VESTITI DI PIASTRELLE- Adriana Ferrarini: Zhanna Kadyrova alla Biennale d’Arte di Venezia 2019

“Second Hand”- 2018 – installazione per la “Fabbrica della felicità” (progetto internazionale creato da Garage-Museo d’Arte Contemporanea -Mosca)
mostra DI opere di artisti sul tema dell’abbigliamento al di fuori del sistema  della moda.
La geografia dell’esibizione era costruita lungo la “via della seta”

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All’interno del padiglione centrale dei Giardini, appesi alle grucce su un trabatello d’acciaio incrostato di calce e pittura, in lontananza possono sembrare vestiti ritagliati per una gigantesca bambola di carta, tanto sono rigidi, piatti e schematici. Ma da vicino i vestiti di seconda mano di Zhanna Kadyrova si rivelano fatti di un altro, ben più insolito, materiale, piastrelle. Si resta allora perplessi: cos’è questa, la parodia di un’esposizione di piastrelle o di abiti? Che hanno a che fare questi con quelle?

Le parole la sanno lunga e ci rivelano la parentela originaria tra l’abito e l’abitare: entrambi derivano dal verbo habeo e ne rappresentano la forma continuativa, cioè continuo ad avere. In habitus e habito c’è l’idea dell’iterazione, della continuità, della consuetudine. Habitat, abito, abitudine sono dunque intimamente legati, rimandano all’idea della stabilità, anche se ciò può apparire strano dal momento che la moda è di per sé il mondo della volubilità, del capriccio. Ma, ed è qui che si colloca la riflessione dell’artista ucraina, anche il mondo dell’abitare, e del lavoro e dei lavori a esso legati, oggi è altrettanto volubile e soggetto alle mode.

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installazione ai Giardini della Biennale d’arte- Venezia 2019

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Zhanna Kadyrova è una giovane ma già affermata artista ucraina che ama sperimentare materiali diversi e lavorare con molteplici formati, quando nel 2014 viene invitata per una residenza d’artista dalla galleria Barò a San Paolo in Brasile. Qui nasce l’ispirazione per il suo progetto, SECOND HAND, con l’esposizione denominata “Street Collection”, risultato di una serie di ricerche ed esplorazioni attraverso le vie della città che la portano a ricomporre elementi spesso inosservati in mosaici-sculture dal taglio preciso e poetico insieme. Per l’artista ucraina camminare lungo pareti di bar, negozi, abitazioni, garage, completamente rivestite di piastrelle è motivo di grande stupore: in effetti il clima troppo rigido degli inverni ucraini rende impossibile un tale uso delle maioliche, il gelo le distruggerebbe 1. Conquistata dalla ricchezza decorativa di queste facciate, realizza quindi sagome di abiti utilizzando piastrelle degli anni 70 trovate in negozi che vendono materiali per l’edilizia di seconda mano.

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dagli “abiti” della serie “Street collection” – San Paolo del Brasile, 2014

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La curiosità verso i rivestimenti di maioliche e il loro utilizzo ornamentale la porta poi nel suo paese, nei dintorni della capitale, Kiev,a investigare zone industriali dismesse dell’epoca sovietica che sono ora in stato di abbandono oppure utilizzate come magazzini o messi in vendita per realizzare complessi commerciali o residenziali. Innanzitutto il territorio dove sorgeva una delle più grandi aziende manifatturiere dell’epoca sovietica, l’enorme Darnitskije, fabbrica della seta che occupava 6500 persone e produceva 63 milioni di metri di seta l’anno (quanto basterebbe insomma per cingere con un nastro la circonferenza della terra e farci pure un fiocco) e, oltre ad aree di attività ricreative, comprendeva addirittura una serra, piena di fiori diversi che sbocciavano durante tutto l’anno, pensata per il benessere degli addetti, in maggioranza donne.

In secondo luogo l’azienda che produceva copie di film distribuite per tutta l’Unione sovietica, e, dopo  il crollo dell’URSS, per una decina d’anni, fino al 2000, è divenuta la sede dello studio di animazione francese Borisfen-Lutes, quindi, in seguito alla sua chiusura, motivata probabilmente dal trasferimento in Cina, si è trasformata in un’enorme area abbandonata.

In entrambi i casi la Kadyrova utilizza le vecchie piastrelle di rivestimento di questi immensi spazi vuoti per la creazione di abiti-mosaici che ripetono gli stessi motivi decorativi delle pareti: gilet, gonne, vestiti, ponchos, sciarpe che nel sito dell’artista si mostrano appesi a pareti scrostate, tra vecchi manifesti e foto di attori famosi e calendari, oppure su pareti dalle quali file intere di piastrelle sono cadute, o ancora sui vecchi armadietti degli operai dove echeggiano i pavimenti anneriti e polverosi a scacchi rosso amaranto e bianco delle famose cementine, invenzione italiana che “alla fine dell’800 e ai primi del ‘900, irrompono nelle case con la forza livellatrice del suffragio universale” (cito dal sito online della rivista di arredamento ELLE DECOR, https://www.elledecor.com/it/case/a20684537/cementine-cosa-sono-storia/) 2 e si diffondono in tutto il mondo, per poi essere abbandonate ma che, volubilità della moda, ora sono tornate in auge.

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“Second Hand” -fabbrica di seta, Darnitskjie, Kiev, 2015

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Un altro segmento della storia dell’Ucraina è rappresentato dal manichino che, come le piastrelle che indossa, proviene dalla cittadina di Polesskoye: qui vivevano 11.300 persone ma, in seguito al disastro di Chernobyl, è oggi una città fantasma.

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sholom aleikhem- khabnoe town-

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L’abito, corto e con le spalle all’americana, aderente e stretto attorno al corpo come un’armatura, si chiama “Stazione dei bus”: in effetti le maioliche lucide e vetrose, blu, azzurre, verdi, bianche che lo compongono, ripetono il motivo sulla facciata della stazione degli autobus. Il manichino racconta quindi una storia di contaminazione e di abbandono, e, così come gli indumenti appesi nelle vecchie fabbriche, sembra incarnare ciò che resta dello spirito di un luogo, un tempo animato da molteplici vite febbrili, dal fermento di un lavoro condiviso, ma che ora è vuoto, spettrale. I corpi che qui si rincorrevano, si amavano, le voci dei bambini e dei grandi, i sogni e le delusioni brulicanti se sono andate lasciando di sé, come traccia, solo un vestito vuoto, un vestito che nessuno può indossare. Vengono in mente i versi di Giacomo Leopardi:

“E fieramente mi si stringe il core,

A pensar come tutto al mondo passa,

E quasi orma non lascia” (da “La sera del dì di festa”). 3

Di questo sentimento, della nostalgia verso mondi non così lontani e passati, ma che la storia ha scansato e gettato da parte, oltre che di frammenti del suo territorio, del suo paese, “SECOND HAND” di Zhanna Kadyrova si è fatta interprete.

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“stazione dei bus di Polesskoye”, 2017

.Sul sito dell’artista molte informazioni sui progetti ai quali ha lavorato e sta lavorando.

https://www.kadyrova.com

Un’intervista all’artista con sottotitoli in inglese:

A seguire segnalo infine un articolo interessante sull’artista ucraina e i siti di alcune gallerie in cui ha esposto le sue opere.

Adriana Ferrarini

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SITI DI RIFERIMENTO

https://eastwest.eu/it/cultura/ucraina-ricerca-artistica-sperimentale-zhanna-kadyrova

https://www.galleriacontinua.com/artists/zhanna-kadyrova-38

http://barogaleria.com/wp-content/uploads/2014/03/Kadyrova-Release-English.pdf

https://universes.art/en/venice-biennale/2019/tour-gia

 

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Note al testo

1 Ricordo che è l’Islam a portare in Europa, cioè nella penisola iberica, l’uso della piastrella in ceramica da rivestimento che fino ad allora era diffusa solo in Medio Oriente. Le pareti rivestite di azulejos (dall’arabo “pietra lucidata”), cioè di piastrelle decorate e verniciate, diventano quindi, a partire dal XIV secolo, un elemento tipico soprattutto delle architetture portoghesi, si tratti di chiese e conventi, o di palazzi e giardini, fontane e scalinate.

2 Interessante sarebbe ricostruire la propria vita in base ai pavimenti che i nostri piedi hanno calcato, nelle case che abbiamo abitato, nelle scuole e nei luoghi di lavoro in cui si è dipanata la propria storia. Per quanto mi riguarda posso affermare che le cementine rosse sono state un motivo ricorrente nella mia vita, dall’appartamento in cui vissi in Ghetto, alla casa dei primi del Novecento dove ora abito, alla scuola in cui ho insegnato per molti anni.

3 Se lo struggimento verso ciò che esiste, ed è pertanto condannato a sparire, rappresenta uno dei fulcri della riflessione del grande recanatese, potremmo dire che anche in questo caso G. Leopardi ha acutamente anticipato lo spirito della nostra epoca, la quale ipertecnologica e quindi proiettata in avanti come nessuna altra, è però anche l’epoca del vintage, del second hand, delle continue rivisitazioni e incursioni nel passato, della predilezione per ciò che appare stinto, strappato, vissuto (vedi i jeans indossati dai giovani) come se il sentimento della fuggevolezza di tutte le cose potesse in tale modo venire eclissato.
Forse non è un caso se l’opera dell’artista ucraina all’interno del padiglione centrale della Biennale è posta a fianco di quella di Ian Cheng, BOB, Bag Of Beliefs ( il Sacco, o la Borsa, delle Credenze), che su un megaschermo rappresenta una forma di AI (Intelligenza Artificiale) il cui corpo – simile a quello di un serpente o di un corallo –  e i cui valori e la cui personalità sono in continua evoluzione sotto gli occhi dei visitatori per adattarsi al meglio alle necessità della sopravvivenza.
Guardiamo indietro ai luoghi abbandonati, dismessi perché ci inquieta e ci affascina insieme un futuro che non riusciamo del tutto a immaginare?

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da seconda mano- fabbrica di fotocopie kiev

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