ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: Camminando tra “Foreste e forestieri” sui passi di Lucia Guidorizzi

finisterre

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Dal latino “foris”, cioè fuori, indica chi è nato in un luogo diverso,  fuori appunto, da quello in cui si trova o vive. Foresta e forestiero, quindi, a ben guardare dalla postazione visiva in cui si/ci mette Lucia Guidorizzi, autrice della raccolta, mette in luce la radice comune, evidenziata nel termine latino “foris”, che è proprio di chi si sente in tutto e per tutto fuori dalla logica pervasiva e intrusiva che ci vuole immersi, addirittura sommersi da un chiacchiericcio che non ha più nulla a che fare con le capacità dei sensi, né ha un senso di percorrenza ma è vertigine e voragine, che non ha con sé verginità del percepire il luogo e il dialogo in e intorno a noi. Il forestiero, al maschile, insinua sottilmente anche qualcosa d’altro, una cultura volta alla potenza e all’arroganza, chi si arroga ogni diritto senza porsi davanti al nesso fondamentale della relazione ed è fuori, fuori da qualsiasi rapporto vero e reale e, intriso di logica commercialmente speculativa, un intruso che, paradossalmente, resta fuori dal luogo che invece comunque lo abita.
Il linguaggio della Guidorizzi, che in Processi Procedimenti e Procedure fa spesso  uso del linguaggio contemporaneo, intriso di terminologie di derivazione anglosassone e costipato di parole con cui spesso cerchiamo di spiegare anche quanto conosciamo solo in superficie, sembra evidenziare un dis-corso tra forestieri che, oltre a non conoscersi e comprendersi realmente, bandiscono da sé stessi l’opportunità di raggiungere una meta comune , il dia-logo, anche attraverso i passi della lingua e Di mancanza in mancanza/ Ostinati e inadempienti/ Varcando zone d’ombre/ Sfasando gradini perdendo  paesi/…Carichi d’ingombri non sentono niente, non vedono più niente e perdono sé stessi. Fuori di sé, si è allora forestieri a sé stessi.

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Anche Dante fa ricorso al cammino come mezzo per trovarsi, e incontra forestieri che sono appunto fuori dal suo tempo storico e cronologico, eppure sono il retaggio della situazione in cui vive, anch’egli da forestiero in cerca di salvezza in altre terre, ma foresta ricca di humus e radicata nel luogo che ci è terra comune, il cosmo, e tutte le sue stelle, sempre presenti nel dirigere il suo percorso sia davanti a suoi occhi che dentro di lui. Quella natural burella, che è cosmo terra e corpo di carne e ossa da cui esce a riguardare le stelle dopo l’immersione, nello spazio tempo di un uomo collettivo arriva fino a i nostri giorni, fino a mostrare quali siano i mali e le nascoste bugie che vorremmo fare credere a noi stessi consapevoli che resteremo fuori da quest’eremo luogo, che ci accoglie tra dislivelli che sono confini Cambi di frequenza scarti d’intensità/Zone labili che rivendicano/ Loro sostanza immateriale…/Interstizi verso altri mondi.
 Il continuo inoltrarsi dell’autrice, operando oltrepassamenti del quotidiano servaggio, è il continuo deciso lavoro a trarsi fuori da una macerazione perenne, nel dilagare di niente, in cui si riconosce in disappartenenza, che la sospinge nell’oscuro della selva, scrutando tracce che, in un rinnovato gesto istintivo e una rinata capacità di sentire, di spiraglio in spiraglio, la conducono al guado verso conoscenze segrete.
Poco oltre, in un territorio in cui comprende che se i confini esistono sono dentro di lei e le separazioni sono distacchi, la poeta trova una terra priva d’indicazioni, che sta oltre la linea, e la attraversa e riattraversa rapida-mente svanendo, in una ripida scoscesa salitadiscesa o una rapida del fiume che è la vita stessa, ed è il darsi alla macchia, in quei tracciati invisibili, l’essenza del cammino, in cui ogni attimo è casa e l’origine (un’)ora che è aurea misura dell’afferrare ciò che non ha corpo se non nel dileguarsi, continuo, continua-mente.
Scrive Bonnefoy tra le pagine di Le assi curve: 

E riparto, ed è un sentiero
Che sale e curva, brughiere, dune,
Sopra un rumore ancora invisibile, con a volte
Il bene furtivo del cardo blu delle sabbie.
Qui, il tempo s’incava, è già
L’acqua eterna a muoversi nella schiuma,
Sono presto a due passi dalla riva.

E anche Lucia dopo aver nuotato in un fiume d’immagini, ha squarci di percezione vivissima in cui l’avvicendarsi delle stagioni, dei suoni, sono la letargia in cui tutto si ri-solve e ric-compone, sempre a due passi dalla riva, come nel labirinto, che si percorre ogni attimo, come se e mai fosse possibile uscire in altro luogo, in altro spazio e tutto, e persino il tempo, curvando, s’incuneasse in quei tracciati irrisolti in cui qualcosa affiora, o fiorisce tra siepi che separano una via dall’altra anche quella di fuga. Il perdono è la parola chiave, è la parola chiara che fa da spartivento e spartiacque della rinascita: Non si deve negare il perdono a nessuno/ Ma si deve dimenticare chi ci ha deluso/ L’odio che ci lega a qualcosa la fa crescere/ Chi ci ha ferito/ Non merita di essere ricordato.
Ed è la parola pronunciata nel proprio deserto silenzio, la parola apolide che trasmigrando varca i nostri confini a portarci in un mare vasto, aperto, lato spazio, ponte e porto contagio e rapina a cui non si resiste perché miserere nostro in una litania di quiete e guerriglia, infiammata dovizia  di visioni e vincoli, vicoli in cui perderci e ritrovarci, volatili quanto tre oche bianchissime in un foglio di memoria, che sono le anime viventi di luoghi della nostra storia, e in vagabondaggio, tra ambiti di parole splendide , piene di luce nella loro sonora profondità fatta di acqua aria terra e fiamma, aprirsi a una perenne vigilia, in una costante attenta vigilanza.
Non solo una lettura ma un viaggio verso tutti i punti cardinali dell’essere, una finisterre che è casa di tutti.

Fernanda Ferraresso

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lungo il cammino

 

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Lucia Guidorizzi, Foreste e forestieri – Supernova Edizioni 2019

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