BALENE E CRINOLINE- Adriana Ferrarini

abito dalla collezione balenciaga, primavera/estate2020 – stilista demna gvasalia 1

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Chi costruì Tebe dalle Sette Porte?
Dentro i libri ci sono i nomi dei re.
I re hanno trascinato quei blocchi di pietra?
Babilonia tante volte distrutta,
chi altrettante la riedificò? In quali case
di Lima lucente d’oro abitavano i costruttori?
Dove andarono i muratori, la sera che terminarono
la Grande Muraglia?

[…]

Da B. Brecht, “Domande di un lettore operaio”

  1. Domanda di storia 

Dato che una balena ha circa 300 fanoni, ognuno lungo fino a 3 metri e mezzo, che – messi in fila – fanno un chilometro circa di lamine, simili ai denti di un enorme pettine, forti ed elastiche, quante voluminose crinoline potevano uscire dalle sue fauci, all’epoca in cui le donne indossavano gonne a mongolfiera? 

Considerato che i piedi di una donna in statura eretta siano il centro di una circonferenza di diametro variabile (a seconda delle epoche) da uno a tre metri, e che per mantenere rigido il cerchio servissero quindi da uno a tre fanoni,  ipotizzo che dalla povera balena spiaggiata e squartata potessero venire fuori da centocinquanta a cinquanta sottogonne, che avrebbero imprigionato nei movimenti le grandi dame dell’aristocrazia, ma allo stesso tempo le avrebbero consacrate nel loro ruolo statuario, privilegiato, creature magnifiche e immaginarie, rivestite d’oro e di perle e di sete e broccati, creature per le quali uno stuolo di umili individui spendeva e spesso rischiava la vita. Allevatori di bachi, tessitori, pescatori di perle, sarti, cacciatori di balene, pirati erano infatti al servizio di queste semi-divinità immortalate da artisti che, viste a una certa distanza, perdevano ogni parvenza di umano per assumere quella di una farfalla, un’enorme, crudele, potente e leggiadra farfalla che succhia il sangue di una balena, si fa illuminare dal suo grasso, profumare dalle sue escrescenze gastriche. 

  1. Breve storia della crinolina

 

crinolina dal victoria and albert museum

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La moda del verdugale 2 venne lanciata da Giovanna di Portogallo, regina di Castiglia, nel XV secolo, si dice, per nascondere una gravidanza illecita. Caterina d’Aragona, figlia dei Reali di Spagna e prima moglie di Enrico VIII, portò la moda in Inghilterra nel secolo successivo. All’epoca, la Spagna era il paese più potente d’Europa, cioè del mondo, con i suoi sterminati possedimenti che un papa, di sangue spagnolo, le aveva riconosciuto, il famoso Alessandro Borgia, firmando il trattato di Tordesillas, ed è ovvio quindi che il Paese dettasse legge anche in fatto di moda. Grazie ad Anna Bolena, la seconda moglie di Enrico VIII, ripudiata ed esiliata in Francia, la moda arrivò anche nel paese francese dove raggiunse una forma esasperata: i cerchi sempre più ampi e la vita sempre più stretta. Nel 1700 prese poi il nome di “panier”, cioè cesto, perché le sottogonne erano così ampie da sembrare cesti rovesciati. 3

Per un breve arco d’anni, quelli successivi alla Rivoluzione, le donne si liberarono di queste gabbie, ma nell’Ottocento le gonne tornarono a essere così voluminose da rendere quasi impossibile la deambulazione. « Due donne non stanno più insieme nei primi posti di un palchetto in teatro, né dentro una carrozza. Cinque donne sedute in vicinanza non possono chiacchierare in confidenza perché separate dalla loro ampiezza, bisogna che gridino. Un uomo seduto tra due donne scompare», si lamentava lo scrittore francese Alphonse Karr. 4
È allora che entrò in uso il termine “crinolina”, dal momento che la stoffa della sottogonna era intessuta di crine di cavallo, il che le assicurava maggiore rigidità.

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dominique ingres, ritratto di joséphine-éléonore-marie-pauline de galard de brassac de béarn, principessa di broglie1851–53

Risultati immagini per Dominique Ingres, ritratto di Joséphine-Éléonore-Marie-Pauline de Galard de Brassac de Béarn, principessa di Broglie1851–53

 

  1. La caccia alle balene

La moda della crinolina va quindi di pari passo alla caccia alle balene, che dal 1500 fino a metà del 1800 portò quasi alla scomparsa dei cetacei. 

Certo, la caccia aveva altri scopi, non certo quello di creare leggiadre e iperboliche gonne femminili: bisognava macellare 30 buoi per avere lo stesso quantitativo di carne, 300 maiali per il grasso, inoltre lo spermaceti (la sostanza cerosa presente nei capo dei capodogli) era essenziale per l’illuminazione. La caccia alle balene si esaurisce infatti poco dopo lo scavo del primo pozzo petrolifero negli USA, in seguito al quale l’illuminazione passa dalle lampade ai lampioni a gas. Gli stessi fanoni avevano poi molti utilizzi: venivano usati, ad esempio, come ammortizzatori per le carrozze (strano, eh, quasi fiabesco, immaginare carrozze che corrono su strade  polverose sobbalzando sulle lamine/ denti di un mostro marino?!) e per le stecche degli ombrelli. Per non parlare dell’ambra grigia, prodotta dall’intestino dei capodogli, ingrediente di base dell’industria profumiera.

Ma se penso alle balene, inseguite lungo gli oceani e alla fatica di inseguire un animale simile a un mostro preistorico e di squartarne la carne a furia di accette e coltelli nella puzza di fumo del grasso, che lì sul posto veniva sciolto, in luoghi inabitabili come Smeerenburg (villaggio olandese nelle isole Svalbard, il cui nome  significa appunto “grasso di balena”, che ospitava in una stagione circa 300 baleniere per un numero di persone intorno alle 18000 unità), se penso a tutto questo, e poi giro lo sguardo verso le tenere damigelle dei secoli passati e sento il loro fremito di desiderio e di piacere nell’indossare una veste così voluminosa da rendere difficile l’incedere e un bustino così stretto da limitare la loro respirazione,  lo riconosco, c’è qualcosa nella storia del mondo che mi sfugge. Mi aiuta, anche se non mi piace, la Bibbia là dove dice: “Il timore e il terrore di voi sia in tutti gli animali della terra e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono dati in vostro potere. (Gen 9,2)”. Ma nel fondo resto sempre il lettore di Brecht, con l’aggravio di essere una donna, una lettrice operaia. 

Ogni pagina una vittoria.
Chi cucinò la cena della vittoria? Ogni dieci anni un grande uomo.
Chi ne pagò le spese?

Tante vicende.
Tante domande.

Adriana Ferrarini

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Riferimenti in rete e bibliografici:

http://www.bbc.co.uk/oceans/locations/arctic/smeerenburg.shtml

https://fashion-history.lovetoknow.com/clothing-types-styles/skirt-supports

https://en.wikipedia.org/wiki/Farthingale

https://www.missdarcy.it/breve-storia-della-crinolina/

Cristina Giorgetti, Manuale di Storia del Costume e della Moda, Cantini, 2002

Georges Vigarello “L’abito femminile. Una storia culturale”, Einaudi, 2018

 

NOTE AL TESTO

 1 – Demna Gvasalia, di origini georgiane, è il direttore creativo Balenciaga, storico marchio cui egli  ha ridato vita con il suo stile dissacrante e provocatorio. Nella presentazione della sua ultima collezione ha fatto sfilare abiti da sera con enormi gonne sorrette dalla crinolina, ispirati alle creazioni di Cristobal Balenciaga, ma indossate da modelle con visi  seri e imbruttiti da protesi sulle labbra e agli zigomi.
Ovviamente lo stilista impegnato sul fronte del rispetto dell’ambiente, non ha nulla a che fare con stecche di balene ecc.  Ma quel suo vestito, versione moderna e disincantata delle ottocentesche crinoline e dell’immaginario fiabesco ad esso legato, compreso quello disneyano, mi hanno condotto a queste riflessioni. bilioteca Quindi, grazie  a Demna Gvasalia!
Sottostante il video della sua sfilata, molto molto teatrale, per i colori – blu elettrico, rosso velluto, nero, oro, argento su fondo blu cobalto – e per la struttura della passerella a cerchi concentrici, lungo la quale le modelle con le loro enormi gonne procedono severe e slavate come burocrati sovietiche.
https://www.ilpost.it/2019/10/02/parigi-moda-ss-2020/

2 – verdugale n.m. [pl. -i] nell’abbigliamento femminile dei secc. XVI-XVII, sottana cerchiata di stecche e funicelle rigide, che si portava sotto la gonna dell’abito per tenerla allargata; guardinfante  dim. verdugalino
Dallo sp. verdugado, deriv. di verdugo ‘pollone, bacchetta’ (con allusione al materiale di cui era fatta la gonna); cfr. verduco.- (dal dizionario online SAPERE.IT)

3 – panier- n.m. [pl. -s] (Storia del costume). Sottogonna fornita di cerchi di balena o di giunco che allargavano le gonne sui fianchi. Appare nel 1718 e resta di moda fino alla Rivoluzione.
(tradotto dal dizionario di lingua francese Larousse)

4- “La sua diffusione è così ampia che un Manuale dei casi di coscienza del 1728 riporta questo gustoso dialogo:
– Può essere tollerato l’uso del panier?
– Molti confessori lo tollerano..
– Se certi confessori tollerano il “panier”, ebbene bisogna cambiare confessore se non si vuole perdere la propria anima… “
Citato nell’interessante studio dello storico francese Georges Vigarello “L’abito femminile. Una storia culturale”, Einaudi, 2018, per il quale l’abito femminile occidentale è seganta da una volontà di geometrizzazione del corpo, coerente a un progetto di controllo di tutto ciò che è naturale.

Dal blog https://www.missdarcy.it/breve-storia-della-crinolina/

 

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