ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso:  “Il rumore dei passi” di Luca Ispani

archivi – vita contadina

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Ho conosciuto fin dall’infanzia i luoghi più poveri e vivi, ricchi di tutte le contraddizioni e la forza, arcaica e primitiva, dei piccoli paesi di campagna, delle case contadine in presepi di comunione umana. L’origine selvatica, e la prossimità a questa condizione, non l’ho mai abbandonata, anzi, mi ha aiutata a sentirmi sempre una ribelle rispetto all’appiattimento, l’omologazione e la scorticazione dei sensi che, quanto chiamano civiltà, esegue coercitivamente sulle persone, soprattutto i più ricchi e dotati di ricchezza emotiva e sensibilità, i bambini. Sento con la stessa carica eversiva di un temporale in piena estate, di una grandinata a luglio. Tellurico è tutto il mio essere viva. E questo mi è rimasto dentro anche dopo tanto, tanto tempo, anche dopo il fallito tentativo di addomesticamento nelle scuole che ho frequentato, e attraverso le relazioni con gli altri. A ben guardare solo la natura è realmente anarchica e ogni essere ha la possibilità di evolversi secondo le proprie possibilità e volontà, pur mantenendo un silenzioso rispetto per tutti gli altri componenti di uno stesso habitat, costituendo veramente un consorzio collaborante per la sopravvivenza comune. Per questo sono convinta che conoscere non sia andare in giro scorrendo sulle cose e credendo di comprenderle, ma guardarle da dentro, vivendo in quelle viscere, oscuri e pregni come le radici delle piante, acquitrini di cielo come possono esserlo anche i fossi più luridi o i crolli delle case. Non c’è orologio che scandisca le ore se sei in simbiosi con i luoghi, tutto ha una luce particolare e differente, tutto parla con una sua tonalità di sole diversa e vibrante. La terra ha un disciplina che si acquisisce in lunghi silenzi, guardandola sì ma anche nutrendosene, curandone i frutti con un rispetto che non esiste più. E’ duro, è lento e ti ustiona. Non guarisci da quelle ferite, restano dentro di te, sono per sempre i tuoi nodi più profondi. Serve tempo, tanto tempo, perché quella terra si faccia fertile. Ora tutto va di fretta. Tutto è semplice consumazione da fast food e rapido scorcio prospettico, tutto deve essere compreso, facile.
L’uomo che a poco a poco si apre alla banalità si arrende come una fortezza in cui, una volta incrinate le fondamenta, non si troveranno più né forza né mistero.- Ernst Jünger- Ludi africani.
Di Arminio non mi ha mai colpito nulla, se devo essere sincera. Nessuna sua scrittura mi ha mai fatto sentire la profondità di una relazione vera, profonda, intima con la terra. Tutto costruito dietro una vetrina, oltre cui le cose restano ciò che sono, ostensori della sua scrittura. Non mi interessa questo genere di scrittura. Non è relazione. Piuttosto è una predica dal pulpito di nuove cattedrali mediatiche, diretta ai sordi, ai ciechi, agli afasici, che ormai sono sempre più numerosi e credono di trovare in un’ora di viaggio e chiacchiere, al bar o all’osteria, o ascoltando un qualsiasi messia quel quid, una pasticca sonora che salva, per qualche ora, per qualche settimana. Poi altra corsa e un souvenir da un’altra contrada, masticando in fretta una salsiccia, formaggio e polenta, poco importa. L’aria, l’aria respirata è quella che salva. Eppure nessuno comprende che anche il più piccolo, l’infimo paese sperduto chissà dove, è il centro dell’universo e lo si sente e lo si vive solo se si entra in comunione col proprio profondo silenzio, con la propria magmatica inquietudine, perché niente è fermo, niente è quieto, niente è arte ma vita che nella parte più oscura della mente deposita le sue lucertole, o le uova di una serpe rossa, che abita nelle nostra ossa e ci pervade e cattura e ci abbatte o solleva, oltre la piccola dimensione di una addomesticata parola. Dovunque sei tu, tu che vedi e incontri te stesso. Non esistono messia, né poeti capaci di fare qualcosa, se chi legge non trasmigra in sé, e lo fa camminando sulla sua strada, e sui luoghi delle sue parole. Il resto è quella pula che crea una densa polvere inutile. Quanto agli uomini credo proprio che nessuno, anche quello che si dice il più umile, sia semplice. In ognuno la complessità è la medesima, la stessa forza, la stessa carica di luce e ombra, perché tutti ci accendiamo nella stessa origine e ci spegniamo nella stessa orma d’ombra. C’è di parla e parla e parla, c’è chi scrive e non si mostra, non si mette in vetrina utilizzando la miseria, riverberandola come fosse ricchezza. La miseria è squallore. La povertà non è miseria. Misero è chi pur vivendo nell’agio, nelle comodità, non sa dare a sé stesso un briciolo di luce con cui farsi il pane che lo sfama davvero. Miserabile è colui che non sente e recita il sentire che un altro a sua volta teatralizza su un palcoscenico di sordi.
Serve davvero viverle le cose, le relazioni, con le persone e con i luoghi, e serve maturarle in sé anche dopo averle fisicamente perse ma intimamente accolte in uno spazio imperdibile, perché vivissimo, profondo, dentro di sé. Il resto è didascalico, un lavoro di restauro mal riuscito su cose che non appartengono. Appartenere non è avere e l’identità è solo identificazione con tutto quanto ci respira. Vento, questo siamo, un soffio. E. Tutto di questo mondo e di tutti quelli che creiamo ci appartiene se lo abitiamo intimamente, se è veramente nostro corpo.
Freddo, inanimato luogo, la poesia paesi-o- logica recita solo la morte. Serve andare scalzi sull’erba e sulla terra, e berne l’acqua dalla vena di cielo profonda, sentire così, senza possibilità di dimenticanza, che siamo la stessa sostanza, e dentro, oltre la vita, ci abita da sempre anche la morte. Non sono in molti a voler vivere questa consapevolezza, sempre chiara
sempre davanti agli occhi, tangibile al gusto al tatto, all’olfatto. Cruda e dura la poesia della vita non dà tregua. Ispani, in questi testi della raccolta, ascolta il rumore dei passi, intravede qualche ombra delle tracce. Gli auguro di sentire dentro di sé il peso di quelle orme, il sapore autentico del vivere.

Fernanda Ferraresso

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silvio bonelli- vita contadina

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A Franco Arminio

Ogni tuo verso è paese
è salvezza per i muri e per i vecchi
per le chiese e le panchine
per pettirossi e rondini
per i campi e i prati.
A te devo la poesia
quella degli umili
degli uomini semplici
ricchi d’onestà
e amore.

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Raccolta dei mirtilli (Appennino)

fa miele con i dolori
la vecchia al focolare
bocca blu
intreccia ricordi, giovinezza d’incanto.
La piazza è in penombra
la sera cade lieve sulle case
famelico ritorno
carico di gemme nere.

L’anziana coglie l’istante del bacio rubato
lassù sulla collina
dove aspro era il sapore della vita
dolce quello dell’amore.

Il mirtillo nella mano sottile
uno scrigno ritrovato
tesoro per l’anima
luce negli occhi.

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Io sono

Sono sete
Sono sudore
Sono sale
Sono ossa
Sono chi ha il corpo trafitto
da lame di parole
orgogliose e bisbetiche
funeste malinconiche.
Sono il cielo che guarda l’inferno
Il vuoto del bicchiere
il morto che celebra la danza del becchino sono
[l’inettitudine del volere e potere.
Non vedi i passi indietro
la congiura del passato
il precipizio
i piedi disfatti del viandante
l’esperienza costruita a botte e lacrime.
Torneranno a vedere gli occhi il pieno degli
[alberi estivi e le notti calde
con te abbarbicata al mio giaciglio di nuvole
la sera faremo autostop tra stelle e astronavi,
[l’assenza sarà meno grave.

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Note sull’autore

Luca Ispani nasce a Modena il 19 maggio 1979. Ha 8 anni quando vince il primo premio presso un concorso giovanile in Veneto indetto da una radio locale. Vincitore e segnalato in numerosi premi nazionali e internazionali, studia da tempo da autodidatta diversi autori. I suoi preferiti sono Whitman, Ginsberg, Corso ed è affascinato dal movimento della beat generation e il suo legame con la musica jazz di cui è appassionato assieme al rock anni ’70 e ’90.
Negli ultimi vent’anni si è appassionato alla paesologia. Studia Celati, Arminio, Scoltellaro e si è appassionato da poco alla poesia di Alfonso Guida .
Inizia a fare letture poetiche nel 2004 per lo più in eventi di arte di strada dove si sente più a suo agio. Dal 2014 al 2015 ricopre il ruolo di vice-presidente presso l’associazione culturale “i poetineranti “. Collabora con il collettivo di poesia nazionale “Bibbia d’Asfalto” dal 2014 al 2016.
Da qualche mese segue il progetto “Grungeart” che è la creazione di un vero e proprio spettacolo basato su testi porformanti, musica e arte visiva riconducibili al movimento “grunge”dei primi anni ’90. Parecchi suoi testi sono stati tradotti negli Stati uniti ,in Messico e in Australia.

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Luca Ispani, Il rumore dei passi- round midnight edizioni 2019

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