T9. Le parole necessarie – Paolo Gera: La Spira, poemetto di Mauro Ferrari

nasa- giove, emisfero nord

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In questo t9 il dialogo non è reale, ma vive di memorie, per nulla nostalgiche, a dire il vero, ma formative, indicatrici do un percorso che, senza che nessuno dei due lo sapesse, ha avuto sorprendenti tratti in comune. Come due compagni che corrono fianco a fianco una maratona senza mai guardarsi in viso e solo a una sosta per dissetarsi clamorosamente si riconoscono. Io e Mauro Ferrari siamo nati nella stessa città e siamo coetanei. Ci siamo frequentati ai tempi dell’impegno adolescenziale e giovanile e dopo quarant’anni ci siamo ritrovati sul fronte comune della poesia, io da outsider, lui come scrittore ed editore di puntoacapo, una delle realtà più vive dell’editoria poetica in Italia. In questo t9, allacciando i fili della ri-conoscenza – questo nostro conoscerci di nuovo – vorrei scrivere della sua ultima opera “La spira”, che ha come argomento la città natale come modellino globale, un modellino di luoghi conosciuti, speranze tradite e ancora, nonostante tutto, di resistenza ideologica e culturale.

Ogni  città ha una sua spira, che salga coi suoi fumi verso il cielo ignaro o che sprofondi epidemica nel suolo sotto l’asfalto o che  avvolga come una lenza da pescatore i condomini, i palazzi più alti, le villette. La spira è un simbolo mezzano tra il futuro spinto a razzo nel progresso e i cascami dell’astronave fatta a pezzi del presente, ricaduti sulle nostre teste e sparse sui campi non più fertili delle periferie. 

Mauro Ferrari per il suo ultimo poemetto, composto tra il 1996 e il 2018, ne sceglie la versione aeriforme e questo non riguarda tanto la rarefazione della sua composizione o un casuale slancio metaforico: la spira, gassosa, quotidiana, velenosa, corrisponde a un dato realistico, ordinato dalla Storia universale e assegnato alla storia specifica, corrispondente a precise coordinate geografiche e antropiche, a seminare localmente bene e male, vita e morte, speranze e disillusioni.

La Storia è quella del secondo dopoguerra e del boom economico; la sua traduzione locale è lo stabilimento Italsider/Ilva di Novi Ligure.
Novi Ligure ha questa natura duplice: si trova nella pianura piemontese, ma con quella denominazione che la spinge verso una visione marina inesistente – solo, là in fondo, una leggera ondulazione di colli; città di industria pesante, dura, siderurgica e di prodotti dolciari da spot televisivi. Novi, Pernigotti. Il padre di Mauro lavorava all’Ilva, il mio faceva il guardiano alla fabbrica di cioccolato. Lotta di classe, tute, sfiancamenti da straordinari, cancro; classi elementari, grembiuli, budini, indigestioni di dolcezza.
Su questo substrato, per forza presente per chi conosce luoghi e memorie, Mauro Ferrari articola un poemetto dialettico che proprio dal dualismo trae la sua origine e sull’opposizione di idee e sentimenti apre una prospettiva di scrittura poetica lucida e toccante.  Se cupo è il materiale – come le foto fantasmatiche che corredano il testo -, felice è la sintesi, dove la poesia civile non è facilmente denotativa, ma si nutre intanto di una ricerca profonda sulla parola, sul metro, sul ritmo. Se dovessimo ancora riferirci al dopoguerra e ai certami ideologici che allora ancora trovavano una propria forza polemica, non si può che pensare ai colpi anche bassi scambiati tra Eugenio Montale e Pier Paolo Pasolini. Così quasi subito, nella prima sezione, i versi “non rivola la pigna e inghiotte un gorgo misterioso” (p.9, I, vv.4-5) sono di ascendenza monta liana,  ma quelli successivi “ In questi giorni brevi fra due notti/ la spira sale dietro al cimitero/ e azzurra il cielo grigio/salendo a pena per sfaldarsi in nulla” ( vv.8-11),si aprono già a una visione pasoliniana che poi si amplia a tutto campo quando i dati da metafisici diventano storici, umani, organizzati: “ L’inverno russo del sessantatré/ancora lo ricordano i superstiti/ che trasferirono la fabbrica/alla nuova sede, sui campi/al limite della pianura ricca.” (pp. 9-10, vv.12-16). Ma Ferrari riesce con efficacia nel lavoro di sintesi stilistica: ecco, se magari si volesse scegliere un poeta che riesca a coniugare il disagio personale, la disposizione elegiaca con l’impegno che non si vuole abbandonare, sebbene , dati i tempi, la denuncia amara rischi di suonare a vuoto, questo potrebbe essere Giovanni Raboni.  Ma da un punto di vista ideologico la parentela con l’accoramento e lo sconforto di Pasolini non può che risultare evidente. “La spira” è una riflessione sul malessere esistenziale non assoluto, alla Montale appunto, ma che affonda le sue radici in un preciso momento storico, individuato, come tutti sanno, da Pasolini nella crisi antropologica italiana degli anni Cinquanta e in quella distinzione fra progresso e sviluppo nelle cui strettoie fangose ci ritroviamo oggi, avendo consciamente dimenticato le previsioni di sfacelo dell’intellettuale. Mauro Ferrari posticipa lucidamente il momento della crisi ad assassinio compiuto di Pasolini, fra le luccicanti e svettanti colonne d’Ercole degli anni Ottanta. Crollo delle utopie, nascita della globalizzazione, affermazione della categoria del postmoderno. Nec plus ultra. Da allora, sempre peggiorando, la stessa macina impressionante di suoni, immagini, mode, concetti. “ E poi/ liberi tutti dopo il piombo e il sangue,/trascinati al largo dal Riflusso/di sorti non magnifiche – l’ottobre/gaio e gelido degli anni Ottanta/dopo una lunga estate calda,/la paccottiglia scintillante/spacciata per modernità ineluttabile.”( pp.15-16; III, vv.13-20).

Ma il passato , quello delle rivoluzioni industriali ottocentesche ritorna, magari con i passi di danza del “Ballo Excelsior”, manifesto musicale del Positivismo, guarda caso composto dal novese Romualdo Marenco. Archeologia industriale, luoghi sommersi, certi Far West e ghost town sorti a pochi chilometri dalla città de “La spira”. Imprese che cercavano ricchezze sporadiche e che poi la più razionale pianificazione economica ha cercato di far sparire: lo stabilimento della Lavagnina dove a metà Ottocento si cercava l’oro, sommerso insieme a qualche abitazione dai bacini artificiali. Ma i ruderi nei periodi più aridi affiorano ancora, come se l’angelo benjaminiano  soffiasse via con le sue ali le acque lacustri per caricarsi sulle spalle le macerie, ma a fatica, perché si è ormai esaurito, a spingerlo verso il futuro, il vento dell’utopia. Eppure in quelle zone si è combattuto, si è resistito, si è gettato lo sguardo oltre il ponte. “Qualcuno ha visto, ne ha parlato:/anche questo deve entrare nei versi/per far risplendere quanto svanisce/o resta cicatrice sulla pelle-/le cose minacciate dall’oblio, il nome di chi salì sui monti/per fare resistenza al male/nell’alone sfrangiato di nebbia,/silenzio in tasca e fucile in spalla,/ o la spira di una ciminiera/sorta fra le rovine dopo l’olocausto,/come noi”. (p.14, I, vv.12-23).

Come ci si poteva fidare di una ciminiera e del suo fumo, dopo quello che era successo, anche se la sua costruzione prevedeva occupazione, benessere e ancora piani previdenziali? 

Unreal city.  Le foto dei vicoli e dei passaggi bui. Mauro Ferrari segue nell’ombra il maestro di ogni invettiva generazionale, Allen Ginsberg, ma popola il suo poema anche delle suggestioni di Joseph Conrad cuore di tenebra e del poeta inglese Basil Bunting.  Nel panorama della città irreale io ho anche notato la lunga figura di T. S. Eliot, in una specie di calco che ricorda i versi più famosi de “La terra desolata”. Ma la crudeltà dell’aprile è qui retrodatata:”I sogni sciolgono con la lentezza/tiepida di marzo, rimpianti e rancori/ustionano improvvisi e duraturi/come l’esplodere dei fiumi di pianura” (p.22,IV, vv.7-10).

Accanto alla cittadina della spira corre un torrente, affluente di destra del Po, lo Scrivia. Come ogni torrente che si rispetti segue naturalmente regimi di secca e  di piena, ma come ogni torrente che non si rispetti, tracima, allaga, distrugge. I residui lasciati sul suo greto spoglio e sulle rive appesi alle sterpaglie, sono drappi strappati di cellophan, sconclusioni di plastica, pezzi arrugginiti, bitume.” – l’orrore in cui ti sei specchiato -/è il fusto marcio in mezzo al campo,/la plastica avvinghiata ai rami alti del salice/nel coma estivo dei letti deturpati.”( p.23, IV, vv.2-5). Tutto questo, riempiendoci le tasche e svuotandoci  occhi e menti, ci ha lasciato lo tsunami del consumismo tecnologico, mentre il fiume dell’utopia o è stato interrato fra argini di cemento o, nella migliore delle ipotesi, è diventato carsico, sotterraneo. In città i turchi rinascimentali che facevano man bassa nel Friuli di Pasolini, hanno acquistato lo stabilimento dolciario Pernigotti. Più in là ancora pullulano i centri commerciali e il villaggio outlet dove arrivano ogni giorno i giapponesi a comprare le firme a basso prezzo. La spira da lì non si vede più, eppure c’è , Mauro Ferrari e io sappiamo che c’è.

Paolo Gera

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nasa- tempesta su giove

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Da La spira, di Mauro Ferrari

 

Così si muore: pensandosi
la dolce Francia o la Germania apollinea,
sognando il sogno americano
ed invidiando imperi; Italia
oppressa da una Storia,
lunga e senza Storia,
le strade dai nomi sconosciuti;
nazione piccola di faccendieri
e senza miti, con le giunture
che non tengono, ferite purulente,
la poca gloria e troppa vanagloria
dei santi eroi navigatori
dispersi nel vittoriale tetro dell’oblio.

La Storia noi non siamo
e gridano le strade nomi vuoti.

Se scendi il rettilineo che da Novi
punta ai monti, la vedi,
la fabbrica che si raffredda
come noi, la spira ben visibile
di ciò che sale in nulla e si disperde.

(pp.29-30, VI, vv.14-33)

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nasa- giove

5 Comments

  1. Caro Paolo, leggo con orgoglio la tua acuta, centrata e “poetica” nota al mio poemetto. Hai saputo cogliere i motivi essenziali e contestualizarli, e anche raccogliere i sassolini bianchi che ho lasciato qua e là. La spira è un lavoro che – a dispetto dell’esiguo numero di versi (230, circa) – mi è costato anni di riflessione su temi e linguaggio. E leggendo le tue parole capisco che ne è valsa la pena. Grazie infinite.
    Mauro

  2. Questo breve poema di Mauro Ferrari brilla per capacità di sintesi, incisività e sobrietà al tempo stesso nel saper smascherare gli inganni che il nuovo neoliberismo imperante a partire dagli anni ottanta, attraverso il craxismo e la sua prosecuzione nella cosiddetta seconda repubblica, fino ai giorni del neocapitalismo consumistico e dei social network, hanno saputo sedimentare sulle nostre coscienze e, con un linguaggio diretto, ma mai prosastico o ammiccante al lettore, ne dà una rappresentazione plastica e convincente. La spira assume una fortissima valenza simbolica che guida tutto il procedere del discorso, quasi come una sorta di correlativo oggettivo alla Eliot, giustamente citato da Paolo Gera fra i possibili referenti della tradizione poetica a cui ci si può ricondurre. Personalmente ho trovato pregevole anche la componente grafica, le fotografie di una Novi Ligure, quasi gotica nel suo post-industriale, che offrono un’icastica evidenza di ciò che i versi sanno efficacemente dire, potenziandoli e accrescendoli, senza mai prevaricarli.

  3. Ringrazio Mauro Ferrari per questo libro. Per me “La Spira” ha un valore aggiunto. La mia storia proviene da quella spira. Vengo da una città industriale, Piombino, dove quella storia, il cui ricordo è rimosso come una vergogna, ha segnato il carattere, i tempi, i suoni, i colori, il senso di una coscienza il cui sentire stesso è ormai irrecuperabile. Oggi l’acciaio si produce dove non ci sono diritti e tutele, e il nostro paese ha smesso di produrre. Forse, oltre a non produrre più acciaio, non produce più neppure orizzonti, sogni, visioni, cultura, conoscenza. Il neoliberismo ha creato una mutazione antropologica.
    Tutto appare appiattito sull’immagine da far sfolgorare sui social, ma ciò che è scomparso è lo sfondo.
    La poesia, estremo tentativo di racconto senza intenzione, può fornirci, come “..la spira ben visibile/di ciò che sale in nulla e si disperde”, il sentimento esatto di quella memoria dispersa. Osserviamo, come scrive Pasolini “Tra due mondi la tregua, in cui non siamo”. Questo senso di estraneità e al contempo di viaggio nella memoria dentro il sentimento dei luoghi, ci avvolge ne “La Spira”. Oltre ad apprezzarne la struttura apparentemente essenziale, il linguaggio, l’intensità, sento che “La Spira” mi appartiene.
    Grazie a Paolo Gera, che saputo viaggiare ne “La Spira” senza dimenticarla.

  4. Ringrazio Carla Mussi, anche per la sua citazione di Pasolini, così attuale. E’ vero, non si trova pace, tra gli slanci che ancora ci proiettano in una dimensione pubblica di rivendicazione e lo spazio specchiante del nostro profilo elettronico, tra il muoversi agitati senza una meta sicura e lo stare scintillanti del nostro io ricettore e datore di informazioni. Ed è anche vero che le città che si attraversavano solidali e rabbiosi, hanno perso la loro materialità e si sono ridotti a puri scenari: le bandiere di un tempo sono diventati i sostegni per scattare meravigliosi e inutili selfie. Coraggio!

  5. Pur non conoscendo il poemetto LA SPIRA, mi ha coinvolto, interessato e spronato quanto ne viene riferito (e citato: perché non più citazioni?) e analizzato. Credo che Gera operi giustamente a promuovere più vasti orizzonti di lettura per testi che nel normale spazio letterario, già asfittico di per sé, non hanno molto ascolto. D’accordo con i commenti sopra, più pertinenti del mio. Fosse davvero possibile riprendere a parlarsi senza faccine o ‘mipiace-mispiace’.

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