TANGO di Luciano Prandini. Promenade a tre libri- Lettura critica di Milena Nicolini

pablo mesa capela

 

Gli ultimi tre libri di poesia di Luciano Prandini, Il sommesso viaggiatore del 2008, fulét del 2012, e Tango –   ancora inedito al tempo di questa scrittura, nell’estate del 2019, ma già premiato con una menzione speciale al concorso Poesia Onesta 2019 di Ancona – sono strettamente intrecciati: una triade aperta, perché si intuisce che il poeta non ha per niente concluso il suo percorso. Il sommesso viaggiatore è ancora quasi tutto in italiano, appena un poco più concettuale, ma si sente l’avvio deciso verso gli altri due in dialetto, soprattutto per il tema del confine tra la vita e la morte quale punto privilegiato di osservazione (non a caso alcune poesie saranno riprese con lievi variazioni in Tango), ma anche per il nuovo andamento dei versi brevi, che si muovono nell’immediatezza della nominazione, nel ritorno baciato, consonante e allitterante del suono così come nelle fole litanianti del dialetto. Con fulét il dialetto ridefinisce e ridisegna la natura, i ricordi, le domande esistenziali; ancora più scorciato il verso, più fulminante la nominazione:

Mingèen

A to vist
col ciòld piantâ
in dal cupét, j’očc
fora da la testa…
…………un bèc
e šò, šacâ
…………sota la fnestra…

Ogni tent at pens
………..specialment
quand’a sent
………..al cucù…
“Al conta al temp
……….ca’š’resta”,
t’adšêv, e mi:
………“Sident!”…

Adess,
quand l’am torn’in ment,
……….a pens
che da’d’là ‘n’csia
………..gnent,
ma m’admand l’istess:
………..chisà s’l’am sént…

 

a Ernesto, compagno d’infanzia

( Ernesto – Ti ho visto/ col chiodo ficcato/ nella nuca, gli occhi/ fuori della testa…/ una smorfia/ e giù, stramazzato/ sotto la finestra…// Ogni tanto ti penso/ specialmente/ quando sento/ il cuculo…/ ”Conta il tempo/ che ci resta”,/ dicevi, e io:/ “Accidenti!”…// Adesso,/ quando mi torna in mente,/ penso/ che di là non ci sia/ niente,/ ma mi chiedo lo stesso:/ chissà se mi sente…)1

Infine, con Tango, decisamente annunciato in falistri di fulét, si ha l’approdo alla pienezza del dialetto, cioè a quell’essere sempre il pensiero anche cosa, mondo, dove non c’è mai de-scrizione a sé stante, ma materica disponibilità a significare:

 Pupli

Am piaš al pupli
ca cress in riva ai fòss
a vress catârli tuti,
puntarmli adòss,
fioc ross,
ca vress
chi s’incarness
in dla camiša
un raš ad sól
in brass, un viaš
ca’n dura briša:
dop poc
li s’infiapìss,
sensa scadór,
però m’armagn impìs
………al cór

 

(Papaveri – Mi piacciono i papaveri/ che spuntano dai fossi/ vorrei coglierli tutti,/ appuntarmeli addosso/ fiocchi rossi/ che vorrei/ s’incarnassero/ nella camicia,/ un raggio di sole/ in braccio, un viaggio/ che non dura mica:/ dopo poco,/ avvizziscono/ perdono turgore,/ però mi resta il fuoco/ nel cuore) Da Tango.  

 

Prandini, poeta, narratore, vignettista e scrittore di belle filastrocche la cui portata etica non è inferiore a quella di Gianni Rodari, autore di audiovisivi, nonché editore competente e fattivo di tutte le fasi della lavorazione di un libro (editing, impaginazione, grafica ecc.), affonda le sue radici profondamente nel mondo contadino – che solo toponomasticamente è quello della Bassa Modenese, perché la configurazione esistenziale, la Weltanschauung, dell’homo agricola è forse la più trasversale linea egualitaria dell’umanità nella storia dal neolitico in poi  e nella geografia globale. In questa concezione del mondo, nonostante le diverse forme di socialità, di religione, di pilastri ideali, e nonostante le frequenti organizzazioni patriarcali, mi pare di scorgere una maternalità di base. Che è l’attenzione massima dell’innesto della vita nella vita, ma che va anche oltre; oltre, quindi, l’importanza della semina, della coltivazione, della fruttificazione dei viventi – non-umani e umani. Oltre, e cioè nella diffusa legatura  della creaturalità: per la quale davvero tutte le cose, anche quelle brutte o negative, sono creature; per la quale tutte le vicende dell’esistere – nascita, crescita, maturazione, procreazione, morte – sono dello stesso grado-valore, sia in un animale, che in un uomo, una pianta, una terra; e per la quale questo stare di tutte le creature dentro un condiviso esistere (che non distingue il diverso per gradi di valore, ma lo coglie come il proporsi della metamorfica realtà – irriducibile ad un astratto unum – nel suo multiforme sfaccettarsi), per la quale – dicevo – quest’essere tutto e tutti in connessione implica cura, responsabilità reciproca, e almeno rispetto, se non è sempre possibile l’amore. Qualcosa di non lontano da quanto Francesco faceva sentire nel Cantico delle creature. Qualcosa che pure Luciano Prandini ci dice nella massima semplicità 2:  

Un d’lor
Na rigula
la ciàpa al sol,
na furmiga
la va par la so strada,
na lumaga
la riga al marciapée,
na pasarìna
la squàsa j’ali
in sal grisol dal pos,
na galìna
la ràsa la géra,
al vent al fa l’amor
coi fior…

……………..e mi
culgâ par tèra
a son un d’lor…
(Uno di loro- Una lucertola/ prende il sole,/ una formica/ va per la sua strada,/ una lumaca/ riga il marciapiede,/ un passerotto/ agita le ali/ sull’orlo del pozzo,/ una gallina/ raspa la ghiaia,/ il vento fa l’amore/ con i fiori…/ e io,/ steso a terra/ sono uno di loro…)Da Tango.3

Non si tratta di un elenco, ma di una rete relazionale, in un momento qualsiasi senza eventualità speciali che la connotino, rete che il poeta rende visibile come fosse la trama delle radici di un orto dietro casa. Essere in questa rete, sentirsi in questa rete è il suo equilibrio, la sua pace, la sua aspirazione:

Respirâr

Respirâr l’udóor
dla tèra arada
…..pronta da samnâr,
scultâr i rumóor
fóra da la strada…

star al sóol,
……far l’amóor
in sna piantâda
con l’erba ancóra da šgâr…
cantâr a gola avèrta
……dlong al caradóon…

(…)

(Respirare- Respirare l’odore/ di terra arata/ pronta da seminare,/ ascolare i rumori/ oltre la strada…// stare al sole,/ far l’amore/ lungo una piantata/ nell’erba ancora da tagliare…/ cantare a gola aperta giù/ per la carraia…(…))  4

Senza perdere, però, il tratto forte di un’ironia che caratterizza tanta sua scrittura e che certo gli viene dal tratto salace e fulmineo della vignetta; ironia con cui riesce ad adombrare, senza spingere sul pedale della tragicità, il controcanto del negativo, il possibile male. Dice egli stesso, nelle vesti del sommesso viaggiatore: “(… )[Il sommesso viaggiatore n.d.r]cerca di incunearsi tra i corpi per guadagnare il margine della corrente e poter spaziare con lo sguardo fino all’orizzonte. E liberare i suoi gesti lasciandosi trasportare dalla corrente ascensionale

aquilon

al làs andâr
poc a la volta,
più su, più su…
al stag a guardâr
e l’am porta con lu

(aquilone- lo lascio andare,/ poco alla volta,/più su, più su…/ lo sto a guardare/ e mi porta lassù) 5
che diluisce la tragedia e lenisce la sofferenza con il balsamo dell’ironia.”6

Tutt matt

Bugàda
steša al sól
pasarìni in fila
in sla ramàda
rundanìni in vól
……..bass,
ciòsi a spass
par l’èra, un putin
al corr adrée a un pulšin,
e tra ‘l cloni
dla barchésa
me madar
la fa la trésa…
po’ tut un tratt
un gren s-ciass
dal faraoni:
…….tutt matt
……….tutt matt
…………tutt matt

(Tutt matt- Bucato/ steso al sole/ passeri in fila/ sulla rete/ rondini in volo/ basso,/ chiocce a spasso/ per l’aia, un bambino/ insegue un pulcino,/ e tra le colonne/ della barchessa/ mia madre/ che fa la treccia…/ Poi tutt’un tratto/ il chiasso/ delle faraone:/ tutt(i) matt(i)/ tutt(i) matt(i)/ tutt(i) matt(i)) Da Tango.

Un raš

Un raš ad lûš
……pr’al bûš
dla sranda,
da l’élta in bass,
in dla cambra
……scura,
fin a la porta,
na sporta d’granlîn,
……un s-ciàss
d’fij fin, sfûš,
…..campióon
d’aria ca šgura,
…..ca s’cûš
in di palmóon…

Mej la lûš.

(Un raggio- Un raggio di luce/ da una fessura/ della serranda,/ dall’alto in basso/ per la stanza/ scura,/ fino alla porta,/ una sporta di granini,/ un chiasso/ di fili fini, sfusi,/ campioni/ d’aria impura/ che si cuce/ ai polmoni…// Meglio la luce.) 7

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pablo mesa capela

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In questi versi così essenziali, secchi, ancora di più sbalza in spessore l’ironia interna all’antitesi doppia: mentre la bellezza del raggio che taglia la penombra mostra il suo pulviscolo inquinato, proprio la luce, che dovrebbe dar corpo per antonomasia alla verità, sarà il veicolo per rifiutare quella stessa verità. Vorrei comunque sottolineare come anche in questo scorcio negativo non emerga né si raccomandi un’estraneità del fenomeno, un’espulsione ideologica, che potrebbe essere tipica di una denuncia ecologistica dirompente; il che non significa che il poeta sia tollerante del fenomeno in questione, ma solo che lo denuncia umano, lo dichiara difficile da sciogliere per la consuetudine umana di voltarsi dall’altra parte, si mette tra gli uomini tentati di girare la testa. Forse, mi viene da dire, una denuncia più complessa di uno slogan al megafono. Non è comunque un caso isolato questo in cui il poeta descrive la sua tendenza a rimandare i conti sospesi; gli capita più spesso di quanto non vorrebbe, come di fronte ai sensi di colpa, anch’essi creature reali che s’intrecciano alle cose materiche, in quanto esistiti come errori ed esistenti come derivate consecutività:

Pcâ

I sta lugâ a riva
adrée al barcóon
i sta sit, i’n crida
i fisa al caradóon…
A volti as fa un vent
alšer, tra’l foji, i plón
ma mi fag finta ad gnent
am šac sora l’ulmón
(…)
A volti i pâr squajâr
na timpesta d’istàa
i guard, a vress scapâr
ma l’è trop tard… trop tard…
………..trop tard…

Alora am volt’in là
a guard al specc
……….chisà… chisà…
ma ormai a son trop vecc
ag pinsarò
……..da dlà.
(Peccati- Stanno nascosti a riva/ dietro il barcone/ stanno zitti, non fanno grida/ fissano il sentiero…// A volte spira un vento sottile/ tra i pampini e le foglie/ ma fingo di non sentire,/ l’olmone mi raccoglie…//(…)// A volte sembrano snidare/ una tempesta d’estate/ li guardo, vorrei scappare/ ma è troppo tardi… troppo tardi…/ troppo tardi…// Allora mi giro in là/ mi guardo nello specchio/ chissà… chissà…/ ma ormai sono troppo vecchio/ ci penserò/ di là.) Da Tango.
In questa Weltanschauung, pur essendo importante l’occhio rivolto al futuro, quindi una visione diacronica del tempo, resta comunque centrale l’importanza dell’esistere sincronico, dove, appunto, la rete relazionale può manifestarsi al meglio:

Fiòc

Fiòc alšer
pri bròc
i par néev…
……..però
i vola in élt
prima ad gnir šò,
i porta i sem
dal piopi ca gnarà…
di fióij chi sarà
……….ca sarem…
E mi vag con lór
in sa in là
con tut i pinséer
alšer, alšer…
chi va… chi va…
………Incòo
gh’è’l sol
e dmèen?
Chisà…
……..Sa pióv
i sparirà
ma mi a n’in vóij
……..saver
dal móij
stag sempar chi
con lór
……..in vól
………………in ciel.

(Fiocchi- Fiocchi leggeri/ sui rami/ sembrano neve…/ però/ Volano in alto/ prima di cadere/ portano i semi/ dei pioppi che verranno…/ dei figli che saranno/ che saremo…/ E io vado con loro/ in qua in là/ con tutti i pensieri/ leggeri, leggeri…/ che vanno…
vanno…/ Oggi/ c’è il sole/ e domani?/ Chissà…/ Se piove/ spariranno/ ma io non ne voglio/ sapere/ del bagnato/ sto sempre qui/ con loro/ in volo/ nel cielo.) Da Tango.
Dove anche, stando nella durata del tempo e non nel suo scorrere, sembra possibile scacciare la possibilità stessa del negativo. Non è una forma di cecità negazionista, ma un atteggiamento quasi apotropaico, così come era consueto nel mondo contadino scacciare il malaugurio: se è vero che fin dai primi giorni dell’anno si guardavano gli andamenti metereologici per ricavarne le previsioni dei mesi a venire, con la precisione e la serietà di un meteo attuale, è anche vero che, con nuvoloni da tempesta in arrivo, si ricorreva a riti più o meno sciamanici, come bruciare nel camino foglie dell’ulivo benedetto, pronunciando qualche formula protettiva. Ma il tempo forse più praticato del mondo contadino è un tempo circolare, un tempo del ritorno: dal regolare succedersi delle stagioni e delle ore del giorno, al regolare succedersi delle vite, dagli eventi che tornano e ritornano quasi con le stesse parole nei ricordi orali, all’esperienza che dagli eventi si fissa nei proverbi, nei detti, nelle fole, nelle filastrocche. Non è certo un caso che Luciano Prandini sia così capace nel costruire le sue filastrocche, quasi sempre ambientate in un mondo di natura ed animali, e tese a proporre dietro l’evento raccontato l’acquisizione di un principio etico od esistenziale. Anche quando non sono filastrocche, come in Tango e fulét e Il sommesso viaggiatore, il poeta tiene spesso la maniera della cantilena, con le sue rime o assonanze asservite alla memorizzazione, i versi teatranti che ammiccano ad uno spettatore orale:

Šguasarón
Nivui scur, madur
con la cresta, in fila,
e in elt un s-ciap ad rundón
ca crida,
šguasarón pin d’timpesta?
Silti e tron in róta, un sfracass
e un s-ciass ad fraschi là sóta:
la piopa o l’ulmón?
Che squaij!!
Al diavul in festa…

E da la fnestra
cavaij al galop,
la luna sot’i cop,
me nunon con la cagnòla
pers in dl’anquena
adrée la fola dal lov:
a piov… a piov…
Poc lunten un trirò,
un landin col piò,
Cianin coi fior šaij,
davšin al canal
e la mama cl’al ciàma
con tut al fiâ cla gâ:
ven a cà…
……………..ven a cà…

(Acquazzone- Nubi scure, mature/ con la cresta, in fila,/ e in alto uno stormo di rondoni/ che grida/ acquazzone pieno di tempesta?/ Fulmini e tuoni in rotta, un fracasso/ e uno schianto di frasche là sotto:/ il pioppo o l’olmone?/ Che spavento!!/ Il diavolo in festa…// E dalla finestra/ cavalli al galoppo,/ la luna sotto il coppo,/ mio nonno col bastone/ perso nella cantilena/ dietro la fola del lupo;/ piove… piove…/ Poco lontano un trirò (camion a gasogeno ancora in uso nel dopoguerra),/ un landini con l’aratro,/ Lucianino coi fiori gialli, vicino al canale/ e la mamma che lo chiama/ con tutto il fiato che ha:/ vieni a casa…/ vieni a casa…) Da Tango
Così torna, come ogni giorno, la sera, anzi la basóra, alla lettera l’ora bassa, perché l’ora, il tempo è il sole che li dà, come ci dice il poeta in un testo di fulét: “La sìra, quand al sol ag móola/ e l’òra la s’arsòora/ in dl’orba (…)” (Sìra- La sera,/ quando il sole va [qui devo permettermi un appunto: la traduzione in italiano, per quanto autonoma, non può perdere quel potente “ci molla”, cioè smette perché non ne può più, del sole]/ e l’ombra si riposa/ nell’oscurità (…)); e nell’ora bassa si apre un mondo magico che convive coerentemente con la realtà contadina:

Basóra
Quand al ciel
……….ag mòla
a la basóra,
a guard al sol
……….ca mór
da dop i bròc,
tra i nivuj
ca cambia culór,
………….e i sivuij
d’un falchet
in vól…
………..Alora
am grep
a l’arlìa
…………dal cór
e ‘spett la stria
…………di fulet
ch’im toš in brass
e im porta via
………….con lór

(Tramonto- Quando il cielo/ si arrende/ verso sera,/ guardo il sole/ che muore/ tra i rami,/ tra le nubi/ che cambiano colore,/ e i richiami/ di un assiolo/ in volo…/ Allora/ mi aggrappo/ alla malia/ del cuore,/ e aspetto la magia/ dei folletti/ che mi prendono in braccio/ e mi portano via/ con loro) Da Tango.
E quando torna il ricordo, mescolandosi a corona col presente in una danza all’indietro, è già diventato segno di qualchecosa d’altro, che non cancella l’unicità irripetibile di quell’evento, ma ne fa sapienza corale:

In fond
In fond,
sa guard luntéen
a ved al mond
in un gusól,
l’incóo,
………..al dmèen
a l’indrée…
………..e un ragasól
sensa pinsér
ca’l corr adrée
………..di clomb.
I vress ciapâr
In méen
…………ma lor
i salta su a vulâr
……alšér,
……….in ciel…

(In fondo – In fondo/ se guardo lontano/ vedo il mondo/ in un grano,/ l’oggi,/ il domani/ all’indietro…/ e un ragazzino/ senza pensieri/ che rincorre/ colombi…/ Li vorrebbe afferrare/ con le mani/ ma loro/ saltano su a volare/ leggeri,/ in cielo…) Da Tango.
Anche Dio e Cristo, più che entità metafisiche, fanno parte della creaturalità di questo mondo, essi stessi creature soggette a tutti gli alti e bassi della vita:

Crist
Al stava là
in sia croš
taca a’n ciold
šmort
……….frî
………….scarnî

L’am fisava stort
intent che in un canton
…………là in fond
la television
la scandiva fort
al destin
…..dal mond
………..c’avensa…

Puvrin
ho pinsâ
an n’è brisa mort
………..abastensa

(Cristo- Stava là/ sulla croce/ appeso a un chiodo/ pallido/ ferito/ smagrito…// Mi fissava storto/ mentre in un cantone/ là in fondo/ la televisione/ scandiva forte/ il destino/ del mondo/ che avanza…//Poverino/ ho pensato/ non è morto/ abbastanza) Da Tango. 8
Può capitare allora che addirittura Gesù, indignato dell’andazzo del mondo, metta in atto il gran rifiuto, che lo aveva tentato nel Getsemani:

Gesù
(…)
Adess l’am fisa,
al fa ‘n scatt,
al drisa la testa,
as das-ciòlda,
al ven šò e’l diš:
…………“Basta,
l’è ora d’far festa!”
po’ l’šgarbis la croš,
al scavalca la fnestra
e’l partis in vol
pr’al paradiš…
(…)

(Gesù – (…) Ora mi fissa,/ fa uno scatto,/ drizza la testa,/ si chioda,/ scende giù e dice:/ “Basta,/ è ora di far festa”,/ poi strappa la croce,/ swcavalca la finestra/ e parte in volo/ per il Paradiso…) 9
Anche se poi questa fuga si rivela un’immaginazione del poeta, non perde la sua verosimiglianza, acuita dalla mordacità ironica. Che si abbina perfettamente ad una poesia in italiano di più di dieci anni addietro:

Dio è morto?
Dio
……..è morto?
……………..Forse…
ci ha ripensato
………..e si è nascosto,
………………..pentito,
sull’altare,
………..a meditare
………………..sul creato
che gli è uscito
……….storto.
Ci ha voluto impastare
………………….a sua somiglianza,
……………………….ma,
a quanto pare,
…………senza troppa
………………..importanza…
Ha pasticciato,
…………..o gli si è rotto
…………………..lo specchio,
oppure il fango
……………era troppo
……………………vecchio…
Poi, visto
………….Il risultato,
si è coperto la faccia
………….e ha gridato:
………………….....“Cristo!”
E ci ha mollato
…………………….alla guazza.10

E’ un Dio che, proprio perché sta comunque – in presenza o assenza – dentro il mondo, può essere criticato

Valîš
(…)
Po’ g’darò
un póm-dógn,
quel c’an s’pol briša
sgagnâr,
al stess che LU
l’aress duvû dar
………a Eva
risparmiand al mond
al pcâ originâl…

(…)
(Valigia – (…) Poi gli darò/ una mela cotogna/ quella che non si può/ morsicare,/ la stessa che LUI/ avrebbe dovuto dare/ a Eva/ risparmiando al mondo,/ il peccato originale…) Da Tango.
Un Dio costantemente cercato e perso alla Caproni, come nella bella Cantata Profana de Il sommesso Viaggiatore:

Dio c’è,
ma non ci credo…
capisco il perché
ogni volta
che lo vedo…
.

Dio non c’è,
eppure ci credo…
capisco il perché
ogni volta
che lo prego.11

Ma anche chiamato alla resa dei conti in modo più pungente a volte, dati gli aculei di un’ironia che può farsi satira, come quando, dopo avere in exergo riportato alcuni versi di una canzone famosa di Guccini su Auschwitz, dice:

Divina Potenza

Non cade foglia
……..che Dio
……………….non voglia…

Esempio,
……..o spiegazione,
……………….del perché

contano più
……….le foglie
………………delle persone. 12

Ogni cosa nel Cantico delle creature, il Sole, la Terra, la Luna, il Vento, il Fuoco, l’Acqua, sono “sora” e “frate”, in una catena che dal “bon Signore” ha origine e termine, e la lode li raggiunge là dove la loro bontà-bellezza si esplica nella funzione di dare “sustentamento” alla vita. Ecco allora com’è possibile che anche la morte sia parte di questa creaturalità; Francesco la includeva innanzitutto per il suo ineliminabile esserci, senza cancellarne la paura che comunque l’accompagnava (quello “skappare”, a cui ogni uomo sarebbe tentato, esplicita il senso comune che Francesco sapeva e voleva riprendere nella sua lode, lontano da preziosismi letterari astratti):
Laudato si’ mi’ Signore
per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare
E solo indirettamente, come si trattasse di un corollario, ne diceva la funzione di immettere al cospetto della giustizia divina. Luciano Prandini fa della morte il punto segnale di un passaggio:

crinal
stâr sul crinâl
l’è gnîr e andâr,
a’s póol sarnîr
quel ca’s vóol fâr

(crinale- stare sul crinale/ è venire e andare,/ si può scegliere/ ciò che si vuole fare) 13

Un punto alto, “mèš a mèš, fûš/ tra lûš e ombra” (metà e metà, fuso/ tra luce e ombra), che permette di spaziare con lo sguardo nel mondo a trecentosessanta gradi e da cui si può “gnîr e andâr/ da dsà da dlà” (venire e andare di qua e di là), “in scavéss al temp”(nelle anse del tempo), per riflettere sull’esistere, proprio nella prossimità del suo spegnersi. Un esistere, prima di tutto personale, col corredo di “nunon”, “padar”, “mama” e “mujer”, nonché “fulét” e “pupli” e “margarìte”, ma che non esclude i grandi eventi che segnano il mondo: dagli attentati terroristici, all’abuso del cellulare, dal dramma palestinese al terremoto.

Al lóv
A pióv,
al lóv
aš móv
in dal curtìl…
che temp s’arviša?
Incóo
an basta briša
i dent,
ag vol ench
…………al bzìl

(Il lupo- Piove,/ il lupo/ si muove/ nel cortile…/ quale visione/ dei tempi?/ Oggi/ non bastano/ i denti,/ ci vuole anche/ il pungiglione) DaTango.
.

Charlie
“Je suis Charlie…”
Sì, enca mi,
con passion.
E… l’epurasion
…………dla Nigeria?
Meno seria?
Sol al “fragor”
………..dna citasion?…
(…)
Lì n’ghè briša Charlie,
sol ombri scuri
col fru-fru
di du peš e do
……….mišuri…
(…)

(Charlie- “Je suis Charlie…”/ Sì, anch’io,/ con passione./ E… l’epurazione/ della Nigeria?/ Meno seria?/ Solo il “fragore”/ di una citazione?… (…) lì non c’è Charlie,/ solo ombre scure/ col fru-fru/ di due pesi e due/ misure… (…)) Da Tango.

.
Allah Hu Akbar!
………….Dio l’è grand
Allah hu akbari
i siga
intènt chi scàsa
i monument…
…….e i crida,
…………..i màsa
d’ij-nocént…

Al Sgnor
con un móstar?
Ad Dio
gnenc l’udor,
al vòstar
l’è sol stram,
………..inciòstar.
E aldàm.

(Allah hu akbar Dio è grande- Dio è grande/ schiamazzano/ mentre abbattono/ i monumenti…/ e urlano/ ammazzano/ degli innocenti…// Il Signore/ con un mostro?/ Di Dio/ neanche l’odore/ il vostro/ è solo strame/ inchiostro./ E letame.) Da Tango.
L’oltre, il “da dlà”, non è proprio leggibile come il mondo: “ A so che da d’là/ n’gh’è gnent/ ma l’è l’istéss,/ ascolt/ e sent.” (So che di là/ non c’è niente,/ ma non importa,/ ascolto/ e sento.) 14 I brevi sguardi lanciati oltre si scontrano quindi con un niente, che, però, non è una conclusione raziocinante, ma semplicemente un altrove estraneo al mondo, un niente della polpa del mondo. La morte fa certo paura, spesso connotata da tremende tempeste. E’ il suo dopo, però, che sfugge. Ma, nel suo stare sul confine, è assolutamente dentro e parte al mondo. E come tale anch’essa creatura. Un po’ ancora caproniana, a volte, ne Il sommesso viaggiatore:

Cara amica
Cara amica, lo sai,
ti penso, ormai,
……………………..da tempo,
da sempre, direi,
(…)
……………………..Lo so
che non posso toccarti,
………………………da tempo,
da sempre, direi,
(…)
………………………Lo so
che non posso toccarti,
oppure sì, però,
………………………dopo
è troppo tardi…

Perciò
non mi affretto
mi fermo ancora un po’
…………………….alla stazione
(….)15
Altre volte drasticamente conclusa in ironico gioco sonoro, “un gnic, un stric”:

Un gnic, un stric
(…)
Dopo,
………chissà,
il niente…
……..il tutto…

Dai, va là,
csa vót ca’ csia,
………da’ d’là…
un azidént!
………un gnic,
………………un stric,
………………………..un zitt…
E po’ più gnént.

(Dai, va là,/ cosa vuoi che ci sia,/ di là…/ un accidenti!/ uno scricchiolio,/ una stretta,/ un silenzio…/ E poi più niente.)16
Poi già in fulét la morte si avvicina molto al poeta, spesso sua prospettiva personale, ma padroneggiata nella scia di una diffusa saggezza popolare, di nuovo a metà tra esperienza consolidata e augurio apotropaico:

Certamént
Certaméent
a saress mej cla gness
….in dal durmîr,
far su fagòtt
in un mument,
….ad nòtt,
sensa capîr…
(…)
L’è brùta, però
cus’importa,
l’è gnuda acsì, a la mùta,
sensa vléer…
…..Stavolta.

(Certamente- Certamente/ meglio sarebbe arrivasse/ nel dormire,/ far fagotto/ in un momento,/ di notte,/ senza capire… (…) E’ brutto, però/ che importa,/ è venuta così, in silenzio/ nottetempo…/ Stavolta.)17

Par tèra

Da mort
la più bèla fin
l’è una sóol:
suplî in tèra,
(…)
A preferiss
far da cuncìm
a èrbi, pienti, fióor,
…….bìs,
con tut al còrp,
par prìm al cóor

L’è più bèl
Servir a quèl,
almeno da mòrt.

(In terra- Da morto/ la miglior fine/ è una sola:/ sepolto sottoterra, (…) Preferisco/ fare da concime/ a erbe, piante, fiori,/ vermi,/ con tutto il corpo,/ per primo il cuore.// E’ cosa migliore/ servire a qualcosa,/ almeno da morto.)18

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pablo mesa capela

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In Tango, riprendendo un testo de Il sommesso viaggiatore, ipotizza la propria tomba, con caratteri decisamente foscoliani: l’arbore amica,“na piènta”, piantata nel mezzo che allunga le radici fino al cuore, “a far ombra”; “na banchina” per permettere ai propri cari di parlare riposati col cenere muto; e fiori semplici nella luce del sole per creare le condizioni della corrispondenza d’amorosi sensi. Ma direi che la morte, divenuta qui molto più estranea: “la Lée”, Lei-là (che nel dialetto del poeta è un pronome che allontana, spesso volutamente al posto di un nome proprio, di un’identità cassata, spesso in tono provocatorio), è sommessamente più presente, sottesa ai tanti ricordi, rimpianti, ai buchi vuoti dove prima c’era stata la vita:

Pinser alšer
Im ven adrée a pée,
alšer, da scalsa
con la néev, la šmalta…
i scavalca la séev,
i rùma, i s-ciùma
a l’orba, in dla sporta,
sovra al tuléer…
voš a l’incroš
d’incoo, da jér…
………..A vress
turner indrée
ricuminciar da cap,
rifar quel c’ho fat
dlong a la strada…
con n’entar gess
…………men greš
in sla lavagna…
(…)

(Pensieri leggeri- Mi vengono dietro a piedi,/ leggeri, scalzi,/ con la neve, il fango…/scavalcano la siepe,/ frugano, schiumano/ al buio, nella sporta,/ sopra il tagliere…/ voci all’incrocio/ dell’oggi, di ieri…/ Vorrei/ tornare indietro,/ ricominciare da capo,/ rifare ciò che ho fatto/ lungo la strada,,,/ con un altro gesso/ meno grezzo/ sulla lavagna… (…)) Da Tango.

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Charlie
(…)
Acsì, quand a sent
al cucù dal temp
…………ca’š’ guasta,
a m’admand:
……………Gesù,
hoia fat abasta?
(…)

(Charlie- (…)Così quando sento/ il cucù del tempo/ che avanza/ mi chiedo:/ Gesù,/ ho fatto abbastanza? (…)) Da Tango.

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Valîš
Basóra: a finis la cora,
l’è ora d’far la valîš.
Cs’ag’mettia? Un brîš
ad tutt al mej:
(…)
…………Sal cat
ag dirò tut
quel c’ho fat:
dal volti am son butâ,
………..batu,
dal volti a son scapà
dal volti a son cascâ
par tèra, in cróš…
dal volti ho fat la guèra
………….a vóš,
mai col furcâ…
(…)

(Valigia – E’ sera: finita è la creta,/ è ora di fare la valigia./ cosa ci metto? Un briciolo/ di tutto il meglio: (…)/ Se lo trovo/ gli dirò tutto/ ciò che ho fatto:/ a volte mi sono buttato,/ battuto,/ a volte sono scappato,/ a volte sono caduto/ per terra, in croce…/ a volte ho fatto la guerra/ a voce,/ mai col forcone…) Da Tango

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Apocalis
(…)
O la Lée
col fer da sgâr
e’l tabar
adré la gent
ca corr aventi indrée
in sal carr di pcâ.

E mi?
Stag chi in cunfin
……….a l’ombra,
con un bicier d’vin
……….s-cet,
a guard al ciel
……….e spet
ca vegna la nev…

(Apocalisse- (…) O Lei là/ con la falce/ e il tabarro/ dietro la gente/ che corre avanti e indietro/ sul carro dei peccati…// E io’/ sto qui in confine/ all’ombra,/ con un bicchiere di vino/ schietto,/ guardo il cielo/ e aspetto/ che venga la neve…) Da Tango.

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Nev
L’ultma paròla
la dirà
………la név
(…)
Fioc a fioc
in sal muš,
……..in si dent,
in d’j’occ,
……..in dal cor…
un linsól
……..senza róta,
col filoss dal vent
……..da sota
e’l baross da scroc
……..coi sproc
dal temp…

(Neve- L’ultima parola/ la dirà/ la neve (…) fiocco su fiocco/ sul muso/ sui denti,/ sugli occhi,/ nel cuore…/ un lenzuolo/ senza spalatura,/ solo il filò del vento/ di sotto/ e il biroccio a ribalta/ con gli sprocchi/ del tempo…) DaTango.
I morti sono portatori della duplicità della morte: da una parte convivono coi vivi, accettati, interrogati, pur se sfuggenti; misteriosi, dall’altra, partecipi di una realtà diversa:

Pochi croš(…)
I mort j’è lì
brasâ a la fumèena
a scunâr l’anquèena
dal témp…
Lor i tâš,
ma mi i sènt

(Poche croci- I morti sono lì/ abbracciati alla foschia/ lari della monotonia/ del tempo…/ Loro tacciono,/ ma io li sento.)19

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I mort
I mort i sta
…coi mort,
andgâ in dal scûr
(…)
Lor i ven
da dlà, ninsun i vóol,
ninsun i sent,
ninsun i sa…
(…)

(I morti – I morti stanno/ coi morti,/ annegati nel buio (…)/ Loro vengono/ dal di là, nessuno li vuole,/ nessuno li sente,/ nessuno li sa…)20
Luciano Prandini è contadino nel sentire, nel pensare, nello sperare e nel disperare, nella carne e nel cervello, nello sguardo sul circondario e sull’orizzonte. E il dialetto è in lui cellula fisica del sentire, vedere, pensare. Anche se è arrivato a scrivere tardi in dialetto,21 non gli è posticcio, non lo sceglie come variante linguistica o esibizione intellettuale modaiola, piuttosto frequente nella stanchezza creativa di questi tempi di crisi; non lo pratica in versione tradotta di un italiano primario. Il suo dialetto ci arriva con tutta la forza sensuale che gli compete, portatore di una natura, di un mondo di cui non è solo limitrofo, adiacente, tangente, ma fisicamente, matericamente suo prodotto-frutto, suo testimone-impollinatore, suo esploratore odisséo : il poeta così ne percorre l’inviolato, l’ignoto intorno a sé e dentro di sé, più che alla ricerca di risposte, piuttosto sull’antica scia, invece, di domande a cui nessuno ha mai dato e darà risposte, ma che comunque sono necessarie, essenziali, vitali, direi intimamente connaturate alla realtà contadina. Non si vuol dire che altre culture (per eccellenza quella della polis greca che ha prodotto addirittura una scienza delle domande: la filosofia) non si aggirino altrettanto intimamente intorno a temi similari, ma solo che è certamente speciale il modo in cui l’homo agricola li affronta. Dice Luciano Prandini in fulét:
(…) La scelta di adottarlo [il dialetto, n.d.r.] (…) non risponde a nostalgie arcadiche, ma alla necessità di attingere alle sue virtù intrinseche: verginità, pregnanza, immediatezza, essenzialità, qualità imprescindibili per l’evoluzione del mio percorso poetico ed esistenziale. Un cammino intrapreso alla fine degli anni ottanta (…), proseguito – nel solco dell’ironia – in una più radicata consapevolezza sull’irreversibilità della tragedia umana (Il sommesso viaggiatore), e che giunge ora [con ‘fulét ’n.d.r.] sul crinale dell’Altrove. Quel sito ineffabile su cui ci si sporge in cerca di quelle risposte che non ci sono, ma esistono, ci avvolgono, ci sollecitano e sottendono il compimento di sé. E che solo la poesia può rappresentare.
Una poesia che per Luciano Prandini, anche nelle sue prime opere in italiano, è sentita di una compattezza materica che viene dal suo originario parlare in dialetto:

La poesia
Par capir veraméent
……la poešia
an basta briša al cóor,
ag vól ench la mèent
……e’l temp
da stargh’in cumpagnìa
……con tut I sens
e tut al béen
……ca’g vóol,
scultarn’a móod
j’udóor,
……i savóor,
………..i šgrišóor…

E i švóod.
…..E la strìa.

(La poesia – Per capire veramente la poesia/ non basta il cuore,/ ci vuole anche la mente/ e il tempo/ di starle in compagnia/ con tutti i sensi/ e tutto l’amore/ che ci vuole,/ ascoltarne a modo/ gli odori,/ i sapori,/ i tremori…//E i vuoti./ E la magia.) 22
E conclude, a proposito del dialetto:
(…) Il dialetto è la domus aurea, il respiro della natura dalle cui profondità (…) ricompare mia madre (…)Le accarezzo la fronte,le stringo forte la mano e le parlo nel nostro dialetto più intimo (…) Lei si rianima, mi fissa, sorride e sussurra: al me putîn. Un respiro che dilaga nello spazio, traduce l’essenza di ogni cosa, ricuce il tempo: l’ora con l’ancora, il presente e l’Altrove.23

Milena Nicolini

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Note al testo

1  Da fulét, Rossopietra, Castelfranco Emilia, 2012, pp.130-1 

2 Si è detto che in questa Weltanschauung non ci sono gradi di valore graduatorio, quindi mi siano permessi, nel parlarne, gli accostamenti meno ortodossi e più inusuali.

3 Tango è una silloge inedita di Luciano Prandini

4 Da fulét, cit., pp.58-9

5 Ivi, p.35.

6 Da Il sommesso viaggiatore, Incontri Editrice, Sassuolo (Mo), 2008, p. 45

7 Da fulét, cit., pp.72-3 

8 Da Tango, cit.; una variante di Cristo era presente in Il sommesso viaggiatore, cit., p.42

9 Ivi, cit.

10 Da Il sommesso viaggiatore, cit., pp. 39-40

11 Ivi, Cantata Profana, pp.32-3

12 Ivi, p.37

13 Da fulét, cit., p.101

14 Ivi, pp.102-3

15 Ivi, 25

16 Ivi, pp.22-23

17 Ivi, pp.104-105

18 Ivi, pp.118-9

19 Ivi, pp.24-25

 20 Ivi, pp.28-29

21 Le prime poesie in dialetto compaiono in appendice in Il sommesso viaggiatore, 2008, cit.

22 Da fulét, cit., pp.120-121

23 Ivi, Il dialetto, p.11

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Note sull’autore

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Luciano Prandini, poeta, narratore, vignettista, autore di filastrocche per bambini, autore di audiovisivi, editore, è nato a Concordia (Mo) e vive a Castelfranco Emilia. E’ presidente del Circolo letterario Rossopietro e ne dirige l’omonima casa editrice. Ha collaborato ad alcune traduzioni di poesia persiana, ha pubblicato numerosi audiovisivi con testo poetico e numerosi testi di satira. Tra i testi di poesia pubblicati: Acque Occidentali (NCE,1992), Il sommesso viaggiatore (Incontri Editrice, 2008), fulét (Rossopietra, 2012).

Tra i testi di filastrocche per bambini vanno ricordati: Nel paese di qui qua (Libreria del Corso, 2006), La luna innamorata (Rossopietra, 2010), Il paese di traverso (musicato da Cristina Ganzerla, Edizioni Wicky Music, 2011). Per la narrativa, il romanzo: Rosso di sera (Incontri Editrice, 2009).

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