In tempi bui. Poesia e linguaggio dell’impegno in Italia, dalle leggi razziali alla chiusura dei porti. – Antonella Jacoli

bronzino- ritratto di giovane uomo con libro (dettaglio)- 1530

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Discorso umanista in tempi bui

Scrive il poeta Cesare Viviani: “Dei dolori degli altri, dei tramonti, / dei tempi bui dove appare chiara / l’impotenza nelle vicende / hai colmato la mente / per sottrarre spazio al tuo / acutissimo dolore”. La poesia non è un gioco irrazionale ormai messo in soffitta, ma arte del presente: è per natura forza rivoluzionaria, in quanto è nella storia dell’uomo, in tutte le sue possibilità, e il legame tra linguaggio e idee resta indissolubile. Non vi può essere amore del sapere senza amore della parola, delle sue trasformazioni. Comprendere (intellìgere) fa parte della mente poetica, anche nell’epoca di massa, dello spettacolo e del consumo. La poesia attraverso la parola allude, illude, delude, conclude. Porta a galla l’umanesimo che ci portiamo dentro come un tesoro scavato nella sabbia. Pier Paolo Pasolini già sosteneva che “La poesia non è merce perché /non è consumabile”. L’impegno civile nella poesia è sempre esistito, si pensi alla Divina commedia di Dante, e la sua funzione è “di avvelenare i pozzi”, detto alla Fortini, di scardinare gli equilibri dati. Ma oggi la sordità alle chiamate in causa è evidente, come la mancanza di leader e di competenza. Scrivere aiuta a posizionarsi. Ad esempio nel diario del 2017, per i quasi quattrocento morti di Lampedusa, Erri De Luca faceva emergere “Quelle centinaia di facce (‍‍‍‍. . .) Di loro mi resta la scala di corda che hanno scalato seminudi e scalzi su pioli di legno”, mentre John Berger usava come paragone un tema cinematografico scrivendo: “il Vagabondo di Chaplin è diventato legione”. Il sogno fraterno di King e di Kennedy non fa più sognare, eppure il suo posto non è stato preso da null’altro, si vive nel vuoto dei valori come nel cavo di Notre Dame in fiamme. Sono esplosi la chiusura dell’io e il rancore, fino a proposte quasi ottocentesche di ridefinizioni nazionalistiche di confini fisici e culturali, dimenticando la lezione cosmopolita di Voltaire e di Goethe.

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bronzino- ritratto di giovane uomo con libro (dettaglio)

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”Viviamo in tempi di accresciuta aggressività”, dice il teologo Vito Mancuso, “l’odio è una patologia e la sola intelligenza non ci porta fuori, manca un’idea, forse il 15 marzo 2019 con la marcia globale per il clima si è posta l’idea di natura”, ma l’ambiguità culturale dei nostri tempi rispecchia la liquidità di un mondo che dal 1973, o forse già in conseguenza del ’68, è entrato nella terza grande crisi, dopo le dittature e le guerre mondiali del novecento. Forse perdura in altre forme quella “paura della libertà” che Carlo Levi adottava per indicare il sentimento che aveva generato il fascismo. All’uomo smarrito del duemila, che ha assistito all’11 settembre, alle guerre oblique e al mediterraneo di sangue, cosa si promette ancora? Una risposta illuminata, seppure minoritaria nell’età della disgregazione e in clima di dopo Brexit, mi sembra l’appello agli intellettuali per salvare l’Europa dal populismo. Lo propone in Francia, insieme ad altri, il filosofo Bernard Henry Levy: “Look for Europe” è il suo libro-spettacolo in forma di monologo: un intellettuale, in una camera d’albergo a Sarajevo, ha a disposizione 90 minuti per scrivere un discorso sull’Europa.

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Uno schiaffo alle anime indifferenti. Promuove l’unità anche Massimo Cacciari nel suo Manifesto per l’Europa: un patto dei popoli, un umanesimo europeo e una democrazia accogliente in un’Europa che deve farsi necessaria e solida, sull’esempio dei padri fondatori dell’Europa postbellica. Similmente Benedetto XVI e Papa Francesco hanno indicato la via d’uscita dalla crisi nell’umanesimo cristiano, nella scoperta dell’altro come un bene per sé. Ricordando la vocazione umanistica dell’Europa, la sua resistenza di civiltà a guerre e Shoah, Francesco ha esortato: “Costruiamo un nuovo umanesimo. Servono ponti e non muri”. Se Levy si schiera contro l’antisemitismo francese di varia provenienza che uccide da tredici anni, da noi, dopo le leggi razziali, si assiste a una xenofobia sdoganata da quel “cattivismo”, come lo chiama il politologo Antonio Polito, che non è razzismo in senso stretto, ma che genera forme di discriminazione, anche costituzionali possibili, come fa sospettare l’articolo 14 del decreto di sicurezza 2018 convertito in legge, che prevede la revoca della cittadinanza italiana agli adottati stranieri maggiorenni condannati in via definitiva per reati connessi al terrorismo. Una violazione del patto del singolo con lo stato, o la lacerazione di un diritto filiale adottivo equiparato a quello naturale? Una delle tante sfide al tavolo delle trattative di un’Europa invecchiata male, aggrappata ai resti di una cultura polifonica che però  rimane l’unica in grado di poter rifondare le fondamenta del vivere civile e dell’arte che le appartiene.

Antonella Jacoli

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