ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: “La seconda voce” di Gabriela Fantato

domenico grenci
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Tutta immersa nella vita, anche la voce che affiora corsiva nella parola scritta, costruita tra radici di passato è viva memoria di un corpo, attraversato dalle storie di altri corpi. È una voce che vibra di corda in corda, fatta di terra e sangue e ha il respiro caldo e tragico della passione di vivere. Anche la morte è limite che non viene valicato poiché le cose, che sempre abitano il fondale del viaggio, persistono nell’io e pervadono il tu, senza mai operare un travaso, un diverso passaggio che disegni tracce di un altro paesaggio. L’attenzione alla misura umana e la sua terrestrità è tutta esplicitata nell’arredo degli spazi abitati e dell’incontro, anche quando le cose stesse, all’interno degli ambiti urbani, Milano soprattutto ma anche veneti, o domestici, mostrano i danni patiti dal vivere, dal guasto della storia che ha rotto relazioni e vite. Restano sì i ricordi ma appartengono ad un buio chiuso in un alveolo del cuore, in un androne del pensiero che lì li fissa come sul muro bianco di un vano. Buio resta il dopo, nessun varco permette uno sguardo sull’oltre. Tutto resta appuntato in un tessuto restaurato, con fili che sono tutti i punti di un fraseggio quotidiano che ora viene revisionato e offerto come sindone di ciò che non viene rimosso e perdura, nella sua dolente mancanza.
Le diresti spine o schegge nelle mani, nel duro riscrivere le storie già patite e per questo così taglienti, acutamente e nevralgicamente sensibili, quasi piaghe in cui il tempo ha slabbrato la ferita e mostra l’osso del patire la perdita.
E i sogni non agevolano né cauterizzano ciò che si è sfilacciato dall’insieme rappresentato. L’arazzo non ha dimensioni che ne permettano il travalicamento, la voce è un “ri-tratto” , dentro al petto un soffocato tramestio di passi, è una bocca piena di terra. La morte è desolatamente fine, sottile,  non percettibile il corpo di chi in lei tra- passa.
Alla fine neppure la gioia può opporre un contrastante lavorio che rianimi attimi che comunque appartengono ad un tempo preciso e non si ritesse in un lungo cordone che renda ogni attimo un continuo.
Eppure nel dare voce a secondarie memorie, cioè nell’aprire la porta della parola poetica alla convulsa voce del mondo, che comunque ci sfiora e ci sfiorisce, Fantato restituisce in certo qual modo  continuità all’umanità di cui tutti partecipiamo, senza fratture temporali, senza cioè che l’evento patito strappi definitivamente, attraverso la sparizione conclusiva del corpo, qualcosa che perdura, innestato tra noi tutti, corpo-albero che continua a dare frutti.
In questa voce, che Fantato chiama seconda, secondaria alle sue più personali e intime relazioni, che è il mondo in cui le precedenti e lei stessa si ritrovano immersi, c’è infatti il magma in cui la vita ci costringe tutti, è quello l’albero della conoscenza, la cacciata da un eden che costruiamo senza accorgerci della sua fragilità e imprevedibilità perché costruita con il corpo di creta, non con un corpo che crea. È la traversata del mar rosso verso una terra emersa dai diluvi della memoria e viva di tutti i mondi che sommersi ci abitano, la placenta di mille altri universi in cui ogni più piccolo dettaglio può riprodursi ad ogni attimo.
Gabriela abita il labirinto, dentro il suo grande occhio abita il Minotauro che ancora non è stato riconosciuto come il limite dolente della propria morte, perpetrata in ogni perdita vissuta, qui, in questo ade attuale e più di una volta nell’arco di una stessa vita. Il muro bianco come la pagina non scritta, la luce che avviluppa, ci negano il gesto di attraversare fino in fondo il nostro corpo, anche attraverso il corpo di tutti gli altri, spiriti guida, nella selva in cui il cammino è la via, per ritrovarsi, consapevoli che non esiste una via diritta, ma incontri in cui perdersi continua-mente per ritrovamenti incessanti in un IO grande, cosi grande da comprendere in se’ tutte le stelle, o anche, come dice Giovanni nei vangeli o la fisica contemporanea, tutti gli altri mondi contigui a questi e sempre presenti.

Sospesa resta ogni parola del quotidiano fluire ma una parola “Marina” si fa riva che tra-guarda ogni cosa terrena e risuona, suggerisce un canto che non tutti possono sentire in chiaro.

 

Sono uscita dal buio dentro il petto,
dentro il respiro, so la memoria dei muri e l’eco,
l’inutilità di ogni domanda.
La distanza tra le due rive è
sottile come solo la vita.
Senza protezione.
Non avanzo pretese, non posso

La barriera, c’era la barriera
fino a questo momento.
Adesso non serve più,
non è difficile, adesso.

La luce domani dirà a tutti
il mio gesto giovane,
la dedizione di chi è più forte
del tempo.

Domani chi non capisce
parla con la voce del notiziario, domani
chi non capisce…

Io sarò passo gigante, voce
dentro il nero, un’eco bianca per te,
domani.

 

Fernanda Ferraresso

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domenico grenci

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Testi tratti da La seconda voce di Gabriela Fantato

 

Della nostra mortalità

E se ci fosse un dio
nascosto tra le cose, dentro
lo spazio che unisce e separa,
dove si legge la fine che abbraccia
il bordo nuovo di una seconda vita di legno,
di sale e lacrime e chiodi mai conficcati,
……………………………..solo puntati
per certezza al tavolo che balla
e dà forma ai giorni.

E se provassi a tendere la mano,
come un vecchio marinaio dentro
il suo vento di levante,
dentro la santa pelle del mare
e quella luminosa del giorno che nascevi
quando anche morirai,
e se avessi il moto e la certezza
che inventi, quella che sa direy
la tua storia, con gli stessi volti,
ma con le pieghe nuove
…………………………………………da scoprire.

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Parking America

a Teresa M.

I.

Viene avanti, si allarga la distesa
con la tenacia dei muri bianchi
che non sanno la fine.
Un neon si spalanca all’alba dentro
– fuori dalla roulotte.
Nella lamiera dorme un uomo grosso
più di quel che pensi e questo dice tutto.
Il nome – un’esistenza semplice.

II.

Nel nero di questo Midwest assetato
un letto a tenere la paura dentro le ciglia.
Vedi, sono scomparse le facce,
tutte le facce attorno
e le mani non sono più quelle.
Prendere e dare, questo sanno.
Una stanza quadrata, così nuda da fare
freddo alle ossa, così uguale
al temporale che sa di ferro.
Di nero.

III.

Viene, verso di noi qualcosa,
avanza e scivola via piano,
come sogni tagliati al mattino.
Il bianco ha allargato le ombre,
nel tetto c’è l’ultima porta non aperta,
come tutte le altre.
Il cielo oltre le spalle trema,
spacca le finestre.
Una vastità.

IV.

Tu ti lasci di spalle – l’azzardo,
la fuga, un abbraccio
non avuto e l’altro rimasto nelle coperte.
Resta un film senza fine,
ancora e ancora dentro la tua testa.
Il verde, tutto il verde dei prati
è perduto, la vita – un’eco…

V.

Chi scrisse la storia, dimmi, chi il paesaggio
nella verità d cavalli bradi e fucili?
Qui è tutto enorme.
Il silenzio, un foro nel bicchiere
e la carta dopo il pic-nic.
L’orizzonte non lascia scampo,
sceglie la strada a picco, nel bianco.

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domenico grenci

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Invocazione

Invoco quello stare dritto
davanti e dentro il mondo
senza cerimonia, senza chiedere
e solo per restare, solo per il gesto…
Ah il gesto! la vita dentro le vene
e scorre e viene tutto, proprio tutto
………………..solo nel gran silenzio
dove il tempo separa e taglia ancora
il numero degli anni, i regali con il nastro
della festa dei bambini
e dio è un dio piccolo di pane e buio,
come le figure da presepe, come la ragazza
senza più sorriso eppure salva,
salvata dentro il dolore.

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La materia dei sogni

Ecco l’osso, sotto, più sotto dentro:
la zona fragile che non si vede, eppure
eppure è lì che si ficca il tempo che ci lima
il punto della corsa, il salto dove
ti prende subito la paura che sia troppo o poco
il viaggio fatto e ciò che resta.

Ecco i nervi, le fibre che sfuggono
ogni previsione e il movimento
dove si addensa il grumo,
quel nostro stare in bilico, sfibrati come
guanti troppo smessi, come una sedia
a cui si è rotto il passo.

Ecco il sangue buono e giusto che ci corre,
quel sempre scendere e poi ancora risalire,
il tanto- sempre, che ci batte come
una porta chiusa troppo in fretta,
ma si riapre ancora e ancora
……………………..a ogni vento

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Dentro i giorni

Immergersi, scivolare dentro
i giorni diventare acqua, fiume e
lago che non sa la fine della notte,
scorrere nelle crepe, farsi vuoto e pieno,
concave le mani, immobile il battito,
senza nome eppure ecco, il dolore s’incunea,
e corre al delta.

Diventare un urlo che non smette di bussare,
non smette di scendere dove il buio
nasconde la mano
e la violenza è solo un altro giorno di tempesta,
eppure il nero schiaccia ancora
il silenzio, le nuvole non sanno la pace
del sasso, non sanno lo stare
………………………………………………….immobile nel verde.

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domenico grenci

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Invocazione II

Vita, vita schiacciata, vita che salva
non sei, vita dei senzanulla
dei perduti e andati, dei mai trovati,
vieni! vieni, vita dei senzavoce,
dei lasciati ai lati, vieni vita che sei
dentro le pieghe di un cielo tra le croci,
vita che scappi nel taglio.
Vita, sola certezza negata dentro i giorni.
Vieni, vita – sono qui, ti ascolto.

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Inutile

La terra suda parole, suda tra
le pieghe e dentro, come una bocca
porta le fiabe ai letti di lacrime,
come un passero che non lascia,
non vuole lasciare,
quel bordo, lassù ‒ non vedi?

La pietra intanto recita i secoli,
li annoda al buio dove noi galleggiamo,
incapaci del sale che
fa crescere i germogli.
Inutile fare il conto, inutile.
Sempre in perdita, la vita.

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Stanze ad incastro

Nella stanza si vede il taglio
quello non scritto, quello senza nome
nella cronaca dei mesi,
nel racconto fatto piano con la fede
……………………………….nei dettagli.
Quando tutto sgretola, la forma
oscilla nel ricordo, si fa linea,
trasforma la tavola e il pane.

Resta la voce che ci fa
– timidi e terribili,
una forma antica che ci tiene
con i piedi infilati nella storia
e ci fa eroi dentro la pietà.
É questa l’onda, il respiro che lega
tutta una generazione.

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Insisto

Solo carne, materia esposta alla luce
dentro la radiografia che svela
l’osso levigato, staccato dal giorno,
disteso adesso dentro la lastra di
una sola mattina, dentro i pezzi che
non sapevi di avere dentro di te.

Sistema la memoria, adesso
…………… togli i nomi, cerca la frattura,
il conto che non torna, che non si dice…
lascia solo il bianco dentro il nero.

Adesso fai zero – coraggio,
lascia un buco dove erano i campi,
un’ombra dove avevi appeso il volto.
Fatti acqua e sale, senza paura
e slitta, scorri. Vai al delta…

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domenico grenci

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Note relative all’autrice

Gabriela Fantato, poetessa, critica, saggista. Ha vinto diversi premi poetici, tra cui: Gozzano (2003 e 2009, inedito); Montale Europa (2004, inedito), Città di Tortona (edito, 2008); Lorenzo Montano (inedito, 2009). Raccolte poetiche: “A distanze minime”, in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi 2012,Milano) silloge che è pubblicata anche in “Almanacco de Lo Specchio” (Mondadori, 2009, Milano; The form of life, trad. E. Di Pasquale (Chelsea Edition, New York, 2011), Codice terrestre (La Vita Felice, Milano, 2008); il tempo dovuto, poe­sie 1996-2005 (editoria&spettacolo, 2005); Northern Geography, trad. E. Di Pasquale (Gradiva Publications, New York, 2002); Moltitudine, in Set­timo Quaderno di Po­esia Italiana, a cura di F.Buffoni (Marcos y Marcos, 2001); Enig­ma (DIALOGOlibri, 2000) e Fugando (Book editore, 1996) E’ presente in varie antologie, tra cui: Bona Vox, la poesia torna in scena , a cura di R. Mussapi (Jaca Book, Milano, 20101) e Meglio qui che in ufficio, aforismi – epigrafi, a cura di A.Schatz e M. Vaglieri (Rizzoli, 2009). Ha curato con L.Cannillo La Biblioteca delle voci. Interviste a 25 poeti ita­liani (Joker, 2006). Dirige la rivista di poesia, arte e fi­losofia: “La Mosca di Milano”. Per il teatro ha scritto i libretti in versi: Messer Lievesogno e la Porta Chiusa; La bella Melusina; L’elefante di Annibale; Enigma e Ghost Cafè andati in scena nei maggiori teatri italiani.

 

 

Gabriela Fantato, La seconda voce – Transeuropa Edizioni 2018

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