ISTANTANEE- Anna Maria Farabbi: Le parti del grido di Lorenzo Chiuchiù

lu cong

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Non leggere Le parti del grido, ma attraversare scalare immergersi in quest’opera, grati di una vera e propria rigenerazione per incontrare  chi vive l’assoluto in poesia: Lorenzo Chiuchiù.
La mia forte affinità con Lorenzo Chiuchiù è nella condivisione dello stesso morso, della stessa urgenza drammatica, della stessa apnea nel tacere,  sorgendo poi la parola nel canto: per questione di vita e di morte. Dentro questi cardini, il rigore tesse la permanenza allo studio, all’onestà, al confronto incessante con la luminosità dei maestri e delle maestre, nelle loro impronte in terra, fosforescenti e seminanti. La sobrietà di Chiuchiù si integra con la sua poesia, dove ogni verso è scolpito dopo aver inghiottito il fulmine, divenendo imprescindibile e fulcrale. Scrivo fulcrale poiché ogni poesia di Chiuchiù crea un fulcro in ogni verso, impegnando chi legge in un’intensità di concentrazione, in un esercizio continuo di spostamento intellettuale e spirituale. Si accede a una terribilità, a un furore sanguigno, escatologico, della bellezza come consapevolezza, responsabilità di ogni gesto, nominazione, relazione, pronuncia, ma al tempo stesso esperienza epifanica tesa al mistero.

Il canto è dunque questo lirico battito cardiaco cesellato che si genera dal profondo, da quel sacro poco pasoliniano, spigando in verticale, passo dopo passo, fiato dopo fiato, parola dopo parola, verso dopo verso. Penso al significato di ciò che Cristina Campo definisce imperdonabile con tragica perentorietà.  

Milo De Angelis, ancora una volta a fianco dell’autore, narra l’opera nella sua postfazione magistralmente precisa, sostando proprio nella dinamica verticale di Chiuchiù, nell’incredibile, originale, legame tensivo a cui il lettore è chiamato a rispondere.

La sonora potenza del proprio combattimento interiore, la sensibilissima ricezione di ogni vibrazione cosmica all’interno della propria cassa di risonanza, costituiscono l’officina di questa poesia, spogliata fino al raggiungimento di un’ essenzialità lirica che mantiene teatralmente l’immagine, senza ammiccamento: quasi come spaccati di coniugazione tra cosmo, io profondo, noi.

Chiuchiù va incontrato in tutta la sua produzione, anche in quella saggistica: www.lorenzochiucchiu.it 

La copertina apre una pagina di Prometeo di Luigi Nono. E’ l’annunciazione dell’opera. Il volto di tutto il corpo.    

Un tratto nel periferico

Hai detto: impossibile che il bersaglio non crei la freccia. Siamo illuminati dal temporale; i riflessi incalcolabili come le morti, come le stelle, come le anime e il dolore, sono tutte illusioni spirito e rasoi. Dietro di me si apre una porta, siete tutti voi.

Anna Maria Farabbi

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lu cong

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Testi tratti da Le parti del grido di Lorenzo Chiuchiù

La stanza febbraio è ancora
la nuda correzione del fulmine –

possediamo il foglio che separa
il bianco dentro il bianco
ed è nostro anche se niente è nostro.
Abbiamo colpa e fuoco cardiaco –
e correremo. Abbiamo trattenuto il fiato:
una due dieci volte, una unica e solitaria
la notte– e respireremo:
sua è la stella ascetica.

L’estremo ti trova senza motivo
sostanza misericordia non ritrattabile
e vene infuse nel marmo senza
le molte avvisaglie del passo falso.
Dicevi grazie all’unica volta,
perdutamente, ma ricorsive come
le vite nel passo ancora falso
le nuove metriche erano
il corale che cantavi da solo
per tentarti, per tradirti, per
sottrarti: ma tu credevi, avevi te stesso
colpa e notturno cardiaco.

È sempre il febbraio delle carte decifrate –
anche per un sasso che affonda nella neve
mentre tu ritorni dal lavoro e dal presente:
ma tutte le menti amate sono sconfitte e gloriose
perché, guardami, i cieli sono tutti scritti,
feriti a morte e ancora sacrificati, come soldati.

E dall’altra parte piove –
dovremo dividere pane e terra,
finché non saremo pane e terra.

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lu cong

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Affermazione

Dici: continuerò a credere e tu devi accettarlo –
io sono questa veste, l’icona rubata e
la gioia a bruciapelo che non smette più –
e io lo so: anche questa pioggia cade
dall’altro mondo, e la sirena di fabbrica
esce dal corno della genesi

ma nessuna pietà per le pietre,
o per le terre: solo la nave le vene
e le vele in fiamme
ci condurranno e ci negheranno:
perché, te lo ripeto ancora, noi resteremo.
C’è solo la guerra del cielo dei violenti
e prima solo un freddo alla tempia,
un cerchio assoluto
la pura incarnazione, nell’orbita.

Domina l’arteria astrale e hai
la seconda resurrezione, la porta arcuata
il cratere ricoperto di stelle marine
profonde come fornaci benedicenti –

e voi, partiti verso la terra, ne avete chiesto
la parte: e non dire, non cadere,
non voltare la carta. Hai trovato
il ponte che arde nella sua maestà:

ricorrenti come il grano
scansioni di silenzio, geologie, combustioni:
tu non tornerai ma hai l’arteria astrale

e anche tu, nella periferia dei presagi
possiedi le tue vene raggianti.

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NOTE SULL’AUTORE

Chiuchiù ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Iride incendio (Niebo, La Vita Felice, 2005), SorteggioMarietti, 2012), Lparti del grido (Effigie, 2018). Ha inoltre curato Metafisica cristiana e neoplatonismo La devozione alla croce di Albert Camus (Diabasis, 2004 e 2005). Di Jean-Paul Sartre ha curato e tradotto Mallarmé, la lucidità e il suo volto d’ombra (Diabasis, 2010). Ha pubblicato Atleti del fuoco. Undici studi tra arte, tragedia e rivolta (Mimesis, 2018). Infine è sua l’introduzione a Così parlò Zarathustra (Giunti, 2017).

Lorenzo Chiuchiù, Le parti del grido- Effigie 2018

2 Comments

  1. Ci sono poeti per cui la relazione con i lettori vive nel metterli a parte di una lucida deriva da cui farsi trascinare nel momento stesso in cui scatta l’interpretazione dei versi: penso a Rimbaud e Celan, ad esempio. Si elabora un alfabeto segreto ma incendiario in cui l’esperienza personale trascende nella cosmogonia. Il dolore non è solo umano, ma leopardianamente radice di ogni cosa terrestre e celeste:” i cieli sono tutti scritti/feriti a morte e ancora sacrificati come,/ soldati.” I deragliamenti di senso di Chiuchiù sono cuciti da una fibra viva che percorre tanto l’uomo quanto la natura. E mi piace molto questo rivolgersi all’altro, quel dare del tu che può indicare un rapporto privilegiato di confidenza – un altro particolarmente vicino-, ma che si espande a un tu generico, al mondo.

  2. E’ una poesia che non conoscevo e mi attrae, come calamitata, forse per un senso del confine ulteriore imprescindibile da tentare e sempre respingente, non a sconfitta, ma a misura incompleta, quando l’approssimazione alla completezza – difficilissima – è da cercare di qua dal confine. Cercherò Le parti del grido. Grazie, Anna Maria.

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