LA VASCA DEI PESCI ROSSI- Anna Maria Farabbi: Vale la pena af/fidarsi a una casa editrice?

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Propongo qui una riflessione utile non solo all’interno del mondo letterario di chi legge e scrive, ma anche a chi osserva gli snodi, le dinamiche,  i legami del mercato nella società attuale.

Ricevo nel giro di una settimana due libri di poesia preziosi, inviati da due carissimi amici. Dalla Francia, Marco Ribani, La mia piccola eternità,  brevi manu da Teresa Mariniello, Stagioni.

Due persone che scrivono da anni e anni, vivendo la poesia con tutto e in tutto il corpo, oltre le pagine. Il loro dono è stato un gesto di riconoscimento consapevole, un ponte affettivo, un significato di  stima. Per inciso: non per invitarmi a scrivere una recensione.

Entrambi hanno pagato la stampa della propria opera con tiratura di pochissime copie, uscendo dal difficile labirinto fantasmagorico delle case editrici.

Tutte e due  le opere hanno valore. Per questo, per il rispetto sacro che nutro verso la qualità della poesia, non potevo che recensirle qui, nelle cartesensibili.

Marco Ribani, addirittura, lava via tutto: casa editrice, nome della tipografia, bio bibliografia, anno di stampa, nome di chi ha creato la copertina.

Teresa Mariniello accompagna la sua opera con una veste tipografica gradevole, intelligente, scegliendo una  buona grana di carta, appoggiandosi a youcanprint, per la modalità di stampa.

Da una parte, la non rintracciabilità assoluta dell’opera (scelta da Ribani), dall’altra (con Mariniello) una visibilità pubblica autogestita e autonoma, con possibilità di facile acquisto nelle varie librerie virtuali, con tanto di rendicontazione trasparente per l’autrice.

Con una qualità indiscutibile del proprio lavoro, due autori escono dal panorama editoriale.

Io che da anni sostengo la piccola e media editoria pongo questa riflessione:

un piccolo medio grande editore con pubblicazione gratuita, o meno, offre davvero un servizio maggiore, rispetto a uno stampatore come youcanprint ?

E in cosa?

Anna Maria Farabbi

1 Comment

  1. Per quelli della mia generazione ( sono nato nel 1959) il poter pubblicare significava vedere riconosciuto il proprio lavoro da una casa editrice di livello, ma quelli erano i giorni in cui gli editori seguivano con cura e assiduità l’opera degli scrittori, ne conoscevano le matrici culturali, si battevano per sostenerne il messaggio. Non troppi scrittori, case editrici selezionate, possibile memorabilità dell’opera, successiva antologizzazione. Oggi giorno le medie e piccole case editrici offrono alle miriadi di scrittori che vogliono pubblicare un’assistenza in genere commerciale e uno scarso contributo distributivo. A volte neppure leggono l’opera, neppure sanno di che parla. il meccanismo principale di questi ultimi anni prevede l’affioramento di un poeta che diventa anche il principale, se non esclusivo acquirente del proprio libro editato, spesso oltretutto, in maniera approssimativa. Si approfitta della proliferazione degli io poetanti che vogliono far ascoltare la propria voce anche nel deserto. Fine della storia della poesia, difficoltà di costruire dei percorsi identificativi, di individuare dei movimenti di aggregazione. Resta però un’idea che è difficile smuovere dalla testa di chi è autore: il feticcio del libro, che, nonostante tutto, è ancora un segno identificativo che tiene.
    La diffusione della poesia in rete dovrebbe però offrire degli strumenti rinnovati di ‘galleggiamento’ senza per forza dipendere da case editrici più o meno professionali. Il self-publishing è assolutamente una possibilità da considerare: oltre a youcanprint, so anche di una piattaforma di amazon assolutamente gratuita su cui si può gestire la scrittura e la pubblicazione del proprio libro. Su richiesta degli acquirenti il libro viene anche stampato e ogni dettaglio, ad esempio anche la copertina, è scelta dallo scrittore. Resta da considerare il problema etico di un colosso economico che basa il proprio successo sullo sfruttamento sistematico dei propri lavoratori.

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