L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE – Milena Nicolini: Il dono dell’inermità

mario giacomelli

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Mi sono ritrovata a confrontarmi con amiche su questa strana (?) esperienza, che non era di tutte, ma per chi l’aveva vissuta, era così simile a quella delle altre, da sembrare ‘naturale’- con tutte le perplessità che una simile parola comporta, perché, ad esempio, si sapeva che non sempre in situazioni analoghe le persone sono portate  alle medesime risultanze delle mie amiche. Chi uno zio antipatico e anche maligno, da dover sopportare nell’intimità della propria famiglia perché celibe; chi una nonna fredda e capace di cattiverie verso la nuora che poi era la propria madre; chi una cognata odiosamente pungente e litigiosa: tutti, arrivati ad una condizione di grande difficoltà personale e di totale solitudine, con gravi dolori fisici, menomazioni, in totale dipendenza da altri, sono stati assistiti da una delle mie amiche, loro quasi uniche famigliari, che tantissimo li avevano detestati, se non proprio odiati nella vita precedente l’invecchiamento. Ed eccole a dirsi, sorprese, come, di fronte alla totale assenza di difese, alla assoluta dipendenza da altri per sopravvivere degli assistiti, si siano sentite di colpo cadere dal cuore rancori, recriminazioni, rabbie, odi; come in un rapporto rinato, nuovo, senza provare costrizione, pesantezza o santità di sacrificio, e  nemmeno senso di potenza, di riscatto, di rivincita. Di colpo si sono sentite bene. Essendo noi intente a riflettere sul dono, l’abbiamo chiamato il dono dell’inermità. Qualcosa di simile è successo anche a me, con mia madre. Questa volta le parole che vi propongo sono mie.      ,

Lei è nel letto a sbarre col materasso ad aria che danno a casa per chi ha problemi di piaghe o di ossa. Il suo sonnellino dopo il pranzo. Come da sempre, quando le era possibile. La testa alta su tre cuscini perché respiri meglio. La guardo dalla poltrona ai piedi del suo letto. Dorme profondamente. Capita invece che si lamenti piano come un neonato e chiami ‘mamma’ mille volte. Lo fa pure da sveglia, come una nenia infinita,  anche per ore, non tutti i giorni, ma con una frequenza sempre maggiore; prima erano proprio singhiozzi, profondissimi e disperati, come per una tragedia appena subita, mi facevano male come delle frustate. Pensavo che ritornasse ogni volta alla morte improvvisa di sua madre, a quattordici anni, di notte, quando la sbalzò via dal sonno suo padre che urlava. Poi, piano piano, forse perché non ce la faceva più a quella gran fatica, si è composta a questo pianto che sembra un lamento sussurrato, respirato appena. A volte dà voce al lamento, come: ‘dove sei?’, ‘quando viene la mia mamma?’, ‘perché non è qui?’. A volte, se sta seguendo una vecchia registrazione dei Tre Tenori (Pavarotti, Carreras, Domingo – questo qui le piace moltissimo anche per la prestanza fisica: se lo gode, se lo loda in ogni piccolo particolare, mi accorgo che se lo immagina ricco di buon carattere, bei modi, gentilezza: si è innamorata) può intercalare ad accenni di canto a fil di voce, qualche brandello del consueto lamento: ‘mamma’. A volte, invece, dorme ruggendo, i suoni più aspri, animali quasi, sembrano di rabbia o di paura o di difesa accanita o di attacco: dice la psicogeriatra che vanno a finire nel sonno tutte le brutte cose allucinate che le pastiglie le mandano via dalla veglia. Oggi no, serena, respiro fondo fondo. Mi alzo per andare in bagno, in assoluta assenza di rumori. Apre gli occhi: ‘Dove vai?’. Non mi chiedo più come faccia ad accorgersene. Mi sente. Mi sa. E’ come quando nel sonno apre un occhio, cerca di tirar su la testa per vedere oltre le sbarre se ci sono, in poltrona. Se mi vede, magari le faccio un cenno di saluto, ‘sono qui’, lei richiude l’occhio e riprende a dormire. Perché capita che sia io la sua mamma. E devo stare con lei, no?, se sono la sua mamma. A dire il vero, devo stare con lei anche se sono sua sorella, sua cugina, perfino sua figlia. Cosa ci vado a fare a casa? Se poi ci sto da sola!, tanto che ultimamente mi sono dotata di un moroso in attesa per convincerla di più: il moroso funziona. Ho imparato a giostrarmi sulle narrazioni che incontrano i suoi desideri o le antiche aspettative che facevano la nostra abitudine: così come la sua convinzione che io dovessi avere un uomo al mio fianco per farla sentire sicura di me, o l’accettazione che io fossi impegnata con la scuola o le prove di teatro o l’impegno politico o qualche cos’altro di irrinunciabile per me. Ci ho messo tanto tempo a smettere di ribellarmi, a sospendermi la voce infastidita dal suo bisogno pressante di tenermi, ancora dentro quella sua stretta di bene da pitonessa che mi ha costretto per tutta la vita a difendermi dall’essere reingoiata al suo utero. Perché ci stavo troppo bene nel suo grembo. Adesso la sua perenne esigenza di me è di una neonata alla  madre, sensibile anche solo ad un’ombra di irritazione in un gesto, un’espressione, un tono di voce. Adesso io mi sento sua madre. Non ho avuto figli, con lei sono arrivata a conoscere quel darsi senza rifiuto o opposizione nemmeno intimi, segreti, che passa sopra tanta fatica, stanchezza, rinuncia, di cui avevo vissuto solo la parte passiva, che avevo solo guardato in altre donne. Stupita di come si può consapevolmente sbuffare, anche andare in crisi, anche dirsi che non ce la si può fare, ma con una strana certezza di fondo che si continuerà invece. E una felicità nuova, che non è nemmeno una forma di gioia, neanche l’appagamento per un dovere compiuto, ma piuttosto una serenità spontanea, uno star bene naturale, come la lucertola sotto il sole, il galleggiare in mezzo al mare, il rimbambirsi nel bianco di migliaia di margherite, venute su di colpo nel pezzettino di verde sotto casa. Ho accettato di avere perduto, proprio come perdere un braccio o un occhio, la donna che mi ha insegnato, guidato, sorretto per una vita; ho dimenticato le lotte furiose fra noi due, tutte alla fin fine riconducibili al mio bisogno di autonomia e al suo di potermi sempre dirigere, almeno un poco. Mi chiedo com’è potuto accadere. Cos’è che mi ha rifatto. E d’istinto lo so. La sua totale mancanza di autonomia, il suo grande bisogno. Non perché mi abbia investito di potere. No, non ha niente a che vedere con un qualsiasi senso di supremazia, di dominio. Perché invece mi investe di una tenerezza tenerissima, dolcissima, fin mielosa, che mi fa stare bene. Molto bene. La tenerezza dell’inermità.     

 

Milena Nicolini

6 thoughts on “L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE – Milena Nicolini: Il dono dell’inermità

  1. Mia madre l’ha sempre assistita il figlio maggiore con il quale aveva un rapporto di convivenza quasi maritale. Lo sgridava come faceva con mio padre, era rabbiosa se veniva a sapere di qualche sua innocente relazione con una donna ‘esterna’ alla casa. Io, negli ultimi suoi giorni, mi sono tenuto lontano, anche perché abitavo in una città abbastanza lontana dalla sua: ho dovuto essere richiamato dalla mia famiglia perché accorressi a vederla prima che se ne andasse. Non ero convinto fosse così grave e invece l’ho trovata in camera di rianimazione, senza che potesse più parlare. Mi hanno fatto indossare rivestimenti antisettici prima di poterla incontrare. Ero realmente un alieno rispetto alla sua nuova condizione. Spero che abbia sentito le parole che le ho detto, non per il senso che avessero, ma per il semplice riconoscimento della grana della mia voce. Il figlio piccolo. Milena racconta benissimo il suo rapporto con la madre che c’è e non c’è e io non potevo che ricambiare il suo messaggio con il raccontare dal mio punto di vista l’incapacità di donarmi all’inermità. Anche mia madre mi ha stretto in una spira soffocante, ma il non assisterla non era per ripicca: io ero fuggito una volta e non avrei più ritornare nel seno della casa. Si fanno delle scelte da cui non si può tornare indietro. Il dono dell’inermità non potrei che donarlo alla nuova famiglia che ho costruito in un altro progetto di vita e di relazione. Sarebbe interessante capire quanto la generosità e la tenerezza legata all’inermità sia dettata dai legami di sangue o da una contiguità di corpo e di spirito che lascerebbe spazio a una scelta in piena autonomia e non all’obbligo, alla necessità.

  2. Da due anni sto lavorando in poesia in una casa di cura per anziani, quasi autonomi o mancanti di ogni minima capacità di sopravvivenza. Nei due anni precedenti a questi, ho praticato il canto in un’altra residenza dentro cui gli ospiti erano affetti da grave handicap psichico e tossicodipendenza. Per non parlare delle mie assistenze continuative personali a persone care carissime o abbandonate da parenti. Questa mia premessa è importante perché significa la mia parola.
    La relazione con un tu inerme, che respira sulla soglia di un non lucido, non continuativo, quasi consapevole dialogo, è complessa. Anche le nostre dinamiche hanno radici difficilmente nominabili e distinguibili.
    Tuttavia per incidere qui una scrittura indicativa, seppur semplificata, dichiaro che per me entrare in quel tu ultimo è una flessione corporea e linguistica estremamente impegnativa ma necessaria: pone alla comunità una testimonianza congiuntiva, eversiva rispetto a codici sociali consumistici (anche nella relazione), individualmente accende una ricerca intellettuale, spirituale, poetica agente fin nelle nostre cellule primarie; scardina certezze e rovescia la nostra autoreferenzialità, educa alla pratica umana, alla proiezione verso il basso, all’impermanenza. Non permette scampo. Insegna il recupero del senso del sacro e di energie. In tutto questo, non nomino il sentimentalismo. Nomino l’intensità e l’intimità del sentire. Nomino la scoperta di altri linguaggi oltre il verbale. L’uscita dal limite, così come viene comunemente interpretato e vissuto. La tenerezza sì. Anche verso sé stessi specchiati nell’abisso.

  3. Mi sento privilegiata ad aver assistito alla nascita di questa grazia dalla carne di Milena, attraverso alterazione cardiaca, urla e pianti, ha fatto uscire nella carne ancora, ciò che lei sente, un’intesa finalmente. Tu dici che no , ma per me questo è volare..

  4. la tenerezza altrui mi ha sempre spaventato, come la durezza degli altri mi ha sempre indignato. Però conosco lo speciale legame che permette di parlarsi senza dire una parola, ed è, anche in senso doloroso, magnifico. Penso provenga da un mondo preumano. Molto lucido e toccante questo scritto, Milena.

  5. Carissima Milena che dire del tuo scrivere? mi sento letta dentro come nessuno mai. Un darsi senza ritorno, madre della propria madre. Pure io lo divenni per tanti anni, tantissimi anni.Un abbraccio.

  6. Che bella cosa dirci tra noi, inermi anche noi a questo dono di parole, la tenerezza. Così poco attuale nell’oggi delle supremazie. E così potente, invece. Teneramente grazie.

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