era nel mio stesso albergue, mi racconta che lavora come psicoterapeuta e che è la prima volta che ha deciso di fare un viaggio da sola, spinta da una delusione sentimentale. Parliamo in inglese ed io le dico che il significato del suo nome Anais deriva da quello di Anahita, la dea indo-iranica delle Acque e lei ne rimane piacevolmente stupita. Mi sembra una bella coincidenza e di buon auspicio che la prima persona con cui parlo sul Cammino litorale porti il nome di una divinità acquatica. Proseguiamo ancora per un po’ insieme, ma ad un certo punto le nostre strade si biforcano: lei prosegue per il cammino portoghese interno, io continuo a procedere su quello della costa.

Arrivo a Povoa de Varzim: è una città molto vivace ed animata dove è in corso una festa locale, gli abitanti del quartiere  centrale della Matriz, (chiesa madre) indossano magliette rosse, quelli del quartiere del Nord, magliette azzurre. La città ha dato i natali ad Eca de Queiroz,  grande scrittore e giornalista portoghese dell’Ottocento e nella parte antica c’è una piazza con una statua dedicata a lui. Verso il mare invece si estende la parte nuova della città con vie più larghe e aperte al traffico e la zona portuale. Qui incontro Imma, una pellegrina che viene da Rovereto, dove fa la cuoca in una mensa scolastica.  Ha lasciato a casa figli, marito e mamma anziana per seguire il richiamo del Cammino, viaggia da sola ed è la sua prima volta verso Santiago, è felice ed emozionata di vivere questa esperienza.

Giugno è un mese particolare per il Portogallo: ci sono tre feste di santi importanti

Il 13 giugno è la festa di Sant’Antonio

Il 24 giugno è la festa di San Giovanni

Il 26 giugno è la festa dei S.S. Pietro e Paolo.

Le chiese sono piene di fiori ed ex-voto di cera legati a queste celebrazioni.

L’indomani riprendo il mio Cammino e via via che abbandono la città e i suoi palazzi si fa più serrato e profondo il dialogo con l’Oceano. La costa è per me un balcone metafisico spalancato sull’Assoluto. La luce è intensa e delinea con nettezza i contorni delle cose, le onde lambiscono spiagge bianchissime. Mentre cammino sulle passerelle di legno sulla spiaggia, mi affianca un altro pellegrino: è Ismael, un ex-militare di Toledo che è stato hospitalero in alcuni albergues sul Cammino. Procediamo insieme, confrontando le nostre esperienze ed impressioni sui vari Cammini che abbiamo fatto. Anche lui, come Anais, ha un nome che riconduce alla profonda insondabilità delle Acque. Chi può dimenticare il meraviglioso incipit narrativo di Moby Dick? Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.”  

Anche questo Ismael, come il protagonista dell’indimenticabile romanzo di Melville, viaggia per fuggire l’angoscia e l’inquietudine esistenziali. Faremo insieme un tratto di strada per qualche giorno, ma in questo viaggio sento il bisogno di stare da sola per dialogare con l’Atlantico, per poter ascoltare le voci di dentro che via via affiorano sempre più incalzanti, per cui ad un certo punto andremo per strade diverse.

Il Cammino mi riserva una bizzarra sopresa: nell’albergue di Marinhas, per una stranissima coincidenza, ritrovo un ragazzo che avevo già incontrato l’anno precedente sulla via di Finisterre,: sta compiendo il cammino portoghese della Senda Litoral a rovescio, è partito da Santiago e sta recandosi a Fatima. In effetti, quando ti prende la “santiaghite”, come i pellegrini definiscono il morbo che colpisce i viandanti che provano il desiderio irrefrenabile di rimettersi in cammino verso Santiago di Compostela, c’è poco da fare: bisogna camminare e basta!

Cammino, attraversando paesi belli e tristi, intrisi di fascino e malinconie fatali. Giungo a Caminha, l’ultima tappa portoghese. La cittadina si trova sulle foci del fiume Minho, che divide il Portogallo dalla Spagna. Risiedo in un piccolo e grazioso albergo che si trova in una strada periferica dal suggestivo nome di Nossa Senora de Agonia, dovuto all’omonima cappella che posso vedere dalle finestre della mia stanza, dedicata alla Vergine straziata  dal dolore per aver assistito ai tormenti ed alla morte del Figlio. La bellezza del paese al tramonto è struggente e un po’ mi rattrista dover lasciare il Portogallo, la sua gente discreta e silenziosa, la bellezza tragica e fatale che caratterizza questi luoghi così impregnati dell’Invisibile.

 Per passare in Spagna avrei dovuto prendere il ferry-boat, ma a causa della bassa marea le corse sono sospese, per cui insieme ad una coppia di tedeschi mi dirigo verso una spiaggetta dove un traghettatore acheronteo munito di una piccola barca a motore ci conduce dall’altra parte. Durante la traversata, proprio alle foci del fiume Minho, sul mare, compare un castello, simile in tutto ad un miraggio di Fata Morgana. 

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alle foci del fiume minho

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Attraversare il confine sulle acque è un’esperienza entusiasmante, mi fa sentire davvero un’antica viaggiatrice impavida che valica acque e frontiere, in realtà è tutto molto semplice e naturale.

Il nostro Caronte, dopo aver ricevuto l’obolo, ci fa sbarcare in una spiaggetta spagnola e riprendo a camminare inoltrandomi in una pineta, che conduce verso il sentiero costiero.

Sono in Spagna: che emozione, sentir parlare una lingua che riconosco, che mi è familiare, mi fa sentire a casa. Cammino a lungo, attraversando villaggi, e zone piene di sterpi e mal segnalate, arrivo al monastero di Oia, ma continuo ad andare avanti , sempre a fianco del mare fino ad arrivare in un albergue in prossimità di Puerto de Mougas.

Dopo questa tappa, ci si inoltra un po’  su montagne aspre ed impervie a picco sul mare. Mi sento in una dimensione protetta e sicura, ogni mio passo è dentro al Cammino.

Arrivo a Vigo, che è una città con un piccolo centro storico, il Casco Viejo, ma per lo più caratterizzata da palazzoni piantati su strade in salita. Passo tre ore in un ristorante per mangiare quattro sardine fredde pagate anche care, dove c’è un solo cameriere affannatissimo che fa salti mortali per servire gli avventori. Me ne torno contrariata verso l’albergo a notte inoltrata,

Vigo è una città di contrasti e contraddizioni, ma il giorno dopo, mentre me ne allontano, mi riconcilio un po’ con lei. Più salgo più si amplia la prospettiva ed appare un panorama meraviglioso,  la città affacciata sul mare e davanti a lei, il bellissimo arcipelago delle isole Cies.

Arrivo nel pomeriggio a Redondela, tappa in cui confluiscono i due cammini, quello portoghese della costa e quello centrale, prendo un trenino che mi conduce sulla spiaggia e mi godo mezza giornata di mare. A Redondela mi si palesa nella chiesa parrocchiale l’immagine di Sant’Jago Matamoros, ovvero la versione truculenta e bellicosa del Santo. Su questo cammino, rispetto a quello francese o inglese, in cui l’Apostolo compare in veste di viandante, sarà invece ricorrente l’iconografia guerrafondaia.

Il mattino seguente parto presto. Il flusso dei pellegrini totalmente assente sulla Senda Litoral  si è intensificato, ci sono comitive di boy-scouts un po’ troppo chiassose per i miei gusti, però i boschi di eucalipti  mantengono intatto il loro fascino e cerco comunque di tutelare la mia solitudine. Arrivo a Pontevedra, una città che subito mi conquista con la splendida basilica di Santa Maria Maior dal preziosissimo portale rinascimentale, dove si venera Santa Lucia  e l’originalissima chiesa di A Peregrina, lunga e stretta, eretta in forma di conchiglia di San Giacomo. All’interno c’è una bellissima statua dedicata alla Divina Pellegrina che rappresenta la Madonna in veste di viandante.

Via via che mi avvicino alla meta, mi sento sempre più schiva e selvatica, non ho voglia di socializzare con nessuno, mi sento bene con me stessa, assorta nei miei pensieri e nelle mie considerazioni, sola, sconosciuta, straniera. Passo attraverso foreste, campi, piccoli borghi abitati, ci sono scritte sui muri che inneggiano all’indipendenza del tipo “Galiza no es Spain”, la gente nelle osterie parla gallego. Arrivo a Caldas de Reis, e trovo l’albergue in una zona in prossimità del fiume, vicino ad un bel ponte di origine romana, rimaneggiato nel Medioevo. La cittadina è piccola, non offre granchè, ho perfino il tempo di annoiarmi. Vado a dormire presto. Domani partirò alla volta di Padròn, ultima tappa prima di Santiago.

Arrivo a Padròn quasi senza accorgermene, la tappa è breve, sono solo diciotto chilometri, ma importanti perché qui si addensano tracce, memorie, testimonianze.  Dopo boschi e fiumi, si giunge a Pontecesures, dove la leggenda narra che giunse su una nave senza equipaggio, ma guidata da un angelo, il corpo decapitato di Santiago che era stato martirizzato ad Haifa,  accompagnato dai suoi discepoli Teomiro e Atanasio. A Padròn, il cui antico nome romano è Iria Flavia, c’è la chiesa di Santiago in cui è conservata una grossa pietra (pedron) alla quale si dice fu legata la barca degli apostoli proprio in questa località.

Questa località è famosa per tanti motivi, anche culinari: per i celeberrimi pimientos de Padròn, il piatto tradizionale a base di peperoncini verdi fritti conditi con sale grosso, di cui vado pazza, perché accompagnati dalla birra Estrella, costituiscono il viatico ideale del pellegrino. Nella cittadina è in corso una festa medievale: sfilano per le vie menestrelli, saltimbanchi, giullari, streghe e folletti e anche gli abitanti sono tutti in costume. Così m’immergo nell’anima celtica della Galizia e comprendo meglio l’essenza di questo popolo di cantori e poeti.  Sì, questa rivelazione mi giungerà proprio a Padròn, poiché trovo due statue emblematiche: una dedicata alla poetessa gallega Rosalia de Castro (nata nel 1837 a Santiago di Compostela e morta a Padròn nel 1885) e l’altra a Macìas, meglio conosciuto come o Namorado, uno degli ultimi trovatori galiziani, vissuto intorno alla metà del Trecento, e morto tragicamente per amore, la cui città natale è appunto Padròn.

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casa-museo di rosalia de castro

Risultati immagini per casa-museo di Rosalia de Castro

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 Visito la casa-museo di Rosalia de Castro, nelle cui stanze aleggia ancora la sua presenza, vedo le sue  fotografie, i suoi scritti, le immagini che la rappresentano. Nella sua camera, sul muro sono scritte le parole che pronunciò prima di morire :”Abride esa fiestra, que quero ver o mar.” “Aprite questa finestra, che desidero vedere il mare.” Rosalia de Castro ha incarnato lo spirito stesso della Galizia, era coraggiosa ed indomita, una antesignana delle battaglie per l’emancipazione delle donne, ma anche una sognatrice, una visionaria, con lo sguardo volto all’Invisibile. Questa visita mi emoziona molto.

Parto al mattino, attraverso boschi di eucalipti, paesini coi tradizionali horreos, i granai galiziani sopraelevati che servono per mantenere all’asciutto i prodotti della terra, incontro parecchi cruzeiros, crocifissi di pietra che segnano  le tappe del cammino, ormai manca una quindicina di chilometri alla meta. Mi colpisce il fatto che il sentiero sterrato inizi a brillare: nella polvere che accompagna i miei passi c’è una luce: sarà forse del quarzo o del marmo polverizzato a produrre questo effetto, ma di fatto sto per arrivare a Campus Stellae, dove una luce brillava per indicare dove si trovava la tomba di Santiago. Sul Cammino accadono tanti prodigi e questo è uno dei tanti.

Nell’ultimo tratto nel bosco, incontro un gruppo di persone, tra cui Daniela originaria di Roma, con cui inizio a parlare e che mi racconta che si è trasferita da poco a vivere a Muxia, perché si è innamorata delle nebbie e delle piogge della Galizia. Quando inizia la periferia di Santiago il gruppo con Daniela prende un’altra strada ed io proseguo  attraversando vie che mi portano verso il centro. Arrivo, felice ed emozionata, non provo nessuna stanchezza, ho l’impressione di essere arrivata all’improvviso, troppo presto.

Poi la città con la sua bellezza mi cattura e m’immergo nella sua atmosfera unica. Sono appena arrivata e già mi manca.

 

Negra sombra

Quando penso che tu sia fuggito,
la tua ombra scura mi sorprende
e ritorni ai piedi del mio capezzale
cogliendomi di sorpresa.

Quando immagino che tu te ne sia andato,
ti mostri nel sole stesso,
sei la stella che brilla,
il vento che fischia.

Se cantano sei tu che canti,
se piangono sei tu che piangi,
sei il fremito del fiume,
sei la notte e l’aurora.

Tu sei in tutto e sei tutto per me.
In me dimori. Non lasciarmi mai,
ombra che sempre mi sorprendi.

di Rosalìa de Castro, 1880

 

Il Cammino quest’anno mi ha donato in particolare la presenza invisibile di tre poeti galiziani che sono stati i miei numi tutelari e compagni di viaggio: le loro parole, i loro versi hanno accompagnato i miei passi scandendo il ritmo del mio andare. Questa triade composta da Rosalia de Castro, (1837-1885) Ramon del Valle-Inclàn  (1866-1936) e Lois Pereiro (1957-1996) ha illuminato il cammino facendomi entrare profondamente nello spirito dei luoghi. La solitudine ed il silenzio mi hanno permesso di raccogliermi per poter udire le loro voci ed entrare profondamente in consonanza con loro.

La bellezza del Cammino è che ti sorprende sempre, non sai mai quali doni ti farà.

 

Lucia Guidorizzi

 

3 thoughts on “SENDA LITORAL: CAMMINARE A FIANCO DELL’INVISIBILE- Lucia Guidorizzi

  1. Se avevo dubbi, ora non mi resta che sognare. Grande Lucia, lo hai reso cosi bello e unico, il cammino lungo l’oceano che favola!! . Oh si! Complimenti Spero tanto essere libera da ogni cosa, che te sai. Vorrei vedere anche le isole Cìes.

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