T9 le parole incomplete- Paolo Gera: la poesia in tempi bui.

in tempi bui collage

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Nei numeri scorsi della rubrica si è acceso un vivace e per nulla scontato dibattito sulla necessità della poesia civile e sui modi in cui dovrebbe esprimersi.

Il tema è stato approfondito nel convegno “In tempi bui – la poesia e il linguaggio dell’impegno, dalle leggi razziste ai porti chiusi”, svoltosi il 4 maggio al teatro Drama di Modena, organizzato dai circoli letterari la Fonte di Ippocrene e Rossopietra e dal Teatro della Pozzanghera di Carpi. Al convegno hanno partecipato con le loro riflessioni e letture Fabrizio Bregoli, Pina Piccolo, Anna Maria Farabbi. Alessandra Gasparini ha messo in scena uno spettacolo dal titolo “L’angelo del ricominciare (o del quaderno)”. Poesia concreta, fatta di corpi, gesti e movimenti. In attesa di raccogliere i testi degli interventi, pubblico qui la mia presentazione. Spero che le mie considerazioni e le mie domande possano condurre a un confronto fruttifero anche su cartesensibili. Lo spazio dei commenti è ovviamente aperto a chiunque voglia dire il suo contributo di pensieri e parole.

“In tempi bui-la poesia e il linguaggio dell’impegno, dalle leggi razziali ai porti chiusi”.

Paolo Gera, presentazione.

La poesia è doppiamente ospitale. È un posto dove si offre ospitalità alle parole, dove ogni parola trova risalto per la sua singolarità e per la sua collaborazione con le altre. Ma nella sua ricerca di fissazione, di ancoraggio della lingua, il poeta rompe il cerchio della solitudine – un cerchio magico che rende immobili – e apre un cerchio di ospitalità rivolto agli altri.  Per questi motivi costituzionali la poesia è ontologicamente politica. Non può esistere senza che il flusso delle parole – la solitudine in movimento o il movimento della solitudine – sia fermato e indicato come traccia umana, come pietra d’inciampo, come porto franco. Già questo basterebbe.

La poesia da pietra di sosta diventa pietra su cui si sale per parlare e protestare. In determinati momenti il cerchio diventa reale, diventa incontro di poeti, circolo, gruppo avanguardistico. Gli stilnovisti, i romantici, i futuristi russi, la beat generation, il Gruppo 63… Questa vocazione all’incontro supera il problema sempre riproposto dell’autonomia e dell’eteronomia dell’arte.

Nei nostri tempi si ha l’impressione che la condizione di un poeta per l’altro sia quello di un centro astronomico che capta segnali elettromagnetici da stelle lontane, da pulsar. Lo sviluppo tecnologico ha riproposto la centralità dello scambio epistolare e in un’epoca in cui le distanze fisiche possono essere significativamente ridotte e il fattore tempo dovrebbe essere risibile, è la leggerezza della virtualità a renderci centrifughi e a fare in modo che gli incontri fisici non siano per nulla scontati. Il nostro peso fisico è stato azzerato dalla proliferazione alfabetica e noi siamo diventati pulviscolo. Questo è un tentativo di ridare al poeta la massa, carne e ossa, voce reale, phoné. La vera attribuzione rivoluzionaria della poesia oggi è la presenza fisica del poeta e attraverso questa fisicità, più che nei contenuti della scrittura, si dovrebbe tradurre oggi l’impegno del poeta.

La poesia è l’eccedente, lo scarto, il riscatto del tempo creativo contro quello produttivo. Charles Baudelaire, “Ubriacatevi!”: ecco una poesia che con leggerezza sublime rivendica il bisogno primario di essere in un modo diverso rispetto ai modelli identitari della società capitalistica. È anche vero che questa società ha fagocitato in fretta i modelli della diversità e dell’antagonismo e nella fase tarda che stiamo vivendo, e che forse non finirà mai o finirà con uno schianto, li ha imposti come feticci dell’intrattenimento, collegandoli allo schema ciclico della produzione e del consumo. La società tardocapitalista cerca di trarre profitto anche dalla sua critica. Nascono poeti fini conoscitori del paesaggio – noi viviamo su un mostro – che mentre criticano aspramente la società dei consumi o le contraddizioni del Web, si improvvisano showman alle presentazioni del proprio libro e improvvisano col pubblico improbabili versioni di “Bella ciao”, per poi controllare freneticamente sui social di quanto sia aumentato il livello dei propri followers. Ho partecipato a una di queste presentazioni e ancora me ne vergogno, ma bisogna saper imparare dai propri errori. Quando parlo di poeti che devono recuperare la massa, non mi riferisco evidentemente a questo tipo di azione, ma a una riappropriazione corporea che possa mettere il poeta a contatto con gli altri attraverso una comunicazione orizzontale, senza sedersi dall’altra parte del tavolo, ricevere i complimenti e firmare le dediche. Si potrebbe riflettere ad esempio sulla funzione di raccoglimento di istanze protestatarie e di coinvolgimento sociale del reading.

Dall’altra parte della poesia c’è invece il lettore e il rischio è che l’appagamento dovuto al riverbero emotivo della poesia sia bastante a se stesso e non sia per nulla pungolo e incitamento a un’azione di impegno. Si aprono due strade: le poesie possono essere brevi e didattiche, sentenze, aforismi – Brecht, Hikmet, Quasimodo – possono colpire la sensibilità e dare un’impressione di partecipazione intellettuale: in questi tempi di rapido consumo è forse questo che cerca il lettore. Ma accanto c’è il percorso della complessità e posso pensare a “Le ceneri di Gramsci” di Pasolini o a “Una visita in fabbrica” di Vittorio Sereni. Se vogliamo porci contro un potere che ha scelto la sintesi  e l’involgarimento del linguaggio anche come sistema di controllo e di impoverimento mentale, è forse giusto schierarsi dalla parte dell’analisi, dell’articolazione, del disvelamento dei meccanismi linguistici.

Sono esistiti poeti che scrivessero contro le leggi razziste del 1938? Questo sarebbe un campo di ricerca interessante. A Modena la poesia non fu scritta, ma divenne estrema azione di protesta. Angelo Fortunato Formiggini, proprio nel 1938, impossibilitato a portare avanti la sua attività editoriale, si suicidò gettandosi dalla Ghirlandina. I passi in salita sugli scalini, fino alla cima da cui volle gettarsi, risuonano come versi potenti e disperati. Il commento atroce del gerarca Starace fu: “«È morto proprio come un ebreo: si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola».

Io so di poeti e scrittori, alcuni anche fra noi, che hanno scritto istantaneamente sui porti chiusi e sul rifiuto di far approdare l’Aquarius e la Diciotti. Tra le esperienze a cui sono vicino, il blog Versante Ripido ha editato un libro collettivo di poesie di solidarietà e indignazione, il cui titolo significativamente è “La pacchia è finita!”. Anche scrittori mainstream come Giovanni Veronesi sono intervenuti. Un pensiero di Edoardo Albinati “Ho desiderato che morisse un bambino sull’Aquarius”, ha suscitato polemica. Ma anche qui non si capisce bene se la provocazione sia sincera e il cinismo speso efficace, oppure se la confessione non nasca piuttosto da un buio slancio narcisistico. Così tutto è oscuramente intrecciato oggigiorno.

Come ultimo spunto di riflessione: quale grado di elaborazione concettuale e emotiva deve avere una poesia per denunciare e far riflettere, senza s/cadere nella retorica? Il materiale di cronaca, attraverso il suo valore metaforico e il suo deposito umanamente condivisibile, in che modo può essere elaborato dal poeta per descrivere un’esperienza intima consonante a quella cronaca? E nel senso inverso del percorso, qual è il punto di incontro fra il notare quando l’Amore spira e il sentire corrispondenza con gli altri, l’aprire gli occhi e le labbra davanti ai tempi bui?

Su queste domande, senza dare una risposta, leggo la poesia di Franco Fortini, “Traducendo Brecht”, del 1978.

 

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio
si è attorcigliato sui tetti
prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire la parola d’un poeta
o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.


Scrivi mi dico, odia

chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

 

Paolo Gera

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