ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: ELLEBORO di Guglielmo Aprile

helleborus viridis, fetidus e altre specie

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Ricordare, o forse meglio riaccordare i fatti memorabili con le sensazioni e farne precisione, di una lama di coltello, con cui incidere i giorni, come il tronco dell’albero, sapendo che quella scorza siamo noi, articoli in finta pelle  che, attimo dopo attimo,  non sentiamo ormai che la punta mentre s’innesta nella nostra carne e, a malapena, quel fuori che scava cunicoli e vene per scorrerne linfa, in una fotosintesi che è l’immagine del nostro viverci. La scuola della vita non ha il filo continuo con cui annodiamo le pagine della scrittura, piuttosto è una ruota per criceti, in cui ci annoda e sfila, a volte sfibra e poi tesse e tinge e recide, per farsi invisibile in un’ altra traduzione, o seduzione, interiore. Un giro di giostra, ciò che sembra sganciarsi dal testo, in questa sequenza delle sezioni che sembrano fuori fase tra loro, e acquista poi la capacità di mostrare , nel caos dei temi, una logica intenzionale, una vivisezione che supera la nostra razionalità e si fa debito e credito con cui pagare e ripagarci degli istanti vissuti. In ogni parola un prismatico osservatorio, un granaio di luce con cui muoverci passo dopo passo in quell’inesplorato mo(n)do latente, sempre pronto a farci brillare, saltando in aria con tutte le nostre variabili allocuzioni, i colori temerari, l’infinito di formelle con cui (ri)costruiamo con punti a legaccio  e bruciature gli accordi inusitati dei suoni, che si formulano dentro di noi, tra i bunsen di una chimica amorosa gassosa, che ci solleva tra le tante ombre che incontriamo e siamo noi, senza conoscerle.  Vive sezioni di lavori sulla pelle, di giorno e di notte, seguendo un filo di silenzio che non azzittisce i luoghi del mondo, un universo radice del cosmico con spigoli d’osso e ambre, resinose forme di un corpo di carne e pietra dura, con cui con cura raschia voce ed eco, reggendo la pagina del tempo come un mare aperto. Ampio res-piro con cui l’io brucia e si ritira, a riva, e si sfida o si sfila, dal bordo di quel mare da cui nasce per un approdo nuovo, fino alla fine che presagisce, perché quella sabbia è l’intera distanza del per-cor-so, la poesia quell’inter(n)o dis-equilibrio con cui naufragando si ritrova, fiore di rosa a fine inverno che non ha spina ma radica e cresce in mezz’ombra, come noi, aggrappandosi con una zolla di luce al buio della terra, resistendo alla sua stessa tossicità, alla sgradevolezza di un sapore spesso irritante quale è quello con cui consumiamo i giorni della nostra vita. Uno speciale preparato anestetico, allora, con cui proviamo ad approntare, spesso maldestramente, strategie di fuga.

Fernanda Ferraresso

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helleborus hybridus -ellebore double whit

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Dalla raccolta ELLEBORO, di Guglielmo Aprile.

Articoli in finta pelle

Sipario

Adoriamo un sipario,
un capriccioso bestiario fantastico
istoriato su un parasole:
ha gioco facile
sui nostri sensi infantili
l’arte delle miniature
che ricama leziose efflorescenze
a margine di un decreto,
il vento inciampa fra i drappi sfrangiati,
l’occhio resta a lungo ipnotizzato
dalla farfalla delle insegne al neon
di materiale elettrico cinese;
il gioco finisce quando
la modella ritratta
si scolla dalla tela, scende dal cavalletto
e ci rivela che non ci ha mai amato:
le nuvole di vetro vanno in pezzi,
evapora la firma
sulla parcella ancora non corrisposta.

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Disforia postcoitale
Per quei venti secondi
dell’orgasmo
si massacrano i Sassoni,
si fa scorta di Duracell,
si dà prova ai checkpoint
di autocontrollo e doti di umorismo
e di un sistema renale efficiente,
e l’Ikea pubblicizza
in tutto il mondo i suoi avveniristici
modelli di scarpiere e lettiere per gatti;
seguiamo con occhio distratto un film
dalla trama piuttosto prevedibile,
poi fatti gli esercizi di ginnastica
la stanza è un cane morto.
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Labirinto
Ci raccomandarono state alla larga
dai cunicoli, dal bordo dei pozzi,
ci si perde spesso
dove gli animali senza occhi
fanno le tane, nessuno li ha mai misurati
i sotterranei, una razza diversa
che ha in orrore i fiori di Cnosso
coltiva insani, violenti appetiti.
Il cielo dalle mascelle di ferro
reclama ogni giorno
il suo tributo di cappellini da baseball,
in numero non inferiore a sette.
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helleborus niger

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Ruota per criceti
Morte delle favole
Il cielo è vecchio, non sa più
che significa fare salti su un piede solo,
le altalene non ce la fanno a reggerlo;
l’infantile elettricità degli occhi
ferrata dai maniscalchi
o ridicolizzata dai libri,
nelle articolazioni il gesso cresce,
ci rimproverano aspramente
i compagni di cella, se per scherzo
indossiamo un canarino.
Il vecchio cielo, lui solo, capisce
com’è brutto scoprire
che i giocattoli erano solo plastica
e le battaglie erano tutte finte.
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Viaggiatori
L’orizzonte è una promessa,
e l’oggi un profugo cieco.
Chimera delle Cicladi, quante isole
si nascondono dietro un foglio bianco,
quanti orologi da ragazzi
manomessi per gioco o inavvertitamente
sfilatisi dal polso
nuotando e ingoiati dal fiume;
lunghissimi pomeriggi in collegio,
le mani sotto la nuca, a dipingere
sul libro di algebra le sopracciglia
di una visitatrice misteriosa;
e ogni finestra aperta era un aedo
di climi più congeniali,
di hawaiane dalle gonne di ibisco
dalla parlata musicale e incomprensibile.
Poi le stive degli anni
hanno svelato il loro reale carico,
il diramarsi sotto i nostri occhi
delle strade innumerevoli
che piegano dietro la schiena scura
della montagna;
e l’orizzonte resta colmo di spighe,
ma l’oggi ha le mani mozze
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Obsolescenza
1
La distanza smorza i canti dei marciatori,
il corallo ha dimenticato
il suo legame con il fuoco e il sangue,
sbiadisce in giorni tutti uguali,
nessuno crede
a un mare che partorisca ancora perle,
la sposa ha tradito durante la luna di miele,
il randagio scambia gli ossi di pollo
raccattati in mezzo ai rifiuti
per non sa neanche lui quale tesoro.
2
La morte ara la faccia
ai palazzi di nuova costruzione,
chiudono i mobilifici per debiti,
i panorami presto o tardi
si macchiano tutti di sabbia,
alla lunga anche il mare nelle foto
perde la sua brillantezza, è sgualcito.
Gli altri alle prese con la recita; io
sotto sedie minuscole invoco
un giardino grigio, che non canta,
dove scappare
appena fatti i compiti per casa.
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elleboro- disegno botanico
Risultati immagini per helleborus botanical drawing
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Giro di giostra
Glassa
Era bello da piccoli imitare
i gesti del nuotatore
che si riscalda prima di entrare in acqua
Ma oggi sappiamo la differenza
tra la reale natura dei corpi celesti
e le fantasiose congetture degli astrologi antichi
tra il paesaggio e la sua edulcorata
versione fotografica
Noi sappiamo qual è l’inganno
che adesca gli organi di ricezione
e che ha nelle papille gustative il suo complice
Quanto amiamo e diciamo sacro
è solo glassa
posata sui duri numeri
L’inorganico è un tribunale che non fa sconti
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Vivisezione
Uomo di gesso
Modi e modi di sprecare la vita,
di rivoltare un guanto in cerca del suo strappo,
di perlustrare un letto dopo l’altro
i lunghi dormitori dell’errore,
di dare fondo per la giusta causa
alle proprie riserve di glicogeno,
di lasciare che senza essere colto
marcisca il frutto di testosterone,
di abbeverare le strade del proprio sudore;
ma il peggiore è senz’altro questo
esitare sul bordo
di uno stallo, tra un gesto e qualunque altro:
fingersi morti trattenendo il fiato,
galleggiare su lenzuola di calce,
aspettare che spiova
per uscire, rinviando ogni passo
per paura, né terraferma né oceano
ma stagno
(eppure è così squisito l’odore
dell’erba dopo una pioggia inattesa,
che riscatta il mondo e ogni suo errore).
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Visitatori
Sorvegli i tuoi pensieri
come i commessi delle mercerie cinesi
che tengono d’occhio certi clienti
dall’andatura cauta, allampanata.
Sette di sera, le strade hanno fretta
di ritirarsi circospette ognuna
nella sua tana; parla a voce bassa,
si allarga la macchia rossa su Giove,
i visitatori vanno occupando
settori sempre più estesi dell’appartamento
ma non si fanno vedere.
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elleboro – rosa di natale
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Preparati anestetici e strategie di fuga
Giuramento
Rinnovare, ogni primo del mese,
la propria fedeltà alle scarpe preferite,
alle espressioni idiomatiche
più in voga, a private scaramanzie
e al contratto di affitto, ci aiuta
a sentirci in qualche modo
protetti
dalla sabbia che staffila le strade,
dal sonno leggero del vulcano
e dall’isteria dei fortunali.
Le password dei vari servizi online
ripassate a memoria ogni mattina
perché il mondo non collassi
alle carezze del caos.
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Corda tesa
Ai due lati del filo
c’è uno strapiombo di millenni,
basta inciampare nei propri lacci,
un errore di battitura
e la fogna spalancherebbe le sue bocche senza fondo.
Una striscia sottile
ci protegge, aggrappiamoci
a questa imbracatura d’emergenza, a questa garza
di stracci da cucina
tagliati in fretta, che almeno finché regge
contiene il traboccare delle viscere;
altrimenti i venti unni di pianura
ci inghiottirebbero
ci farebbero a pezzi.
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Il Lete
Ignori tutto di me,
a volte mi nascono dentro
sequenze di note senza parole,
motivi che non avevo mai udito:
aspettando un autobus
o tra le spine del cuscino,
nei vagoni dell’insonnia,
sul granito della mezzanotte; poi
fanno come il vento.
Potessero restarmi,
bisacce perse nella marcia
dai mercanti di noce moscata,
mentre assidero
non visto dagli uomini e dalle stelle,
mentre mi addormento in una pineta
e la barca delle cicale
ondeggiando monotona mi culla.
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Note sull’autore

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra cui “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo, 2008), “Primavera indomabile danza” (Oedipus, 2014), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle, 2015), “Calypso” (Oedipus, 2016), “Il talento dell’equilibrista” (Ladolfi, 2018).
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Elleboro
Guglielmo Aprile, ELLEBORO- Terra d’ulivi Edizioni 2019

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