L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE ….ovvero del vedere delle donne- Milena Nicolini: Il dono del tempo. Ancora sul dono e lo scambio di mercato

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Necessaria avvertenza

Nonostante la bella forma della lettera che segue, non si tratta di una finzione letteraria. La lettera fu davvero scritta ai nipoti da Maria Luisa Bompani, che in effetti scrive e fa poesia, ma che qui voleva soprattutto aprire un segno di cambiamento nella sua concreta pratica del dono rivolto ai nipoti. E’ una lettera importante, che può e deve fare riflettere ancora su quanto si è cominciato a guardare dalla volta scorsa.
Per ovvie ragioni di privacy i nomi dei nipoti sono stati sostituiti da sigle.

 

Sabato 11 luglio 2009

 

Care Effe e Esse,
quest’anno non vi ho fatto, per la prima volta, il regalo di compleanno. Vi ho solo donato il libro che ho fatto con i miei studenti, “Una vita piena di noi”. Vi aspettavate un regalo acquistato col denaro?
Io ho sempre desiderato donarvi il mio tempo. Ho imparato a venirvi a trovare. Prima che nasceste non ero in grado di donare il mio tempo. Voi amavate i nostri pomeriggi, ma vi piaceva anche che io vi donassi un oggetto, ogni compleanno della vostra vita, ogni Natale, ogni Cresima e Comunione. Anche a Elle, vostro fratello, ho sempre fatto un regalo. Totale regali:

Elle 18+ 18+2                         Compleanno + Natale + Cresima e Comunione

Effe 21+ 21+ 2                           “ “ “          “

Esse 14+ 14+ 2                              “ “ “       “

Totale: 112 regali. Centododici cose che attraverso il denaro sono passate da me a voi. Cose cercate, pensate a lungo. Vedere la vostra gioia.

Poi Elle ha iniziato l’indifferenza verso i miei regali proprio quando io cominciavo  a pensare all’anima delle cose e al tempo che ho da vivere.
L’anima delle cose, il tempo che ho da vivere.
Tutti quegli oggetti che paghi col denaro, anche se li acquisti al “Commercio equo e solidale”, non hanno anima, almeno io non so più trovarla. E il tempo che diventa sempre più corto, che diventa, adesso che i nonni stanno per concludere la loro vita, un tempo di cura verso il morire, il morire di tutto, mio e loro, ecco, adesso io vorrei passare con voi questo tempo, tanto, ecco.
Ma voi vi fidanzate, voi spericolati sui motorini, voi ballate nelle serate del sabato e del venerdì, voi andate a scuola e a me chiedete un libro, uno sguardo alla tesina.
Io non so se vi  farò più regali in forma di cosa. Penso di fermarmi qui.
Solo se una cosa avrà un’anima per te, Effe, per te, Esse e per Elle, sarà un nuovo dono.
La zia, vostra unica e matta, come dice il papi vostro, sente che cambia tutto, è già cambiato, muterà ancora.
Mi permettete di amarvi senza il pacchetto col fiocco?
Ho paura di perdere il vostro amore.
Voi l’anno scorso avete dimenticato il mio compleanno. Un piccolo dolore, ma forse proprio questo, assieme all’indifferenza di Elle, mi ha dato l’autorizzazione a non impacchettare il mio amore in un oggetto.  Perché le cose che hanno anima non sono oggetti.
Io amo troppo la materia e il suo dolore di farsi cosa per confezionare pacchetti vuoti, pacchetti del delirio universale del consumo. Potete capire? Sì che capite, perbacco. Guardate quanto la paura di essere abbandonati dall’amore degli altri può irrigidire.
Io faccio l’incompresa ma voi di me avete avuto la parte migliore perché ME L’AVETE INSEGNATA. Un gratis totale come il mondo, il gioco, i pomeriggi, i disegni, le favole, le risate. Questi doni hanno disseminato in me l’amore. Nessuno era riuscito a farlo.
Voi mi avete TROVATA NEL MONDO e voi mi SIETE CAPITATI NEL MONDO.
Sono finiti i pacchetti.
Comincia un altro noi, che c’è sempre stato.
Scusate l’intermezzo.

 

Zia Pupisa

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Quante e quanti di noi si ritrovano nelle maniere della Zia Pupisa  che fa regali importanti e pensati  ai nipoti! Regali che sappiamo sì essere comandati da ricorrenze e occasioni imprescindibili nella ritualità consumistica; sì obbedienti  a ‘tradizioni’ riconoscibilissime come esteriori, con modalità inventate dal consumo, vanesie; sì  misurati  su un’equazione di mercato che equipara la quantità dell’affetto  con la quantità del denaro speso (vi ricordate la pubblicità di qualche tempo fa: “un diamante è per sempre”? Già, era sottinteso che, se regalavi invece un brillantino, potevi far pensare che ti aspettavi una possibile frattura dell’unione o che non ci tenevi davvero al ‘per sempre’ della promessa amorosa); MA, alla fin fine, sono comunque regali che nel nostro intento si riscattano con la specialità dell’affetto, del destinatario, dell’occasione e di qualsiasi altro pretesto. E perché non confessare fin dove può arrivare questa nostra deroga alla consapevolezza etica e politica? In primis, quando regaliamo soldi. Nudi e crudi, con parolette d’accompagnamento, ma sostanzialmente anonimi, indifferenziati, incapaci di portare su di sé quel segno del donatore che faceva così insospettire Derrida, circa il rischio di un insuperabile debito di riconoscenza. Certo, le motivazioni si trovano subito, buoniste e altruiste: così possono comprarsi quello che davvero desiderano; così li si aiuta concretamente a metter su casa, a pagarsi i libri dell’università, a prendere la patente, a … tutto, perché nei soldi tutto ci sta, tutto si media. Ammettiamo che sotto sotto è anche abbastanza comodo, perché non c’è più la fatica di pensare, scegliere, cercare; non fosse per il fatto che i soldi , non c’è santi, si fanno quantificare con estrema esattezza; mica puoi far conto di imbatterti in un gran bell’oggetto, da gran figurone, trovato miracolosamente a buon mercato, o scontato, o su improbabili bancarelle. Vero è che dà un po’ fastidio che non rimanga proprio nessun segno, nessuna memoria di noi (quel vassoio me l’ha dato la nonna e m’ha detto che…, questo lenzuolo ricamato arrivò dalla cugina con paroline un po’ piccanti, questo acquarello da parte di mio padre era per la soddisfazione di quel bel voto…), ma poi si pensa a quanti sono i regali inutili, buttati in un angolo, non desiderati, accolti con l’indifferenza di Elle. E allora ben venga il denaro, anche se, a lungo andare, diventa talmente una rendita dovuta, da perdere la connotazione stessa di un dono: può capitare allora che una, ormai ultratrentenne, donna-nipote, con lavoro e stipendio decenti, di colpo ti dica che, insomma, la paghetta dovrebbe arrivare anche per Pasqua, che non si capisce perché sia stata sospesa ad un certo punto della vita. Immediatamente per secondo, quando compensiamo  con soldi ogni piccolo aiuto chiesto e ricevuto: innaffiare i fiori, dar da mangiare al gatto, portare in solaio la cassa di libri, portare la spesa durante un’influenza, ecc.  Che dovrebbe avere più la forma di un dono, invece, e non solo perché chi lo porge, mentre allunga la mano ai soldi, mormora sempre: “ma no, non c’è bisogno, lo faccio per affetto, con piacere…”, ma perché ne avrebbe tutta la forma e la grande decenza etica e sociale: io ho un bisogno e ti chiedo aiuto, tu hai la capacità di aiutarmi e lo fai; a buon rendere quando si invertiranno i ruoli. Su questa reciprocità si basano le banche del tempo, quelle che ancora reggono e non si sono miseramente inaridite. Vero che spesso lo facciamo per ‘non sentirci in debito’, ma proprio dietro questa insofferenza a ‘sentirci in debito’, non sta forse una incapacità di dipendere da una relazione che implicherebbe magari impegno nel rapporto? Dati i soldi, invece, chiudiamo la porta e sentiamo di essere in  pari, conclusi, a posto. Mentre tutto quello che è stato –  un bisogno che ha fatto entrare l’altro nel mio vivere, anzi in una lacuna del mio vivere, portando dentro la sua energia, il suo poter fare, al punto da realizzare  qualcosa altrimenti molto probabilmente non possibile – va perduto. Tertium, quando non doniamo l’ovvio, sostituendolo con altro, di buono, rivolto altrove. Facendolo sapere. Si dice: ‘non fiori, ma opere di bene’; ottima indicazione, certo, piuttosto che vedere appassire in un cantone del cimitero corone e mazzi privati di ogni carica emozionale. Non fosse per quella riga da compilare, che si trova in tanti bollettini, circa il nome del caro defunto per cui si fa la donazione, nonché l’indirizzo parentale a cui inviare l’avviso dell’avvenuta devoluzione. Certo, farà piacere alla famiglia del caro defunto, certo testimonierà che non siamo andati al funerale a mani vuote, ma il senso originale della sostituzione si perde irrimediabilmente: non più un dono effimero per un rituale ormai molto esteriore, che viene sostituito da un gesto di sostegno e soccorso alla vita; ma solo una diversa convenzione in cui prevale l’obbligo di un dare e avere. Così anche per quel firmare la presenza alla cerimonia che comporterà il bigliettino di ringraziamento listato di nero. Sono lacerti di un passato diverso modo di partecipare al lutto. Rituale sempre, convenzionale sempre, ma mi pare più profondo, sentito, dentro anche una differente concezione della morte: più duramente accettata e subita, ma  più ‘naturale’. Dentro a questo tertium sta anche quel bigliettino che ci arriva a volte per Natale: “quest’anno non facciamo nessun regalo, abbiamo scelto di donare ai bambini dell’Africa”. Lodevole scelta. Ma perché me la devi documentare? Perché è così sacrosanto fare doni per Natale che è necessario motivarne l’astensione? Non basterebbe semplicemente non fare doni, infischiandosene dei commenti, dato che la propria scelta andrebbe nella direzione dell’esempio anticonsumistico, della presa di posizione etica e politica? No, perché potrebbe essere letta come mancanza, dato che comunque si ritiene necessario e obbligatorio recitare tutto il repertorio consumistico, anche se lo si critica. Infatti, mi viene da dire, è consumistico anche dare ai bambini dell’Africa per Natale. Sento già le obiezioni: che importa?, basta che qualcosa arrivi a quei poveretti. Sì, avete ragione, è pur sempre carità. Si tratta di quella carità, però,  un po’ pelosa, anche da parte di chi la chiede, che viene sollecitata dalle varie organizzazioni di beneficenza per Pasqua e Natale, con spot tanto retorici quanto strappacuore. Quella carità che, certificata, puoi scaricare col 730.
Certo, io per prima, è da  considerare che per tanti donare è un piacere. La soddisfazione negli occhi di chi riceve, quel pieno che riempie dentro per aver fatto una cosa ritenuta  sicuramente proficua, quell’amore che si vuole far passare nel dono. Ma mi piomba addosso quella confessione di zia Pupisa, così profondamente rivelatrice:
“Mi permettete di amarvi senza il pacchetto col fiocco?
Ho paura di perdere il vostro amore.”
Quante paure di vuoti e quanti vuoti effettivi cerchiamo di colmare col piacere di fare doni?
A questo punto potrebbe sembrare che io non lasci nessuna possibilità al dono, nella sua duplice faccia rivolta al ricevente e al donatore. No. Penso che il dono sia una delle più belle opere possibili all’umano. Uno dei fili più potenti che intrecciano e tengono le relazioni tra gli umani. Penso davvero che col dono passi all’altro concretamente una parte di chi dona, energia che gli farà bene, che aprirà prospettive, che porterà alla luce potenzialità magari nascoste. E penso che ritorni a chi dona, subito, la sensazione della ricchezza portata dalla giunta, da lui operata, a tutto l’essere del mondo, quindi anche al proprio sé che ne è parte. Purché sia dono vero. Purché lo si sappia riconoscere. Purché lo si impari ad apprezzare.
Invito a riflettere su quanto dice zia Pupisa:
“Ho imparato a venirvi a trovare. Prima che nasceste non ero in grado di donare il mio tempo. (…) voi di me avete avuto la parte migliore perché ME L’AVETE INSEGNATA. Un gratis totale come il mondo, il gioco, i pomeriggi, i disegni, le favole, le risate. Questi doni hanno disseminato in me l’amore. Nessuno era riuscito a farlo.”
Zia Pupisa, infatti, riesce a giustapporre alla riflessione critica sui suoi regali :
“Tutti quegli oggetti che paghi col denaro, anche se li acquisti al “Commercio equo e solidale”, non hanno anima, almeno io non so più trovarla. (…) pacchetti vuoti, pacchetti del delirio universale del consumo.” quella vera esperienza di dono che i nipoti  le hanno offerto, ma soprattutto che lei ha saputo cogliere e mettere a fruttificare. Se, infine, è proprio da essa che parte la sua nuova richiesta:
“E il tempo che diventa sempre più corto, che diventa, adesso che i nonni stanno per concludere la loro vita, un tempo di cura verso il morire, il morire di tutto, mio e loro, ecco, adesso io vorrei passare con voi questo tempo, tanto, ecco.”
Il dono del tempo. Pensate quanto è profondo, amorevole, vitale. E quasi mai è un dono a cui siamo disponibili.
Proprio per ridare corpo autentico alla relazione del dono, accettando l’indicazione di tante Maestre (da Muraro a Vaughan), suggerisco di  tornare a imparare dal dono materno: il dono della vita, il dono del linguaggio.

“non mi sono messa al mondo né mi sono insegnata a parlare da me “[1]
“noi impariamo a parlare dalla madre o chi per essa, e lo impariamo non oltre o extra ma come parte essenziale della comunicazione vitale che abbiamo con lei. ”[2]
“[Occorre riportare] nelle vite adulte l’antica relazione con la madre per farvela rivivere come principio di autorità simbolica. “[3]

Che, ci dice Muraro, trascende le possibili singole vicende biografiche:
“quando dico “gratitudine verso la madre” non mi riferisco ad un sentimento, che può esserci e non esserci, ma al significato puro delle parole, che è presente nella mia mente anche se verso mia madre non provassi alcuna riconoscenza o avessi sentimenti ostili.(…) la parola aveva anche un altro riferimento, a livello dell’ordine simbolico. Questo altro riferimento si palesò, in alcune, sotto forma di un sentimento doloroso della perdita di ogni sentimento di gratitudine verso la madre, perdita patita in effetti da molte donne nelle società di tipo patriarcale come la nostra.[4]
Ma credo che per poter fare del dono materno una matrice di riconoscibilità del dono in generale, occorra, comunque,  aprire quell’altro grande tema di tante donne: la mancata o la negativamente patita relazione con la madre. Basti questa terribile poesia di Rossana Roberti per capire:

Ho cara una piccola volpe
sotto la camicia
con folli unghiette mi scava la carne
non io ce l’ho messa
povera me
donna-volpe che si strazia
con mulinello di zampe feroci
si fa male
perpetuamente
sta scritto: nessuno
può separarsi da sé [5]

 

Milena Nicolini

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Note al testo

[1] Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 101

[2] Ivi, p.42

[3] Ivi, pp.34-5

[4] vi, pp.92-3

[5] Rossana Roberti, Maternale, Book Editore, Bologna 2003, p. 25

Maria Luisa Bompani, nata nel 1957 a Formigine di Modena, è laureata in Filosofia e ha insegnato Lettere in una scuola superiore. Ha scritto poesie, pubblicate in  varie riviste, nell’antologia collettiva “Vi son frecce”, 1989 Il Lavoro Editoriale, e nell’antologia “Voci accanto. Antologia di poeti modenesi”, Edizioni Rossopietra 2015.
E’ stata segnalata con merito nel 1999 al Premio Letterario Nazionale Nuove Scrittrici, VII edizione, del Centro Margaret Fuller.
Ha pubblicato il romanzo “Infanzia dea”, Sironi Editore 2004, opera che uscirà nei prossimi mesi presso Laurana Editore in versione digitale.
Per i tipi della casa editrice Excogita è uscito nel 2008 un altro testo in prosa, “Quasi nessuna idea sull’amore”, con il quale nel 2009 è stata tra gli 8 semifinalisti del Premio Tassoni, sezione narrativa.  Ha pubblicato racconti in riviste, in siti web e in testi antologici.
Ha tenuto diversi corsi di scrittura creativa presso enti pubblici e associazioni culturali.   Si è occupata per anni di scrittura delle donne con il Gruppo Poesia della Casa delle Donne di Modena, poi diventato Donne di Poesia, realizzando conferenze, readings e incontri con scrittrici.
Appassionata di teatro,  fa parte da anni del Laboratorio permanente di pratica teatrale del Teatro delle Ariette del Comune di Valsamoggia (Bo) e del gruppo Foeminae di Modena.
Attualmente si dedica anche a varie attività di volontariato, tra cui la lettura di fiabe ai bambini con l’associazione Librarsi di Sassuolo e la gestione del progetto di condivisione Leila Formigine-la Biblioteca degli Oggetti.

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