T9, le parole necessarie – Poesia e diritto: tre testi scelti da Paolo Gera

.

Per questo numero di T9 lascio da parte la conversazione amicale su un testo scelto da un mio ‘corrispondente’ e pubblico tre finestre poetiche sul tema degli stranieri che arrivano dal mare.

Non si tratta di poesie contemporanee, registrate in diretta sull’ onda dell’indignazione contro il decreto sicurezza di Salvini o contro le leggi precedenti, la Bossi-Fini, l’accordo con la Libia voluto da Minniti.

Si parte da lontano, addirittura dal I secolo avanti Cristo, per arrivare a due grandi scrittori del Novecento.

Le parole da ‘completare’ siano questa volta quelle lasciate nei commenti. Chi conosce testi dello stesso tenore da aggiungere a quelli che ho scelto io? Per una ragione di legittimazione storica, mi piacerebbero fossero di autori non contemporanei, vorrei si dipanasse un filo rosso dall’antichità sino alle soglie del Duemila che tenesse unite riflessioni sull’accoglienza primaria e sull’ospitalità duratura. Forse partendo da lontano la passerella sul mare che   unisce due terre potrebbe essere più solida e sostenere le rivendicazioni attuali.

Vorrei che si potesse fondare un “Corpus iuris poetici”, un diritto della poesia, da affiancare a quello giuridico sancito e spesso calpestato dalle nazioni.

.

modello nave di enea

.

 

  1. Il primo testo è uno stralcio dall’Eneide di Virgilio. I versi sono circolati online e sono diventati una specie di manifesto ante-litteram contro i provvedimenti del decreto Salvini.

(…) huc pauci vestris adnavimus oris.
Quod genus hoc hominum? Quaeve
hunc tam barbara morem permittit
patria? Hospitio prohibemur
harenae; bella cient primaque vetant
consistere terra.
Si genus humanum et mortalia
temnitis arma, at sperate deos memores fandi
atque nefandi.”

“In pochi a nuoto arrivammo qui sulle vostre spiagge. Ma che razza di uomini è la vostra? Quale patria permette un costume così barbaro, che ci nega perfino l’ospitalità della spiaggia; che ci dichiara guerra e ci vieta di posarci sulla terra più vicina. Se non nel genere umano e nella fraternità tra le braccia mortali, credete almeno negli Dei, garanti del giusto e dell’ingiusto.” [Virgilio, Eneide, Libro I 538-543], mia traduzione.

 

   2. Giuseppe Ungaretti, In memoria, da “Il porto sepolto” (1916)

IN MEMORIA.
Locvizza il 30 settembre 1916.

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
patria

Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

 

     3. Dylan Thomas, “Lie still, sleep becalmed” (1943), traduzione di A. Marianni.

 

Lie still, sleep becalmed


Lie still, sleep becalmed, sufferer with the wound
In the throat, burning and turning. All night afloat
On the silent sea we have heard the sound
That came from the wound wrapped in the salt sheet.

Under the mile off moon we trembled listening
To the sea sound flowing like blood from the loud wound
And when the salt sheet broke in a storm of singing
The voices of all the drowned swam on the wind.

Open a pathway through the slow sad sail,
Throw wide to the wind the gates of the wandering boat
For my voyage to begin to the end of my wound,
We heard the sea sound sing, we saw the salt sheet tell,
Lie still, sleep becalmed, hide the mouth in the throat,
Or we shall obey, and ride with you through the drowned.

Resta immobile, dormi nella bonaccia, o tu che soffri
Con una piaga nella gola, bruciando e rigirandoti.
Tutta la notte a galla sopra il tacito mare udimmo il rombo
Della ferita avvolta nel lenzuolo di sale.

Sotto la luna oltre un miglio tremavamo ascoltando
Il rombo del mare fluire come sangue dalla piaga ruggente,
E quando il lenzuolo di sale proruppe in un uragano di canti
Le voci di tutti gli annegati nuotarono nel vento.

Apriti un varco nella lenta, nella lugubre vela,
Spalanca al vento le porte del vascello vagante
Per iniziare il viaggio verso la fine della mia ferita,
Intonò il rombo del mare, disse il lenzuolo di sale.
Resta immobile, dormi nella bonaccia, nascondi in gola la bocca,
O dovremo obbedire, e cavalcare con te fra gli annegati.

 

Paolo Gera

1 Comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.