LAURADEILIBRI- Laura Bertolotti: Shakespeare&Co.

shakespeare and company- libreria parigi

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Storia di libri e librerie, per chi la gradisce.
A me piacciono questi racconti, manco a dirlo, e questa è la storia di una libreria degli anni Venti, a Parigi, che ha visto passare Ezra Pound, Ernest Hemingway, James Joyce, John Dos Passos, Gertrude Stein, Scott Fitgerald, giusto per nominare alcuni autori tra i più famosi.
Nata dal piglio manageriale, anche un po’ improvvisato, dell’americana Sylvia Beach (1887 – 1962), nel momento in cui, a causa del proibizionismo, molti scrittori d’Oltreoceano si stabilivano a vivere a Parigi. Era il 1919 e la libreria si chiamò Shakespeare and Company,  vendeva e prestava libri, la tessera era tenuta in gran conto dai proprietari, come fosse il passaporto. Ma l’iniziativa più importante di Sylvia, che qui narra in prima persona, fu avventurarsi nel pubblicare l’Ulisse di Joyce, impresa che la costrinse a sobbarcarsi enormi spese, fino al punto della bancarotta sfiorata,  e innumerevoli complicazioni di ordine pratico.
Sylvia aveva per Joyce “un’autentica venerazione”, lo descrive come un uomo “di media statura, magro, sottile, leggermente curvo e molto aggraziato. Si notavano subito le sue mani sottilissime, la sinistra adorna di anelli […]. Straordinariamente belli gli occhi, di un azzurro profondo, in cui brillava la luce del genio. […]Si esprimeva con semplicità ma […]scegliendo con cura parole e suoni” per il suo amore della parola e perché aveva insegnato inglese.  Sylvia rimase affascinata anche dalla facilità con cui Joyce parlava e imparava nuove lingue, almeno nove, oltre la sua: italiano, francese, tedesco, greco, spagnolo, olandese e le tre lingue scandinave, il norvegese per leggere Ibsen e poi svedese e danese. Joyce aveva il problema di trovare casa, una fonte di reddito per la sua famiglia e finire Ulisse. Sylvia fece in modo di aiutarlo in tutti questi aspetti, ma pubblicare il suo romanzo fu un’impresa che non l’arricchì affatto, nemmeno quando i diritti vennero ceduti a un editore americano.
In qualche punto del suo racconto, si può leggere un filo di rammarico, giusto un accenno, perché  scrive:
“Mi sembrava naturale che i miei sforzi e sacrifici dovessero essere proporzionali alla grandezza dell’opera che pubblicavo”.
E ancora:
“Quando curavo gli interessi di Joyce mi dimostravo avidissima, e mi ero fatta la fama di un’attivista spietata. Nessuno però ignorava la verità: Shakespeare and Company aveva la facoltà di trattare tutti gli affari di Joyce, ma non ne ricavava alcun utile, servizio gratis.”
Infine, la nota più amara:
“[…]io stessa avevo dato licenza a Joyce di farne quel che voleva, e dopo tutto i libri erano i suoi: i figli appartengono alla madre, non alla levatrice, direi”.

La figura di Joyce ne esce ridimensionata, a mio parere, questa faccenda del genio che deve essere capito, accudito, aiutato in ogni modo fatico ad accettarla, preferisco pensare che la sua più grande fortuna sia stata trovare sui suoi passi una Sylvia, come non è dato a tutti quelli che scrivono, geniali o meno che siano. Persino Hemingway, il gigante buono e intemperante (che lei definisce “il padre riconosciuto della fiction moderna),  lo aiutò a diffondere in modo clandestino il suo romanzo, quando i confini americani erano ancora interdetti alla sua opera, e Pound lo sostenne convincendo un importante direttore a pubblicare a puntate Ritratto dell’artista da giovane (conosciuto anche come Dedalus).
E Joyce? Scriveva, riscriveva, correggeva e ricorreggeva meticolosamente le bozze, sempre a mano, sempre con matite nere particolari, facendo impazzire tipografi e dattilografe, si occupava della sua famiglia,  ma spendeva e spandeva senza criterio (“come un marinaio ubriaco”) senza domandarsi quanto costasse alla libraia la sua prodigalità.
L’esilità di Sylvia era solo apparente, in realtà era tenace, determinata e il suo amore per i libri la portò a una dedizione totale alla causa “Ulisse” guadagnandole una grande notorietà, ma condizionandole non poco la  vita.
Nella stessa strada parigina, rue de l’Odeon,  si trovava un’altra libreria, la Maison des Amis, di Adrienne Monnier, la libraia francese dove passavano André Gide, Paul Valéry, Jules Romains, tra gli  altri.  Sylvia fu legata a lei da profonda amicizia, o da “matrimonio bostoniano”, per così dire. Adrienne fu sempre un punto fermo nella sua vita, tra alti e bassi economici, grandi incontri e clienti affezionati, che chiamava bunnies, derivando il termine liberamente dal francese abbonés.
Lei, che sognava di aprire una libreria francese a New York, invece animò per decenni una libreria americana a Parigi, realizzando una vera e propria “home away from home“, una comunità di lettori, per tutti quelli che erano punti dalla nostalgia di casa e per i tanti altri che semplicemente amavano la letteratura anglosassone. 

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shakespeare and company- libreria parigi

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Ancora oggi, a Parigi, si trova una libreria con lo stesso nome, ma in rue de la Bȗcherie, molto turistica e visitata da scrittori e scrittrici famose, il proprietario volle chiamarla così, nel 1964, per ricordare Sylvia Beach.

Laura Bertolotti

 

 

Sylvia Beach, Shakespeare and Company (Shakespeare and Company, 1956), Neri Pozza editore, 2018.
traduz. di Elena Spagnol Vaccari, prefaz. di Livia Manera,Nota

 

 

2 Comments

  1. Nonostante i turisti è un angolo di pace. Ci si può stendere anche sul letto dopo aver camminato per Parigi, con un libro scelto dagli scaffali e accarezzare le chaton noir. Bellissimo!

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