L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANOCCHIALE- Milena Nicolini: La Marisa e il dono.

modena case popolari-primo complesso di villa santa caterina negli anni 20

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Il dono e lo scambio di mercato

 

Necessaria premessa

Nonostante la forma narrativa in cui qui di seguito è presentata, non solo la Marisa esiste, non solo ha quasi (parla in dialetto) esattamente detto, così come ha esattamente fatto quanto qui riportato, ma proprio ogni minuto particolare, comprese le interlocuzioni di chi la scrive, è accaduto realmente.

 

La Marisa

 

Non ci faresti caso, a lei, alla Marisa, più di tanto, se tu la incontrassi nei grandi corridoi luccicanti dell’Ipermercato, con le sue amiche, dove va a passare il suo tempo di svago. Magari ti farebbe anche un po’ storcere il naso quando parla degli extracomunitari come ‘quei negroni lì’, che nessuno fa mai il biglietto in autobus, così che anche lei s’è messa che sale, si siede e basta. Cosa? La multa? Che provi a dirle qualcosa il controllore!, chè lei non vuole mica passare per l’unica fessa in città, ve’! Che lo facciano prima loro, quei negri lì, il biglietto, e allora sì: patti chiari, amicizia lunga! Adesso ne ha ottanta. Un gran seno. L’hanno operata due volte di tumore, tempo addietro, e poi anche due anni fa, la recidiva, e adesso ci deve mettere del cotone per fare pari il volume delle tette. Gli esami vanno bene, dice. E allora, fuori di casa più che si può, a chiacchiere, partitine a briscola, magari un cappuccino al bar dell’Iper.

Anche perché di altre consolazioni, non ne ha mica tante. Vedova, un figlio che più disgraziato, deficiente non si può, dice. Sì, a mangiare lo prende in casa, ma solo qualche volta, perchè lei, con la pensione minima che ha, mica lo può mantenere a sbafo, visto che lui s’è licenziato da lavorare per correre dietro a quella puttana che gli ha mangiato tutti i soldi del licenziamento e della macchina e adesso lui, con già due infarti, non c’ha niente davanti. No, che non gli lava la roba! Che gliela lavi quella là. Finché era in ospedale, vabbé, sono sua madre, ma adesso no, eh!  

Saranno più di quindici anni fa, quella volta che la Marisa telefona per fare gli auguri di Natale, accenna a “quella dell’ultimo piano”. Ma sì, la Cadra, la negrina, dai, quella che lavora in un tabaren, vabbé, dai!, come si dice: un nait, dico bene così?, bo’, mica so cosa fa di preciso,  balla, credo… sì, perché, quando le hanno trovato il tumore – al seno, anche lei – lei non se l’è voluto operare, perché era il suo lavoro, diceva, che non poteva mica farlo senza una tetta. Così è diventato un male troppo grosso che non possono più farci niente. Vedessi, c’ha una marcia!

Che non è la ‘marcia’ della macchina, sta per ‘marcio’, chissà perché al femminile in dialetto, forse perché riguarda la carne di un cristiano e non un frutto, non roba da mangiare.

Vedessi, ci va dentro tutto il pugno quando la spurgo. Be’, sì, lo faccio io, me lo sono fatto insegnare a modo come si fa dall’infermiera che viene a casa. Poveretta, la Cadra, piange che piange, dice: morirò morirò… Io cerco di farle coraggio, ma non è mica roba da niente, non è mica scema da non capire! La faccio venire giù a mangiare qualcosa con noi, oppure le porto su io un brodino, un po’ di pollo, che, capirai, non vorrebbe mai mettere in bocca niente, sto con lei quando posso. Le tengo dietro io agli appuntamenti coi dottori, perché quelli lì sono gente che non c’ha il senso di dire: il tal giorno, la tal ora, c’ho l’impegno… Ce l’accompagno io, anche perché così so cosa le dicono di fare. Anche in questura, per il permesso di soggiorno, ce l’accompagno io: hanno il mio nome, che io garantisco per lei. C’ha sua madre in Africa, in… aspetta… in… sì, in Somalia mi sembra: sì che lo sa, ma non vuole venire, forse per il viaggio troppo lungo o forse… ma, chissaccosa c’hanno in testa… bo’.

Un mese dopo la madre era arrivata, la madre di Cadra. Siamo andati – con uno che sta lì vicino da me, che si è interessato per come farla arrivare qua – a prenderla in aeroporto a Bologna. Oh!, ho dovuto portarla subito dal dottore perché è arrivata con un vestitino di cotone, figurati, col freddo che fa! Così l’ho curata per la bronchite, per fortuna che erano le stesse medicine che prende mio marito! Ma non s’attenta a starci da sola con sua figlia, non sa cosa dire, cosa fare… allora ci vado io su con loro, le faccio vedere, a sua madre, come deve fare col buco della marcia, cosa farle da mangiare, come si accende il gas e tutta quella roba lì. Pian piano sta prendendo su, così anche la Cadra è più tranquilla, meno disperata.

Morì, s’intende, la Cadra. Non lo so se all’ospedale o a casa. Non morì sola.

Qualche anno dopo. La si cerca, la Marisa, la si cerca varie volte, per invitarla, ma lei c’ha sempre che non può venire, non può uscire, non ha un momento libero. Solo la domenica. Che è il giorno che non va bene da questa parte qua. C’ho la bambina, non posso. Di chi? Di questi qui sopra, i marocchini; vanno a lavorare tutti e due, be’ lei solo di mattina, così…  E’ appena nata. Vedessi che pacciughina! Ma ce l’ hai sempre? No, solo i giorni da lavoro, la mattina. Ma, almeno qualche volta, spero che potrai andarci, a modo tuo. Ma sì, se devo andare da qualche parte, chessòio, un dottore… però, loro hanno bisogno di lavorare. Ma neanche una settimana d’estate? Be’, forse, se c’hanno le ferie anche loro… però, delle volte fanno anche un altro lavoro, sai, per tirar su qualche soldino in più… Insomma, non sei mai libera. Ah be’!, finchè non c’ha tre anni come sua sorella… eh!, la sorellina più grande va già alla scuola materna. Che poi non vuol dire, perché delle volte,  delle volte spesso!, c’ho anche lei, se è malata o robe così. Che a quell’età lì sono sempre malati di qualcosa, prendono su di tutto. Non possono portarla all’asilo anche questa qui piccola? Ma va’là!, con quel che costa! Ma te, non ti fai dare niente? Sì, figùrati!, che non ne hanno uno che dica due… eppoi la bimba mi fa tanta compagnia, adesso che è morto mio marito. Vedessi, mi sono affezionati da chissà! Tutti, eh! Vorrei vedere che non lo fossero, Marisa! E poi i suoi, delle bimbe, c’è da dire che mi fanno dei regali: dei cioccolatini per il mio compleanno, il panettone per le feste… sono gentili, premurosi, hanno detto che, quando tornano a casa, in Africa, per le ferie, una volta mi ci portano anche me… in aeroplano, pensa!   

E ci è volata in Africa, la Marisa. Con loro. Casablanca. Le hanno fatto vedere delle città bellissime, trattata coi fiocchi, dice. Lei gli fa ancora le lasagne col pesto alla genovese e i tortellini. Ma  però, ci metto la carne che comprano loro, perché, sai, c’hanno tutte delle idee, che devono macellare le bestie nella sua maniera , dirci le preghiere… Pensa che una volta gli ho chiesto, a lui, se mi portava con la macchina a prendere il vino che c’era l’offerta alla Coop. Oh!, m’ha detto di no!, che lui non può neanche toccarlo, neanche la bottiglia! Ho provato a capire, guarda!, ma è proprio una roba tutta di loro lì! Io, però, alle bimbe, non c’ho mai dato niente che potesse andare contro quello che credono. Adesso sono più grandine. Sono loro adesso che passano e mi dicono: ci fai le lasagne al pesto? E io gliele faccio.

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modena- case popolari da via ciro menotti

 

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A proposito di ‘utopia’

E’ una parola che non mi è mai piaciuta: pur fisicissima – indica un luogo, un tòpos –, si nega: ou, non , nientifica tutto quanto essa dovrebbe mostrare, aprire, con buona pace di Tommaso Moro. Anche da bambina non mi piaceva che il luogo, per me realissimo, dove viveva Peter Pan, si chiamasse l’isola che non c’è. Utopia, nonluogo. Non c’è adesso, indubbiamente, ma non si butti via la possibilità che sia, imprevedibilmente, inaspettatamente, impensabilmente (oggi), realtà di domani. O  già adesso un’altra faccia del reale, nel caso di Peter Pan, come quella che viene immaginata, quella esperita nell’interiorità, quella costruita nel luogo del desiderio.

A proposito di scambio e di dono

Non conosco abbastanza, come sarebbe necessario, né il pensiero di Genevieve Vaughan sull’economia del materno e del dono [1], né la riflessione di Derrida sul dono [2], né le teorie dell’economia capitalistica passata e presente. Pur non avendo, quindi, solide radici conoscitive, vorrei comunque dire qualcosa che fosse immediatamente tangibile, fruibile, anche contestabile, legato all’esperienza comune di gente comune, magari per aprire un confronto – sempre più raro e faticoso – su una alternativa a questi tempi di disastri economici ed ambientali, di intollerante violenza, di chiusura omicida al diverso, che sembrano far scivolare l’umanità verso una inevitabile catastrofe. E mi servirò della storia di Marisa.          

La Marisa è normale, nel senso più ampio: incarna una medietà quasi da manuale; ha vissuto e vive rispettando i canoni privati e pubblici della comunità; ripropone modi di pensiero e pre-giudizi di quella stessa comunità.   Anche quando non paga il biglietto dell’autobus, non trasgredisce realmente, non si oppone a una regola, ma attua una forma di protesta proprio contro chi la regola non rispetta e contro chi non la fa rispettare. Certo, non è il modo giusto, ma io credo che non ci troviamo di fronte ad un allineamento banale al malfare altrui, quanto, comunque, ad un atteggiamento critico, e, dirò di più, ad una valutazione realistica delle proprie possibilità di protesta: infatti, le sue parole lasciano supporre che, eventualmente scoperta da un controllore, non perderebbe l’occasione di esplicitare la sua indignazione per una infrazione che lei ritiene giusto non tollerare. Pur d’accordo che il controllore non esiterebbe a darle una multa salata, probabilmente senza apprezzare la sua motivazione di fondo, lei, però, la Marisa non avrebbe perso, non avrebbe tradito il suo profondo senso di giusto, di bene. Che non so da dove le venga, ma che lei indubbiamente ha. E’ il senso che la fa agire così saggiamente con un figlio difficile. Non può, non riesce a derogare del tutto alla sua cura di madre, soprattutto di fronte a un bisogno del figlio forte, come quando è all’ospedale, e allora, d’istinto, dona, non ci sta a pensare, sa che è giusto e basta, non si aspetta certo ricompense o riconoscimenti. Vorrei dire che neanche se ne accorge di fare un dono. Ma, attenzione, è dono anche quello di non prestargli più delle cure quando lui sbaglia, quando rischia di gravemente perdersi, e lei, ancora, non ha altro modo per segnalare l’errore che quello di sottrargli uno scontato utile. Doppiamente importante questo sciopero materno: sottolinea un avviso di errore e nel contempo fa toccare con mano che quel dono non era dovuto, naturale, scontato, e quindi abilitato ad un logico sfruttamento, ma da lei scelto, voluto, anche se molto istintivamente, poco consapevolmente fino al momento della sua – dolorosa, sia ben chiaro – sospensione. Immagino già l’obiezione a questo punto: che lei, madre-suocera, si muove anche nella scia di un’opposizione alla donna-nuora. Così come prima, in autobus, si muoveva anche nella scia di un’esplicita avversione per quei ‘negroni lì’. Per i diversi, soprattutto extra-comunitari, che hanno strane abitudini, strani gusti, strane idee, come emerge anche dal resto del racconto. Ma l’ho anticipato: la Marisa è normale anche nel condividere il comune modo di pensare della gente, il simbolico della sua comunità. Che ha nella sua tradizione la rivalità nuora-suocera, e che, senza essere autenticamente razzista, è però diffidente, ostile a volte, antipatica mi vien da dire, verso il diverso, nero giallo olivastro che sia, che le è improvvisamente piombato nella quotidianità, senza mediazioni. Facendo paura, a volte, facendo nascere curiosità altre volte, aprendo a conoscenze inaspettate, altre ancora. Almeno qui dove vive la Marisa, a Modena; almeno fra la gente comune, quella per intenderci che non ha interessi nello sfruttamento del lavoro precario o nero; almeno fino adesso quando, purtroppo, la continua sollecitazione al rifiuto dell’invasore, in nome della sua demonizzazione, comincia ad aprire brecce nel tradizionale senso di accoglienza e di solidarietà di queste terre. La Marisa, però, è ancora normale quando dona tanto del suo – tempo, beni materiali sia pur minimi, affetto, comprensione – alla Cadra e ai marocchini della sua scala. Non è una santa, non è un’eccezione rara. E’ una donna comunemente possibile. Possibile. E’ su questo che voglio insistere. Mentre, insieme, vorrei fare emergere l’eccezionalità che sta nel suo agire. Eccezionalità rispetto alla logica imperante dello scambio di mercato. Perché, innanzi tutto, quello che la Marisa fa, lo fa quasi inconsapevole di fare un dono. Non voglio certo mettermi nell’ottica di Derrida, che trova comunque un risarcimento per il donatore, fosse anche solo il compiacimento interiore; se il puro dono è impossibile, qui non si tratta di discutere di una purezza assoluta così astratta che non può accadere nel mondo. Qui, prima di tutto, si tratta di un fare che neanche è troppo pensato, discusso, interrogato interiormente, di un fare che muove semplicemente dal bisogno dell’altro, comunque sia colorato l’altro. C’è bisogno, posso soddisfare il bisogno, faccio. Così ha risposto la Marisa, quando le è stato chiesto cosa l’aveva spinta a fare quello che ha fatto: ma Dio!, era logico farlo! La logica, appunto del bisogno e della risposta al bisogno. Una logica di una semplicità estrema; vorrei dire: facile, se non sapessi che poi, l’attuazione, facile non è. Pensate a quella marcia, pensate a quel piangere e ripetere disperato: morirò morirò. Pensate a quel cambiare una ricetta sacra per le rezdore emiliane, quando anche non si capisce il perché, e pensate al proprio tanto tempo di vita che si mette a disposizione. Poi si tratta di un donare che non si aspetta ricompensa. Anche qui è la logica del bisogno che cancella l’aspettativa di un risarcimento. Se viene nominato (compagnia, viaggio, dolcetti), è per la sollecitazione di chi gliene chiede conto come di una cosa dovuta, di chi è completamente prigioniero della logica dello scambio economico capitalistico, dove tutto ha valore se ha un valore monetario di mercato, anche gli affetti, le emozioni, la com-passione (quella che unisce all’altro, non quella che lo svilisce). Vorrei dire, anche se dal racconto non emerge, che anche la risposta dei marocchini è stata un restituire che è continuato nel tempo, con amorevolezza, ed è stato sempre un restituire pulito, non interessato a pareggiare debiti, quanto a immettersi e restare in una relazione reale, che proprio la Marisa ha cominciato a tessere. Non c’è stata, infatti, interruzione del rapporto, dopo che il bisogno è finito: le bimbe ancora chiedono le lasagne al pesto, e non per lo sfruttamento facile di una paciosa Marisa, ma perché in un rapporto che funzioni realmente, il dare e il ricevere sono continui, sono spontanei. Questo rapporto ancora sfugge al sistema del mercato capitalistico, perché il noi che qui viene costruito nell’economia del dono non è mai possibile nello scambio di mercato, dove l’io che vende e il tu che compra restano atomici, astratti nella mediazione quantitativa del più astratto dei misuratori di valore, il denaro, in tensione oppositiva, se non in aperta sopraffazione, quando chi vende è in condizione di costrizione ( ad esempio i paesi costretti a svendere le proprie risorse) o di sfruttamento sociale (la forza lavoro sottopagata per il valore che produce, o ancor più malpagata in nero). Se la Marisa non può certo fare da sola l’alternativa, però quello che sta sotto al suo comportamento può essere elevato a ipotesi di una diversa e,  voglio dirlo, possibilissima futura società; se un certo Marx parlando di – mi si perdoni la parolaccia – comunismo, così lo sintetizzò: a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità; se un altro strano, di nome Gandhi, disse: se hai riposta in un cassetto una cosa che non ti serve nell’immediato, è un furto – alla faccia del consumismo! –; se un altro folle, di nome Gesù, disse: ama l’altro come te stesso.                          

 

Normalità, spontaneità: cosa potevo fare di diverso, c’aveva bisogno.

Mentalità scambio io

Mentalità dono lei

 

Milena Nicolini

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Note al testo

[1] Genevieve Vaughan,
Per-donare. Una critica femminista dello scambio, Meltemi, 2005.
[2] Derrida, Donare il tempo. La moneta falsa, Raffaello Cortina, Milano, 1996

 

 

 

2 Comments

  1. Molto spesso gli interventi umanitari di grande respiro naufragano in difficoltà organizzative e nascondono interessi non proprio sinceri. Quello di cui parla Milena, in presa diretta, è un tipo di intervento assolutamente istintivo che nasce da un sentimento pragmatico di assistenza, dal bisogno di alleviare la propria solitudine di anziana accostandosi a altre solitudine che solo in apparenza sembrano diverse dalla nostra. Oltre al cuore e al cervello, esiste infatti dentro noi un altro organo fondamentale che si chiama ‘solitudine’. Può portare all’isolamento totale, ma anche a far scattare il meccanismo del riconoscimento e della com-passione. L’economia del dono è qualcosa che apre non solo panorami alternativi alla catena produzione-consumo del capitalismo, ma può cambiare radicalmente le prospettive di vita, come succede alla Marisa, che nel momento canonizzato dalla società dei consumi della tristezza e dell’abbandono legato alla vecchiaia, riapre la questione della vita con nuove relazioni, gioia, voglia di viaggiare. Non più vecchi e terribili ospizi, ma nuovi e eccitanti spazi, perché no? La questione dell’età, con le sue stupide categorizzazioni, è tutta da ridefinire e il dono potrebbe essere uno dei meccanismi su cui fare leva. Grazie Milena, per la riflessione, anche stilisticamente originale, forma di analisi sociale attraverso il racconto straziante, ma generoso di vite vissute.

  2. Credo che continuerò, con l’aiuto di esploratrici amiche, a documentare forme di opposizione all’apparentemente assoluta ideologia capitalistica; il mondo degli umani sta rischiando l’estinzione non solo per i problemi ecologici, ma anche ed in primis per la razzia costante di un’economia che spreca, distrugge, consuma, erode tanto le risorse naturali quanto i cervelli degli umani. Grazie a te di avere letto e scritto.

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