BRIGITTE NIEDERMAIR AL MUSEO DEL TESSUTO E DEL COSTUME – di Adriana Ferrarini

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In fondo al salone del piano nobile un sipario a tutta parete, nero, con una lingua di fuoco che esce da una bocca da geisha: le labbra tinte di rosso, la pelle imbiancata di biacca. Così si apre, con un sipario chiuso, e il paradosso non è certo casuale, la mostra di 30 opere della fotografa originaria di Merano che qui ripercorre il suo rapporto con la moda, o meglio la relazione tra arte e moda che caratterizza il suo lavoro. Il sipario, che da solo vale la visita, è un lampasso di seta di 8 x 6 metri tessuto dalla manifattura Rubelli, artefice anche delle splendide tappezzerie che dal 2013 vestono di nuovi e sorprendenti colori Palazzo Mocenigo, sede del Museo del Tessuto e del Costume di Venezia. L’arazzo, in sei parti poi cucite a mano, riproduce un’immagine evocativa ripresa da Brigitte per il n. 24 di Dior Magazine. Alla destra, rispetto al sipario, un divanetto settecentesco in velluto amaranto e sopra il ritratto di un doge di casa Mocenigo.  

Poche stanze più in là, nella sala da pranzo, fra vetri e  cristalli disposti sulla tavola rotonda con le seggiole curiosamente rivolte con lo schienale alla tavola – e anche questo acuisce la sensazione di trovarsi in un mondo all’incontrario, un po’ come Alice nel paese delle meraviglie – una gigantesca pera inguainata in una calza a rete con la cucitura al centro troneggia sul vezzoso trumeau del 700. 

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Un vertiginoso paio di tacchi a spillo rosso vivo campeggia invece a tutta parete sulla tappezzeria vermiglione screziata d’arancio, e per la sue dimensioni e i colori fluo sembra appartenere al filone della pop art di Warhol. I rossi, i carminio, i magenta pulsano in questa stanza con forza magnetica e seduttiva, mentre nella deliziosa alcova rococò dai delicati toni pastelli, tre foto di dimensioni contenute si collocano sopra a un divanetto e ai tavolini ai suoi lati, con discrezione, ripetendo gli stessi toni perla e avorio delle pareti, quasi volessero passare inosservate. La foto al centro mette in scena un piedino – senza gamba, nota bene! – in un elegante sandalo avorio con il tacco alto e le finiture in pelliccia bianca, sormontato da qualcosa che non si riesce a capire cosa sia se non avvicinandosi e allora si resta scioccati: la levità delle tinte non faceva intuire la testa sbiancata di un vitello decapitato con la palpebra chiusa, un pezzo di lingua, anche questa sbiancata, che gli fuoriesce.

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Nascosto infine dietro una porta, così piccola che devi proprio cercarla, la foto forse più famosa, sicuramente quella più discussa, che rappresenta un calco dell’Ultima Cena tutta al femminile: attorno a un tavolo sospeso nel vuoto 12 donne giovani e bellissime e vestite alla moda, nella stessa posizione degli apostoli nel quadro di Leonardo, sedute su invisibili sedie, più il torso di un maschio di spalle. Sotto al ripiano le gambe delle modelle si moltiplicano si fondono si contraddicono.

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Brigitte Niedermair  guarda alla moda in modo ironico e surreale, capovolgendo gli stereotipi, per cui un tubero diventa erotico e sensuale e il corpo femminile, pur mantenendo le pose seducenti delle foto di moda, diventa irriconoscibile, o perché completamente drappeggiato in un fastoso tessuto di raso rosso, oppure perché capovolto, per cui al posto del viso, nascosto,  troviamo i piedi o ancora perché soavemente accostato a oggetti del mondo animale o vegetale che decontestualizzano l’immagine stessa e ne confermano la carica erotica. 

Sono foto spiazzanti che nell’apparente osservanza del patinato e del glamour, nell’eleganza dei colori e nella assoluta pulizia delle forme, ribaltano tutti i codici e si pongono come punti interrogativi, a volte divertenti, a volte disturbanti davanti allo spettatore. Spiazzante è anche la loro collocazione all’interno di questo palazzo settecentesco tra ritratti di dame e dogi e prelati, arredi d’epoca, vasellame, vetri che rimandano a un’epoca estenuata di cicisbei e damine, di amori libertini e lussi sfrenati, nell’incipiente consapevolezza della fine.  Sui colori brillanti delle meravigliose tappezzerie di Rubelli o sugli stucchi rococò, giocano a scomparire, a non farsi notare, o al contrario a prendersi tutto lo spazio, in un ironico gioco in cui l’iperbole – vedi la foto della pera gigante – scherza con l’understatement dell’esposizione: le foto invece di campeggiare su pareti nude, come usualmente nelle mostre fotografiche, si accomodano di fianco a una panca, vicino a un ritratto di famiglia, sotto a un prezioso candeliere di vetro di Murano. 

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E quando si esce resta negli occhi la foto posta in fondo allo scalone:  la modella dal corpo perfetto che con una mano dalle unghie laccate solleva seducente sul corpo nudo la felpa a disegno mimetico e con l’altra regge il cuore di un bue all’altezza del pube. Tutto in sofisticati toni glamour. Il rosso delle labbra – unica parte del volto visibile – uguale a quello del grosso cuore. Un corpo femminile da rotocalco e un pezzo di macelleria: c’è qualcosa di inquietante nella quiete di queste foto, vere e proprie Still life, Nature morte del contemporaneo, che mettono in scena simboli religiosi in modo educatamente provocatorio e ci costringono a interrogarci sui valori della nostra cultura, sul senso delle nostre identità. “Vanitas” sono denominate in pittura le Nature Morte dell’età barocca con simboli allusivi alla caducità della vita. E cos’è la Moda se non il regno della Vanità?

 

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Sul sito della fotografa, consiglio vivamente di dare un’occhiata ai soggetti su cui ha esercitato la sua attività di ricerca. Qualsiasi sia l’oggetto, il suo occhio vi si focalizza con tanta intensità, entra tanto profondamente in ogni dettaglio, da modificarne la percezione. Così nel lavoro denominato “Eden” la buccia di una mela diventa un’immagine del cielo stellato.  

http://www.brigitteniedermair.com/

Sul sito sottostante un’intervista dove la fotografa parla della sua collaborazione con la Rubelli di Venezia e del’arazzo che scenograficamente apre la mostra allestita nel Museo di Palazzo Mocenigo, Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo:

https://www.youtube.com/watch?reload=9&v=gCKeaBj9kuc

Adriana Ferrarini

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