T9 LE PAROLE INCOMPLETE – Paolo Gera: Commento e lettura dei testi da “La distanza delle orme @” di Marco Bellini

thingvellir-parco nazionale islanda

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Contro l’urgenza della novità, dell’appena uscito, della prima fila a ogni costo, ho recuperato un libro pubblicato addirittura quattro anni fa…Il titolo, significativo, è “La distanza delle orme @” e l’autore si chiama Marco Bellini. È una raccolta di poesia che argomenta su distanze remote e su uno scarto minimo tra passo e passo, che diventa però incommensurabile se proiettato sulla linea del tempo. È bello poterne parlare in questi giorni di ricerche istantanee, di notizie smentite appena nate e di sveltine al governo. Questo, si sa, è il tempo della pesantezza invasiva dei profili, di chi fa la voce grossa per farsi seguire da milioni di smarriti: si segue il volto beffardo di chi ci incanta e non ci si accorge che quello ammiccando non va avanti, ma rincula. Se si vuole procedere seguendo qualcuno che conosce la strada è gioco forza non vederne il volto, ma la nuca e nel cammino la nuca che precede, ha connotazioni identitarie molte meno marcate di una faccia – tosta o non tosta che sia – e si avvicina come riconoscibilità alle nuche degli altri. Le parole di Marco Bellini indicano appunto questa linea avanzante dell’anonimato, i viaggi complicati di adesso, le peste leggere di tre che si affacciarono al mondo milioni di anni fa, remotissimi principianti senza volto, o il primo cerchio di uomini sconosciuti che si riunivano in Islanda per condividere parole e comportamenti: “un’assemblea incerta, uno stare assieme/attorno a messaggi faticosi che imparavano/diventavano pilastri e ancora di più/oggi, per noi pietra angolare” ( da “Thingvellir, p. 49, vv.9-12).
In questo libro si racconta di uomini scomparsi e le cui tracce occorrerebbe ritrovare, a garanzia della collettività, nell’intrico sociale e giuridico della nostra società. Le loro voci si ritrovano progettualmente in un ‘a parte’ del percorso poetico di Bellini, in un sentiero tracciato più a monte e nello stesso tempo più a valle. Per ascoltarle occorre un computer. Si inserisce il cd allegato al libro, si digita sull’@ che compare come segno anche sui versi stampati, si leggono le testimonianze di coloro che si sono persi per strada, magari dopo avere indicato una direzione, e che diventano solo in quel momento, grazie alla tecnologia, parte integrante del testo, completandolo dialogicamente. Nell’idea creativa di Bellini le orme degli antenati conducono direttamente alla loro decifrazione digitale, spettri immateriali ritornati volumi attraverso lo spettro strumentale dell’elettronica. La chiocciolina rappresenta la velocità incomparabile dell’attuale comunicazione. Homo facit saltus. I piedi nudi degli ominidi, senza rivestirsi di scarpe, si dotano delle stringhe informatiche necessarie per la raffigurazione di pensieri ancestrali.
Questa poesia di lunghe distanze, si collega a campi scientifici quali la geologia e l’antropologia, a recuperare radici, a raffigurare substrati immutabili e paesaggi invece fragilissimi. Seguendo l’esempio della scuola geopoetica fondata da Kenneth White, bruciando incensi intellettuali sotto l’effigie del capostipite Seamus Heaney, affiancando poeti italiani come Matteo Meschiari, Bellini si allontana dall’io solipsistico per identificarsi con il profondo conscio collettivo delle generazioni, in una vocazione epica non magniloquente, ma lucida, scarnificata, dove la debolezza è forza e dove il vuoto, l’orma, il cammino incerto è più fertile del pieno, della terra calpestata nella battaglia, della marcia militare. La partenza è sempre la stessa, sempre identiche sono le mani che si stringono e gli sguardi che si ricordano. Le migrazioni di migliaia di anni fa sono primitive come quelle di adesso: ne siano causa il pericolo o il miraggio di un’altra esistenza, c’è una volontà di trasformazione più forte di ogni rischio, di ogni trauma, di ogni perdita di identità. In maniera del tutto antiretorica è un impegno poetico contro il preminente, in difesa dell’eguale, delle caratteristiche comuni che da migliaia di anni definiscono l’uomo in ogni parte del mondo.
Le stesse segnature concettuali elaborate dalla scienza subiscono uno scossone. Il regno animale e quello vegetale si fondono in una rifondazione genetica totale, sostenuta dalle vibrazioni potenti del mito, come nelle due emozionanti composizioni che prendono spunto dai riti funebri della tribù indonesiana Toraja: il corpo del neonato morto viene affidato, in una cavità del tronco, alla custodia di un albero. “(Per loro non hanno scelto la terra; la terra non sa trovare il cielo.) (“Bambini apocrifi”, p. 29, vv.1-2.) Per Bellini e la sua curiosità è fondamentale la tecnica del ritrovamento: un meteorite caduto a Modena, un nuovo pianeta nel cosmo, un bambino selvaggio, le orme che gli ominidi lasciarono impresse nel fango a Laetoli in Tanzania, 3,7 milioni di anni fa. Ma lo sguardo scientifico rimarrebbe nozionistico e incompleto se Bellini non lo arricchisse del dubbio umanistico, delle domande che allacciano ontologicamente, direbbe Elias Canetti, il popolo dei vivi e quello dei morti. Più che mai, in questo tempo finale, tutti si salveranno o nessuno.

Come forse qualcuno sa, la vocazione di questa rubrica è dialogica. Per questo numero ho chiesto ospitalità alle poesie di marco Bellini e ho pensato di trasformare l’indicazione @ – la loro porta aperta – in una presenza orale, la mia. Ho registrato la mia voce che recita le parti segrete dei testi di Marco Bellini, trasformati così in file audio da inserire nel punto esatto indicato dal testo. Ho usato qualche strumento che ho trovato in casa (un piccolo megafono, un imbuto con il volto di Pinocchio, lamine metalliche), ma anche le mie mani battute sulle labbra che si aprivano per parlare. Interpretando le suggestioni delle poesie, ho cercato di unire strumenti primitivi e i ritrovati attuali della tecnologia. Sono tentativi: la technè non è innata, mente e mani hanno provato milioni di anni fa con rami e sassi e sperimentano ora sulla tastiera di un pc. Si va avanti, fino a quando non ci saranno più pietre, alberi e computer.

Paolo Gera

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Da “L’appartenenza sospesa @”

Sei un uomo in partenza
rimetti mano ai conti, stavano lì
per negare.

Tracci la fila: quanti sono
gli abbandoni le mani staccate.
Non vedi pretesti.

Disarmato nella spunta
hai misurato il peso lasciato. @

La carne avuta
come un inganno non è bastata.

 

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Da “Bambini apocrifi @”

Alberi che proteggono l’ultimo tepore
nella ferita disposta; talamo sigillato
dove si compie la mescolanza la confusione
delle ossa nel legno. Tra gli scavi
della corteccia affiora il muschio
dei pensieri; atti senza movimento. @
Vivono la morte, un giorno
per ogni giorno portati su
verso l’alto il gesto, ascendono
con un passo di cellulosa, proteso.
Per loro che non sanno, l’ombra
del tronco con le ore si sposta
misura tra l’erba il dono mancato.
Dove la volta si spande, tra le foglie
si fa nuovo un globulo rosso.

Madri antiche passano raccolgono
e cullano i frutti caduti.

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Da “L’enfant sauvage @”

Non sapremo mai dov’era per te
il luogo della parola madre,
quanti capezzoli contava, il timbro
dei suoni, del fiato trasmesso.
Un segreto che respinge: dove avevi preso
il latte, il calore per l’infanzia
dentro quel bosco che ti ha restituito
e i colori rimasti incollati all’iride
come un passaporto. @ Ti apparteneva
una pace, il posto dove riconoscerti,
dove stare era giustificato.

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Da “Thingvellir @”

Ho chiesto la memoria dell’erica,
l’esempio dimenticato tra le rocce, l’ombra
di un’eco, di una parola riconosciuta legge. @
Le porterò con me, una radice nella tasca,
schegge di basalto sotto le suole,
come un monito venuto dalla faglia
e con loro i segni perduti:
il silenzio del vapore, di una nascita lontana,
un’assemblea incerta, uno stare assieme
attorno a messaggi faticosi che imparavano
diventavano pilastri e ancora di più
oggi, per noi una pietra angolare.

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Da “Verso di noi @ (Le orme di Laetoli)

Prima del Similaun con i suoi doni antichi
prima della torba di Tollund fertile di corpi
e di parole per Seamus, furono passi inconsapevoli:
l’orizzonte africano centrava le pupille
muoveva la formazione dei cromosomi
veloci verso di noi verso le domande,
il segno involontario di una scrittura implume
un graffio come un’attesa
per una diversità mai riconosciuta. @

Sarete una traccia paziente
necessaria a mostrare la fragilità
che ci fa persi dentro il cuoio
di una scarpa, schiacciati
in un presente di ritorno dove ancora
continuiamo a esitare il profilo.

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Da “Verso di noi @ (Le orme di Laetoli)

Di quel giorno si chiese la permanenza
nessuna canzone per un nome in prestito
ma un nodo a cui legare la storia.
Il Sadiman porse il velo al caso
che afferrò un piede e con lui il tempo
tenuto lì per farci meno smarriti.

Procedevate verso di noi
lo si vedeva da quei pochi gesti
resi nell’aria abitata; uno stare lungo
capace di contare le comete. @

Il vostro dire si è compiuto a Laetoli
capoluogo che cancella i confini nati
sui colori, sui tratti; impronta gravitazionale
che ci lega e ci sente
e noi sentiamo, sempre
oltre la distanza dei movimenti.

 

cinziala-distanza-delle-orme-284755.jpg

Marco Bellini, La distanza delle orme @- La Vita Felice 2015

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