T9 LE PAROLE INCOMPLETE- Paolo Polvani e Paolo Gera rileggono le poesie di Cristina Annino.

cynthia bennett

 

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Il cane dei miracoli

Cane dei miracoli, ne fa uno al giorno.
Vederlo, la zampa levata, benedicente,
gli occhi tamburo nella fronte
sono chiodi di luce, li accende
quando mi avvicino, mi inchino
al golfo della coscia sinistra.
Ha una sua lunga sete
nella catena della schiena,
sifilide ed orine subito secche.
Ogni rumore del mondo
lo tiene nel rosso timpano
delle orecchie; lo decifra
e rende dalle nere labbra come un robot
la cartolina di risposta.
È un miracolo-gioco magnifico,
se lo vedeste!

Cristina Annino, da “Anatomie in fuga”, Donzelli poesia 2016, pag. 52

 

Paolo Polvani:

Ho scelto questa poesia perché amo Cristina Annino e amo i cani. E mi torna subito in mente un suo verso cui sono affezionato: -…io amo / la mamma e i topi; li metto insieme chissà perché -.

Amo Cristina Annino perché scrive come se fosse un altro e questo rende giustizia alla dissipazione dell’io: Io è un altro. Appunto. Ho letto a questo proposito ultimamente una poesia su Versante ripido, di Arturo Martinelli,” Ballatella dell’io randagio e ballerino”; a un certo punto dice: – …non vedete i rivoli di io, i flussi, / la folla che dice io io io come un asino che raglia / ed è tutto un abbaglio, una bellissima, una tristissima maledizione. –

Amo la Annino perché mi mette davanti a una mia contraddizione: ho sempre pensato, e lo penso ancora, che per essere buona la poesia dovrebbe venir compresa, accarezzata, amata da tutti, anche dalla parrucchiera di mia moglie. Ora, senza nulla togliere alle parrucchiere, ce ne saranno moltissime coltissime e che amano la poesia e ci sguazzano dentro, la parrucchiera come figura archetipica, una volta si parlava di shampiste, e prima ancora della famosa casalinga di Voghera, alla parrucchiera come figura archetipica forse questa poesia non piacerebbe, eppure è una bellissima poesia che non smetto mai di amare, e mi viene il sospetto che sia esattamente perché mi mette in contraddizione con me stesso, ed evidenzia la forma dell’io come una montagna di più versanti, con dirupi e zone ombrose e soleggiate radure, dove possano pascolare tutti i flussi, le correnti che alla fine chiamiamo io.

Amo la Annino perché possiede una luminosa e feroce ironia; sempre scrivendo di cani, nella poesia Il cane sapiente ci regala questi versi deliziosi e insieme incandescenti: -…sa parlare di guerra, Dio mio, quando dice che Dio esiste / è così assoluta, ispirata, sembra / un’americana in vacanza in Europa. –

La amo per la sua assoluta invenzione, perché ama scardinare, scassinare, rivoltare, irridere e quindi regalare prospettive nuove, e con questo ogni suo verso acquista il valore di un miracolo, come quel suo cane con la zampa levata, benedicente.

Amo anche i cani, con i loro occhi che sono chiodi di luce, per i miracoli che inventano. Per un discreto periodo di tempo mi è piaciuto correre in mezzo agli uliveti che contornano il sito archeologico di Canne. Stazionava lì una piccola tribù canina, otto randagi di varie discendenze, nobili e plebei variamente assortiti. Portavo loro il cibo, ma soprattutto scoprivamo insieme i prodigi della campagna percorsa a ritmo di trotto, con l’inseguimento agli uccelli che si levavano improvvisi tra i rami, la caccia alle lucertole, i profumi segreti nell’erba e occhi che tradivano severità e letizia.

Nella poesia “Il cane del buon consiglio”, Cristina scrive:

È un gigante il mio cane.
Mi porta il piatto sul collo,
il pane in bocca, è un maggiordomo,
mi dice di mangiare guardandomi
con fare d’uccello. Cammina
in bilico sul davanzale, ha pelo
di foca e quando salta pare
un giocoliere turchino.

Amo la sua poesia perché ho visto il pelo di foca dei cani, li ho visti saltare e davvero parevano giocolieri turchini.

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Paolo Gera:

La poesia che hai scelto e il tuo commento esprimono gioia e libertà, come un cane che ti salta intorno eccitato per la vita stessa che pulsa e per le aspettative incredibili che nutre su di te. Il flusso delle tue parole riflette una dissipazione dell’io e infatti solo quando ci si abbandona ai festini dell’incoscienza, si può assaporare pienamente godimento ed ebbrezza. Di animali nella poesia ce ne sono stati tanti e più o meno hanno sempre rivestito un ruolo simbolico, dalle tre fiere di Dante, alla cavallina storna di Pascoli, alla capra dal volto semita di Saba. Ma in questa poesia il meccanismo simbolico è come smontato e la Annino si rivolge ad un dialogo creaturale che mi sorprende e mi piace. È una descrizione di vitalità e il fatto che tutta la poesia sia giocata sugli enjambements non è capriccio formale, ma tecnica che rappresenta nei suoi scarti e nelle sue improvvise attenzioni, tutta la sensorialità canina. Mi viene proprio in mente il dipinto di Balla, “Dinamismo di un cane al guinzaglio”.

Il fatto che la Annino dichiari che ama la madre e i topi, non mi sorprende, visto che anche mia moglie lo fa. I topi e le pecore, per cui nutre una vera passione. L’altra sera a cena si parlava del fatto che fossero troppo remissive – si lasciano tagliare la lana, mungere, strappare i figli, macellare – e si pensava ad un possibile componimento poetico in cui si ribellassero al loro triste destino. Pecore cattive e rivoluzionarie, appunto. Contro il simbolo che l’uomo ha costruito loro addosso. Sul pubblico ragliante che dice io, non posso che darti ragione. Nella mia ultima opera ho scritto versi che hanno come titolo “io sono la poesia di un altro”, figurati! Ma visto che hai tirato fuori il somaro in senso negativo, voglio terminare questa mia animale risposta con l’evocazione dell’asino di Marrakesh di Elias Canetti e con la sua tragica esigenza di vita, sino alla fine.

“Non aveva cambiato posizione, ma non era più lo stesso asino. Perché tra le gambe posteriori ad un tratto gli pendeva, inclinato in avanti, un membro gigantesco. Era più grosso del bastone con il quale lo avevano minacciato la notte precedente. Durante quell’attimo in cui mi ero girato, era avvenuto in lui un mutamento sconvolgente. Non so che cosa avesse visto, sentito o annusato. Non so cosa gli fosse passato per la mente. Ma quella miserabile, vecchia, debole creatura che stava per crollare, che serviva unicamente per dialoghi testardi, che era trattata peggio di qualsiasi altro asino di Marrakech, quell’essere che valeva meno di niente, senza carne, senza forza, senza un vero e proprio pelo, aveva ancora in sé una voglia tale che al solo vederlo mi sentii liberato dall’impressione della sua miseria. Penso spesso a quell’asino. Mi domando quanto di lui fosse ancora rimasto quando lo perdetti di vista.

A ogni essere tormentato auguro nella miseria la sua stessa voglia.”

(da “Le voci di Marrakesh” di E.Canetti, Adelphi 1983)

Paolo Polvani:

Mi fa piacere che gioia e libertà emergano dalle mie parole, perché si tratta della gioia e della libertà che sprigiona la poesia stessa quando nei suoi momenti migliori incontra la vita e restituisce la perfetta coincidenza di invenzione e di esperienza, quando nella vitalità creativa ci si riconosce e ci si scopre. Nel libro sono diverse le figure di animali che ricorrono con luminosa evidenza, un’intera sezione s’intitola “Alla bestia sono abituato”, e tra i versi posti in epigrafe incontriamo questi: “Ed esplora altri mirabili creature / primo fra tutti il supergatto Koko.”

– Ombrellaio, ombrello, Koko

se piove ride coi bei denti –

Ora è evidente che tutta la grande e anche la non grande letteratura pullula di animali, a cominciare dal cane Argo, dal cavallo Ronzinante, dagli infiniti gatti presenti nella poesia francese, da Baudelaire ad Apollinaire, al bellissimo libro di W. S. Burroughs “Il gatto in noi”. Si, spesso rivestono un ruolo simbolico, ma la loro bellezza risalta di più quando vengono presentati in una luce assolutamente nuova, come questo topo che si affaccia nella poesia “Galateo per l’infanzia sul rispetto animale”:

– Il topo le andò gentilmente accanto,
pareva la cresta di un gallo o camicia
d’uovo a regola d’arte. Sollevandosi
fece chicchirichì; io non mi
mossi….

Ho trovato una interessante notazione di Maurizio Cucchi, che firma la prefazione del volume, sulla presenza animale in questo libro: “Tra i numerosi personaggi che popolano le pagine di “Anatomie in fuga”, risultano gli animali, titolari di un intero capitolo. Nessun bestiario, nessuna spinta animalistica, ma più saggiamente il ricorso a esperienze materiali e, appunto, semplicemente animali, tanto vicine all’orizzontalità, al pur ricchissimo rasoterra antiretorico della comune e più autentica dimensione umana.”

Dicevo prima che questa poesia sarebbe stata difficile da apprezzare per la parrucchiera di mia moglie. Ma in realtà ci sono tanti aspetti dell’arte che necessitano di allenamento, di pazienza, di studio. Mi piace molto la musica, che è la forma d’arte sicuramente più accessibile. Ebbene davanti a tanti brani di jazz, o anche davanti a certe sinfonie, è necessario disporre di un’attrezzatura minima per poterne godere appieno, e anche le conoscenze di base non sono sufficienti, a volte per entrare in un brano sono necessari infiniti ascolti, e ogni volta si scoprono particolari nuovi che ci fanno godere della creatività sottesa a quell’opera. Così anche la poesia va centellinata, studiata, va vissuta con la giusta pazienza, e però lo sforzo viene compensato con la gioia e la libertà, con quei guizzi improvvisi di piacere che scaturiscono dalla lettura.

C’è un cane in questa casa

C’è un cane in questa casa,
azzurro quasi una lampada,
il collo pieno d’odori,
che gira e si aggrappa
e sul cranio
ha un inizio di tetra ansietà.
Diritto, dimentica
il viso nell’ombra
sul cumulo della schiena;
pensa all’aria, a scatti,
dove arriva, a gatti interminabili
che nella sua azzurra testa
lasciano occhi e saliva.

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.Immagine correlata

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Paolo Gera:

Già, la poesia, come scrivi tu è una lunga pazienza e poi un balzo improvviso. È come l’attesa immobile, ma attentissima del gatto che punta la preda e dopo un fremito che gli corre lungo tutto il pelo scatta, per pura fame o per gioco, sull’animaletto ignaro o sul simulacro di stoffa. Come la poesia, certo, per pura fame o per gioco.  Questo è un mio disegno ispirato a un gattaccio su cui Edward Lear ha scritto un limerick.

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paolo gera -disegno

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Il poeta è molto attento alle creature transumane che sono come porte di passaggio tra il visibile e l’invisibile. Rilke ha versificato sugli angeli, Klee ha dipinto strane creature angeliche con pochi tratti di matita, a metà tra evocazioni infantili e strani spiritelli della mitologia giapponese. Benjamin aveva acquistato una sua opera, il famosissimo “Angelus Novus”, capace nella trasfigurazione dello scrittore, di trascinare con sé le rovine della storia e di spalancare le porte celesti dell’Utopia.

In una dimensione maggiormente quotidiana, ma non per questo meno misteriosa, si colloca “Il libro dei gatti tuttofare” di Thomas Stearn Eliot, in cui si sostiene che oltre al nome imposto loro dagli umani e a un altro che già scardinerebbe la logica delle comuni apposizioni feline, un altro ne possiedono, conosciuto solo a loro, arcano ed estatico.

(…) una faccenda difficile mettere il nome ai gatti;
niente che abbia a che vedere, infatti,
con i soliti giochi di fine settimana.
Potete anche pensare a prima vista,
che io sia matto come un cappellaio,
eppure, a conti fatti,
vi assicuro che un gatto deve avere in lista,
TRE NOMI DIFFERENTI. Prima di tutto quello che in
famiglia
potrà essere usato quotidianamente,
un nome come Pietro, Augusto, o come
Alonzo, Clemente;
come Vittorio o Gionata, oppure Giorgio o Giacomo
Vaniglia –
tutti nomi sensati per ogni esigenza corrente.
Ma se pensate che abbiano un suono più ameno,
nomi più fantasiosi si possono consigliare:
qualcuno pertinente ai gentiluomini,
altri più adatti invece alle signore:
nomi come Platone o Admeto, Elettra o
Filodemo –
tutti nomi sensati a scopo familiare.
Ma io vi dico che un gatto ha bisogno di un nome
che sia particolare, e peculiare, più dignitoso;
come potrebbe, altrimenti, mantenere la coda
perpendicolare,
mettere in mostra i baffi o sentirsi orgoglioso?
Nomi di questo genere posso fornirvene un quorum,
nomi come Mustràppola, Tisquàss o Ciprincolta,
nome Babalurina o Mostradorum,
nomi che vanno bene soltanto a un gatto per volta.
Comunque gira e rigira manca ancora un nome:
quello che non potete nemmeno indovinare,
né la ricerca umana è in grado di scovare;
ma IL GATTO LO CONOSCE, anche se mai lo confessa.
Quando vedete un gatto in profonda meditazione,
la ragione, credetemi, è sempre la stessa:
ha la mente perduta in rapimento e in contemplazione
del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
del suo ineffabile effabile
effineffabile
profondo e inscrutabile unico NOME.

(traduzione di Roberto Sanesi)

E per tornare alla poesia, il poeta, come un gatto, è alla costante ricerca dei nomi segreti delle cose ed è per questo che se ne sta pigramente per ore davanti a un foglio bianco o allo schermo luminoso del computer.” La première entreprise fut, dans le sentier déjà empli de frais et blêmes éclats, une fleur qui me dit son nom.” ( A.Rimbaud, Aube).

Paolo Polvani:

Trovo interessante il tuo richiamo agli angeli. E anche ai gatti. Mi ricordo uno stranissimo racconto di Rodolfo Wilcock su un’invasione di marziani a Roma, marziani che in tutto e per tutto erano gatti che marciavano silenziosi sulla città. Inoltre per diversi anni mi sono avvicinato a una forma di buddismo giapponese in cui esistevano delle presenze celesti, chiamate shoten zenjin, divinità buddiste: sono i poteri protettivi latenti nei fenomeni naturali dell’universo e della vita individuale, tutto quello che ci aiuta a progredire e a crescere. E gli animali possono a pieno titolo rientrare in questa categoria ma a ben vedere ci farei rientrare anche la poesia col suo potere di folgorazione, con la sua capacità di spalancare nuovi mondi, nuove possibilità. Chi cambia il mondo non è la politica, il mondo cambia quando le prospettive offerte dall’arte entrano profondamente nelle nostre vite e modificano la nostra percezione della realtà e anche i nostri comportamenti. Le poesie di Cristina Annino sono sempre un capovolgimento di qualcosa, ribaltano sempre il senso comune e in questo credo che spingano in direzione di un cambiamento del modo di sentire comune. Prendo in prestito ancora alcuni suoi versi, dalla poesia “I nuotatori”:

Parola di luce e di clima: tre cani (due
mastini e un pastore tedesco) giungono sul mare,
sembrano
mettersi la cuffia, uno di qua, gli altri liquidi
al largo. Poi
tornano come lampadine o olio che sa di sapone. Risalgono
mille volte, per grazia di Dio, nella mia
testa, più in silenzio d’un nuotatore.

Paolo Gera:

Io posso dire che l’arte in senso lato, la letteratura e il cinema, abbiano influenzato il mio modo di intendere le cose, di costruire esperienze e dunque di agire, ben più della politica. E immagino che quello che è successo per me sia valso per molte altre persone che abitano il pianeta della poesia. Ma se dal punto di vista personale si passa a quello dell’intervento collettivo e sociale, l’affare si fa indubbiamente più complicato e dal piano della realtà si fa presto a scivolare in quello dell’utopia. Le avanguardie storiche ci hanno provato, anche cercando di sfruttare la scia di una rivoluzione chi si stava compiendo e come tu sai, quei tentativi di influenzare la direzione della politica, di farla diventare più creativa, di sensibilizzarla a forme nuove per esprimere tempi nuovi, si è rivelato come un terribile fallimento. L’illusione che i due mondi potessero comunicare si è infranta con il colpo di pistola che ha posto termine alla vita di Vladimir Majakovskij. Però degli spiragli di intervento restano aperti. Nel tormentato Venezuela, tanto per fare un esempio, si è sviluppato il Sistema delle Orchestre Giovanili ad opera di José Antonio Abreu, e migliaia di ragazzi e ragazze sono stati strappati alla vita di strada e alle attenzioni della microcriminalità attraverso l’insegnamento della musica. Oggi, vinca Guaidò o Maduro, l’Orquestra Simon Bolivar continuerà a compiere tournée in tutto il mondo con i suoi giovani esecutori e rimane una testimonianza lucida, una bandiera di speranza della possibilità di far comunicare l’arte e la vita quotidiana, per tutti.

Hai ragione però a stare sempre attento a guardarti attorno nella speranza di vedere spalancarsi mondi nuovi.

Una mattina monti sul bus con la bocca ancora impastata di sonno. Ti siedi e al momento neppure te ne accorgi di quello che ti succede intorno. Ma un gatto nero enorme, ben eretto sulle sue zampe anteriori sale a sua volta e come se niente fosse viene a sedersi nel posto accanto al tuo. Ti guarda, Lo guardi. Inizia a parlare. Si presenta porgendoti la zampa. Dice di chiamarsi Behemot. Ti indica fuori dal finestrino un riquadro di cielo sopra la città, dove una donna bellissima sta volando sopra un manico di scopa.

Paolo Polvani:

Io credo che l’immaginazione sia uno dei muscoli sociali più importanti. È grazie all’immaginazione che in un tronco d’albero che rotola qualcuno abbia scorto la possibilità di una ruota e abbia messo in moto il cammino del progresso. Senza l’immaginazione l’uomo non sarebbe riuscito a librarsi nel cielo e volare. Come tutti i muscoli per tenersi in forma ha bisogno di allenamento, e quale miglior stimolo per l’immaginazione dell’arte ? la letteratura, la musica, la pittura, tutta l’arte funziona da stimolo per l’immaginazione. Mi piace citare questo brano tratto da “L’anima al lavoro”, di Franco Berardi (Bifo):

“Nel modello virtualizzato del semiocapitalismo l’indebitamento ha funzionato come cornice generale dell’investimento, ma al tempo stesso si è trasformato in una gabbia per il desiderio, ha trasformato il desiderio in mancanza, in bisogno, dipendenza che si trascina per tutta la vita. Trovare la via d’uscita da questa dipendenza è un compito politico la cui realizzazione non tocca ai politici. Tocca all’arte, modulatore-orientatore del desiderio e mixer dei flussi libidici, e alla terapia, intesa come rifocalizzazione dell’attenzione e come spostamento degli investimenti dell’energia desiderante”.

Ora molti di noi hanno trascorso periodi di vita con animali, e tratto ispirazione per scorgervi dentro altri mondi, altre possibili declinazioni. Condividere le giornate con un cane, o con un gatto significa attivare quell’udito cronico per la vita di cui parla Cristina Annino nella poesia “L’udito cronico”:

Le poesie d’amore le do
In appalto ai droghieri.  Io
Inseguo pensieri su cui
casco, è vero, in rime toniche.
Anche a me succede, ma in genere,
è un fatto, sto in piedi. Ed ho
un bell’udito cronico
per la vita, o meglio
per la testa impazzita
dell’uomo che ragiona, e gli sale
accanto in due, divisa
fino all’occhio glaciale.

Paolo Gera

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cynthia bennett

 

6 thoughts on “T9 LE PAROLE INCOMPLETE- Paolo Polvani e Paolo Gera rileggono le poesie di Cristina Annino.

  1. l’Io non si dissipa, rimane sempre dietro i versi che scrive e se ne ripara: mi vien da dire quanto amore ruvido, e quanta scanzonatura capace di prendere quasi sempre sul serio la vita! Cristina Annino sa fare questo, sa rendere lieve la grevità della vita, senza per questo toglierle pathos, ma sicuramente non se ne lascia travolgere. I gatti, specie Koko, sono stati compagni discreti/invadenti della sua vita, lo sono tuttora: e i versi di questo Poeta (pochi in Italia a mio avviso possono essere definiti tali) silenziosamente sanno fare rumore con la puntualità delle bracciate di un nuotatore, che nemmeno ha voglia di farsi sentire.

  2. Zoologico il Poeta qui non si ferma agli animali, arriva anche ai batteri (“sifilide”). Ha lo sguardo naturale degli animali il poeta. E questo lo rende sia capace di accettare il mondo com’è (di cui la presa diretta di questa poesia) sia di opporsi, implicitamente, alle direttive della cultura che esalta, privilegia, carica di simboli e insomma esercita un potere. Gli animali non hanno altro potere che quello di essere come sono, la poesia lo stesso. Il mese scorso è uscito per Arcipelago Itaca a Òsimo l’ultimo dei libri di Annino, “Le perle di Loch Ness”: ancora una volta l’animale, anche fuori campo, anche oggetto di paura, leggenda, maldicenza, sta dalla parte di chi regala verità preziose, o perlomeno ci prova.

  3. E’ tipico di Cristina riprendere poesie dai libri precedenti e rimetabolizzarli nel corpo-libro nuovo. “Il cane dei miracoli” uscì per Bastogi nel 1980.
    L’autrice, in una corrispondenza privata, parla di quel libro come di qualcosa di “tetro”, ma credo sia solamente una percezione postuma: come scrive Gaetano Salveti in quarta di copertina, il libro è “molto vitale”, mettendo in campo “l’assurdo, il non-sense, il paradossale e l’ironico”, insomma la cifra della migliore Annino.
    Bravi voi ad averne parlato qui.

  4. ricevo da ADAM VACCARO questo bel commento:

    Sono felice per Cristina, di questo post e questi eccellenti affettuosi commenti. Animale poliforme come pochi, coltiva la sua anima animale attraverso i suoi versi e le sue opere pittoriche. In cui si materializza, più che il suo io, il suo Sé che tutto ingloba – io, inconscio e visione distaccata e insieme con-fusa, con cui fa le fusa a noi che la leggiamo. Poi se va e non glie ne frega niente, apparentemente, di noi. Ma ritorna, certo che ritorna, e se non le dai un po’ dei tuoi occhi, o qualcosa che vale nel turbinio insensato che ruota incessante, la perdi. Perdi la sua capacità di farti sentire il battito di questo tutto. Senza di che scivoliamo sul piano inclinato, scontato e sordo che non perdona chi non sa ascoltare.

    Adam

  5. Pingback: Gioielli Rubati 33: Franco Bonvini – Matteo Rusconi (rsk) – Gary J – Massimo Sannelli – Carmine Mangone – Carlo Bordini – Luciana Riommi – Cristina Annino. | almerighi

  6. Nella sua lunga e originale traiettoria poetica, Cristina Annino è rimasta sempre fedele al suo fare poesia, in senso per davvero materico. Perché la poesia della Annino nasce da una commistione di interessi (figurativi/pittorici, lirico/musicali, esperienziali/mistici e dunque dialogici/sperimentali/vocativi) e di risorse, che fanno da spartiacque ad una poesia sì logico-esistenziale, ma dai toni spesso e volentieri sarcastici, invettivi, impersonali. La Annino riesce a trasformare il fantomatico “ermetismo” in filosofia di linguaggio poetico. Un divertissement, parrebbe in superficie, ma, al contrario, si potrebbe parlare di puro dadaismo, per certi versi. Come, di contro, finanche di poesia civile, ma di un civile votato alla metrica, e perció non meramente rivolto all’uomo, bensí al suo lato onniscente, di strumento sonoro. Dunque anche Espressionismo. La Annino, difatti, fonda e rinnova un linguaggio a partire dal suo dire popolato di voci multiple e di personalità ondivaghe, generando una poesia di istanti lucidi e mai banali, oggettivando con fantasticherie, o se vogliamo, fantasticando nell’oggettività. Anche in questo suo recente lavoro, “Le perle di Loch Ness” (Arcipelago Itaca, 2019), se ne ha conferma. Il tono affabulatorio e fabuloso, la “messa in scena” di un teatrino linguistico/ritmico irriverente, danno vita a questa poesia di sensi e di immagini che giocano perennemente al tavolo dell’esistenza. Un’esperienza sempre sorprendente, dunque, affrontare la poesia della Annino che, pur rimanendo fedele a se stessa, rinnova il suo dire ad ogni prova, come in questo caso, risultando ancora oggi una delle voci più originali della poesia del secondo novecento.

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