IO SONO ILARIA, SONO MORTA IL 20 MARZO 1994- di Vittoria Ravagli

ilaria alpi

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In questo periodo nel mio paese, Sasso Marconi, ci si prepara alla nomina del nuovo sindaco. Sindaca, speravano alcune di noi. Invece no, sindaco. Così uomini e donne, in parte molto civilmente, alcuni/e con “il coltello tra i denti“, si sono dati da fare per trovare, eliminare, proporre, imporre… e quando chiedevo ad una di noi “a che punto è la tua candidatura?” Mi si rispondeva: “è molto complicato“. Questo solo per dire che sono tempi strani anche nelle nostre piccole realtà, che ci si guarda intorno e ci si conta, si è sospettati ed ora quello che per me più importa è la lealtà. In vistoso calo.

In questo clima ci siamo ritrovate/i qui a Sasso in Teatro in un pomeriggio di marzo per ricordare la vita e la morte di Ilaria Alpi. Prima lei, Ilaria, perché la “festa della donna” quest’anno è stata quasi una commemorazione, pur se con momenti di gioia come succede quando si è tra giovani e giovanissimi oltre che con adulte/i, per quanto amici.

Dopo i saluti della Vice Sindaca Marilena Lenzi, che ha terminato con una poesia di Ungaretti alla Madre (avrai negli occhi un rapido sospiro) ricordando Luciana Alpi, hanno parlato le Donne di Sasso e il Gruppo Gimbutas. Sandra Federici ci ha rappresentate e ha raccontato di Ilaria e Hrovatin, della morte, della storia giudiziaria, del nulla di fatto, di questa giustizia che spesso è ingiustizia quando ci sono di mezzo i “segreti di Stato”. Quale Stato? non il nostro, non quello in cui vogliamo porre la nostra fiducia.

SANDRA ha detto:

25 anni fa, il 20 marzo 1994, veniva assassinata a Mogadiscio la giornalista Ilaria Alpi, assieme al suo operatore Miran Hrovatin. Erano in missione in Somalia e indagavano su un traffico internazionale d’armi e rifiuti tossici.

Le responsabilità di quel brutale assassinio non sono mai state chiarite, ma una verità è stata definita dalla magistratura: il fatto che ci sia stato un depistaggio e la creazione di una “verità ufficiale”. Quella “verità ufficiale” alla quale i genitori di Ilaria non si sono mai rassegnati, chiedendo costantemente di ottenere la verità sui mandanti. Quella “verità ufficiale” sulla base della quale il cittadino somalo Hashi Omar Hassan ha passato in carcere 17 anni, innocente, condannato sulla base di una testimonianza infondata di un connazionale che, rintracciato dopo 17 anni dalla trasmissione “Chi l’ha visto”, ha ammesso di essere stato pagato per accusarlo in maniera totalmente infondata. Ci fu così la revisione del processo e la scarcerazione di Hassan.

Le indagini sono proseguite, ma si parla di nuovo di archiviazione del processo. Ma parliamo di Ilaria.

Una laurea in lingue e letteratura araba, conseguita con il massimo dei voti presso l’Istituto di Lingue orientali dell’Università La Sapienza di Roma, è stata il suo passaporto verso il Medio Oriente. Le sue corrispondenze dal Cairo per «Paese Sera» raccontavano l’Egitto, non solo dal punto di vista economico e politico, ma anche culturale. Dalla metà degli anni ’80 aveva iniziato le prime collaborazioni per «Paese Sera», «L’Unità», «Rinascita», «Noi Donne», poi, nel 1990 aveva vinto il concorso per giornalisti Rai. Dalla redazione Esteri del Tg3 è stata inviata a Parigi, Belgrado, in Marocco e per sette volte in Somalia, dal dicembre 1992 al marzo 1994.

Inviata per documentare la missione di pace dell’esercito italiano nell’ambito di Restore Hope, capì che il suo scopo non era stare ad ascoltare le conferenze stampa dei generali dell’esercito, ma fare giornalismo d’inchiesta. Le sue ricerche la portarono a indagare sulla strada tra Garoe e Bosaso, che attraversava il nulla, una strada apparentemente inutile, ma ottima per seppellire i bidoni di rifiuti tossici. Nel porto di Bosaso (anonimo villaggio di pescatori nel Nord della Somalia), dove Ilaria si recò parecchie volte, avvenivano movimenti molto sospetti. Navi pirata etichettate come navi da pesca misteriosamente affondate con un carico sospetto a bordo. Ilaria Alpi intervistando signori della guerra, sultani, uomini dei servizi segreti, forse era arrivata alla verità. Aveva scoperto che parte delle armi somale andavano in Jugoslavia per alimentare un altro conflitto.

Stava preparando un servizio con clamorose ammissioni del sultano di Bosaso, ne aveva parlato con il direttore del TG3 Flavio Fusi, quando una misteriosa telefonata le fece lasciare in fretta, assieme a Miran, l’hotel Sahafi, per raggiungere l’Hotel Hamana. Ilaria non riuscì a trasmettere quel servizio per il TG3 delle 14,20. Invece, andò in onda un’edizione speciale del Tg per annunciare in Italia la morte dei due giornalisti: «Flavio Fusi entrò piangendo nelle case degli italiani. (…) Annunciando la morte della collega».

I genitori, Luciana Riccardi e Giorgio (lui scomparso nel 2010, lei l’anno scorso) hanno combattuto in questi anni per arrivare alla verità e alla giustizia sulla morte della loro unica figlia. “Non credo più nella giustizia di questo paese”, aveva affermato la madre Luciana.

Nell’ottobre 2008 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito loro la Medaglia d’oro al Merito civile. Nel nome di Ilaria Alpi sono fiorite tante iniziative legate al giornalismo e alla solidarietà.

Ilaria Alpi era una giovane donna forte e determinata, coraggiosa ma non aggressiva. Faceva il suo lavoro di giornalista con serietà professionale, amore e senza mai tirarsi indietro. Per portare avanti la sua memoria abbiamo chiesto al Comune di intitolare la sala Atelier, affacciata sulla Piazzetta Marija Gimbutas, alla memoria sua, e del suo collega Miran Hrovatin.

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ilaria alpi e miran hrovatin

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C’era sul palco la nostra splendida orchestra giovanile, l’Onda Marconi (1) con i loro professori di musica, un flusso di musica, bellezza e tenerezza, di bravura e di passione, che ci ha accompagnato nel pomeriggio, intervallato dalle nostre letture, dopo la loro, bellissima, che riporto di seguito:

I pensieri di ragazze e ragazzi dell’orchestra giovanile ONDA Marconi

Hanno detto:

Noi ragazzi non eravamo neanche nati quando è stata uccisa, Ilaria Alpi, a cui è dedicato questo spettacolo.
Insomma…è parecchio lontana.
Così abbiamo cercato di capire chi era.
Un grazie speciale a Mariangela Gritta Grainer, presidente dell’Associazione che ci ha fornito spunti e materiali .

Di Ilaria Alpi, foto ce ne sono poche. In quelle che abbiamo – immagini sgranate, catturate dai servizi del suo Tg3 – guarda lontano, il microfono stretto in mano a raccontare l’Africa.
Alle orecchie, due pendenti verdi, al polso, uno Swatch rosso e nero.
Li indossava sempre quando lavorava da inviata, come una divisa, una scaramanzia.
Quegli orecchini e quell’orologio li aveva anche a Mogadiscio, il 20 marzo 1994, quando qualcuno ha deciso di mettere a tacere lei, e il suo operatore Miran Hròvatin, in un agguato in Somalia
Noi parleremo solo di Ilaria.
Ma Miran non ce ne vorrà, parliamo di donne, oggi, anzi. Di una ragazza..
Per conoscere com’era Ilaria da piccola, e perché poi è diventata la giornalista idealista e risoluta , che sognava di fare la corrispondente nei posti difficili del mondo, il Medioriente, l’Africa.

Fin dai suoi primi anni di vita – dice la mamma Luciana – era una bambina di carattere, tosta, molto sensibile. Una bambina curiosa, che voleva imparare, ma che aveva anche idee chiare. Come quando decise che non voleva più andare all’asilo, perché si stufava...”

Le piaceva invece molto chiacchierare con la nonna paterna e adorava i gatti.
Come tante di noi, insomma
Una ragazza normale con le sue paure. Per esempio Ilaria Alpi viaggiava nei luoghi più pericolosi del mondo, ma aveva paura di farsi le iniezioni.
Soffriva di vertigini e temeva il vuoto, ma si era scelta un lavoro in cui l’elicottero è uno dei cosiddetti ferri del mestiere. E Aveva superato anche questo.
Ci si aspetta che avesse da sempre la passione del giornalismo, ed è così.
La piccola Alpi primeggiava nella preparazione del giornalino scolastico e che già allora conduceva personalmente inchieste e interviste tra i “grandi”, armata di primordiali registratori a bobine.
Come tutti i ragazzi faceva arrabbiare i suoi genitori che raccontano di una notte di capodanno in cui la figlia diciottenne rientrò al mattino alle 6 senza neppure averli preavvisati con una telefonata.
La madre Luciana era molto arrabbiata, preoccupata e racconta: “L’unico schiaffo della mia vita glielo diedi allora, al suo rientro. Lei mi guardò e, con un’espressione mista di ironia ed affetto  tirò fuori il sacchetto con i cornetti caldi che ci aveva portato”.
Il primo viaggio lo fece poco più che adolescente in Inghilterra, dove andò come ragazza alla pari per perfezionare il suo inglese. Poi toccò alla Tunisia, con lo zaino in spalla e un po’ all’avventura. Adorava viaggiare, studiava e pianificava con cura ogni particolare e riusciva a stringere rapporti con le persone del luogo con cui intrecciava amicizie che spesso duravano nel tempo.

Si diploma al liceo classico Tito Lucrezio Caro di Roma e si iscrisse alla Facoltà di Lettere, corso di laurea in lingua e letteratura araba. Una scelta condivisa con pochi altri: venti studenti appena. “Una parentesi temporanea”, pensarono affettuosamente i genitori, convinti che quella scelta così strana e inusuale sarebbe durata poco. Ma non fu così.

C’è un episodio di quel periodo che Luciana e Giorgio Alpi amano ricordare: “Gli universitari del suo corso di laurea furono invitati a Tripoli per uno scambio di esperienze e furono perfino ricevuti da Gheddafi. In quella circostanza Ilaria provocò una sorta di piccolo incidente diplomatico: nel corso di una riunione-dibattito, alla quale partecipava anche il rettore dell’università di Tripoli, lei chiese, con una certa insolenza, quale era il numero delle donne iscritte a quella università. La domanda sarebbe stata impertinente perfino in Italia, figuriamoci nella Tripoli dei primi anni ’80. Un gelo calò sull’incontro”.

Era femminista, Ilaria. Ma senza esagerazioni.
Indipendente e desiderosa di conquistarsi la sua autonomia da studentessa lavorava la sera in una trattoria, ma coltivava anche i sogni più tradizionali, come un matrimonio con un vestito bianco, lungo, racconta ancora la mamma.
Comunque… lei si laurea in quattro anni con il massimo dei voti e parte per il Cairo, dove rimase tre anni e mezzo.
E da questo momento comincia la carriera di Ilaria Alpi inviata.
Era una ragazza brillante, di tenera e solare normalità, ricca di una forte personalità e con idee chiare, che con caparbietà e a costo di molti sacrifici è riuscita a realizzare il suo desiderio di diventare una giornalista di inchiesta, in prima linea , alla ricerca della verità.
Per questo ha pagato un prezzo molto alto.
Per questo noi oggi la ricordiamo e le dedichiamo questo spettacolo.
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Dopo un altro pezzo di musica, ecco la Voce di Gea Rigato, una voce speciale di una ragazza speciale. A parte il grande affetto che ho per lei, c’è in me una ammirazione particolare per lei, che lotta più di noi pur essendo eccezionalmente brava, per conquistare un lavoro in linea con la sua preparazione. Metterò in calce a questo articolo il link di uno scritto che feci su di lei, un’intervista su Cartesensibili. Così capirete meglio di chi scrivo (2).
Allora, Gea ha letto con una forza incredibile che davvero ci ha fatte tremare perché il suo monologo era a nome Ilaria. Eccolo:

GEA RIGATO legge il Finale del monologo dello scrittore e poeta Aldo Nove (3).

…Il mio nome si fissa nelle vostre menti e nei vostri cuori ogni volta che qualcuno lo indossa e allora pulsa come il sangue delle vostre vene, il mio nome scorre come una brezza, rinasce e ha un volto nuovo, è per sempre.
Mi chiamo a giravolta, a crepamondo, mi chiamo in un furioso indovinello che vi chiede chi siete, e se siate degni di esserlo. Mi chiamo senza sosta, e attraverso i migliori di voi mi rispondo, a voce altissima proclamo il mio nome, il mio infinito elenco lo ripeto, risuona come un mantra e ridà respiro e vi dà senso.
Mi chiamo incessantemente, sono la vostra ossessione migliore, sono il vostro nascere, e rinascere.
Mi chiamo con continuo scandalo, il mio nome genera scompiglio, tutti i miei nomi gli addetti al lavoro più sporco cercano di addomesticarli, di farne un’immaginetta da dimenticare in solaio, il solaio delle cose perse da cui continuamente evado, così che possa stare bene al centro.
Io, sono il vostro centro.
Dentro.
Dentro di voi al centro e fuori e ovunque mi chiamo e parlo, quello che ho da dire è solamente tutto e per davvero, così che possa essere visto e per intero.
Mi chiamo come non si sarebbe immaginato, come il rischio che ho corso, mi chiamo per non smettere mai di chiamarvi, voi che siete vittime e imputati allo stesso tempo, voi che in me siete per sempre coinvolti.
Vi conosco tutti, uno per uno, conosco i vostri volti, ogni dettaglio lo ricostruisco, ho un’infinita pazienza e il tempo mio si chiama “sempre” ed è adesso che si svolge e vi travolge, con grande indulgenza.
Le cose non sono mai quello che sembrano.
Ricordate, ricordatemi.
Mi chiamo Ilaria Alpi, sono morta il 20 marzo 1994.

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ilaria alpi

 

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Subito dopo, il mio breve monologo da dietro le quinte. Usciva solo la mia voce, non ero vista dal pubblico. Io ero Luciana, la madre:
ho trepidato per te, ti ho seguita attraverso le immagini in TV, ti ho visto muovere con semplicità nei luoghi lontani dove portavi la tua luce cercando di capire, seguendo i fili del tuo intuito. Una donna dolce e fiera, consapevole del proprio ruolo, spesso tra altre donne di un mondo diverso e colorato, tu, sempre sorridente, a cercare giustizia. Di fianco a te Krovatin, una forza in più, una protezione, pensavo. Un amico. Ho aspettato i tuoi ritorni ogni volta, e sempre sei tornata tra le mie braccia, raccontando, condividendo emozioni. Ti accaloravi nel descrivere gli incontri, le bellezze, le bruttezze. Tu sapevi il pericolo. Poi la notizia, le immagini tremende.  Mi si sono piantate nel cuore come una lama tagliente.
Ho visto e rivisto, sono rimasta muta, impietrita. Ho pensato come, perché, il tuo dolore, il mio dolore. Il tuo pensiero che sfuggiva e andava là dove sono venuta anch’io. Tu lo sapevi, nessuna giustizia è stata fatta, le carte restano coperte, tutto si sa ma non si tocca, si protegge l’orrore. Una volta ancora. Ho lottato inutilmente, sono stata illusa, derisa.
Così sono venuta da te, per placare il nostro dolore,  per trovare la pace, insieme.
Io sono Luciana, la madre.

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Molta emozione; la musica ci ha riportate alla gioia. E’ salita poi sul palco Federica Trenti, lei, la nostra amica e compagna di tante iniziative belle, bellissime per la sua partecipazione attiva, ha detto:

Mogadiscio è una città fantasma: Mogadiscio è la Somalia. E la Somalia oggi è così. Basterebbe, in fondo, fotografare la capitale di questo paese per avere una radiografia piuttosto attendibile di tutto il territorio. Senza per questo dimenticare l’origine nomade della popolazione, ma piuttosto seguendo strada per strada i guasti vecchi e nuovi che pesano come un macigno su tutto e su tutti. Fra le macerie di quella che fu Mogadiscio si muovono attori per lo più inconsapevoli e la rappresentazione che offrono di sé è a dir poco lunare, altra.
La bella città sul mare, con il porto, i mercati, il quartiere in stile arabo, l’architettura fascista; la cattedrale, non esiste più. O meglio, ne esistono i lugubri resti.
Oggi Mogadiscio appare così e offre uno spettacolo ancora nuovo e diverso rispetto a quello dei giorni della guerra. La guerra è distruzione, morte. Ma oggi c’è la pace, o almeno questa è l’apparenza. Per la strada, percorsa da veloci mezzi militari e da più lenti asini o automezzi civili sovraccarichi di persone o cose, non si spara più. Ma dire che le milizie non hanno più armi, questo nessuno lo può affermare. Il dramma Somalia è ancora in scena. Rovine, calcinacci, vetri, questo è lo sfondo contro il quale si muovono gli attori: il sipario non è ancora sceso.”

Era Istantanea di una città dopo la guerra, di Ilaria Alpi. C’è un aspetto che ha sempre incontrato la nostra generazione: lo smarrimento della verità. Dov’è? Dove l’avete messa? La verità viene sospinta chissà dove, come una foglia soffiata via. Lei si ribella, la verità, e danza come una foglia ma scompare in un dedalo intricato; la perdiamo di vista mentre porta con sé la sua storia e tutti quei personaggi ancora nell’ombra.
Ilaria sarebbe andata ancora lontano, aveva già fatto tanto e chissà quanti reportage ancora, se quel 20 marzo 1994, una vera e propria esecuzione non l’avesse fermata. Fuoco spietato su di lei e su Miran. Fuoco su due professionisti dell’informazione. Le loro vite sono terminate in pochi feroci attimi, dentro al più crudele dei giorni, e sono bastati pochi minuti perché pezzi di verità cominciassero ad essere sospinti via, per 25 anni. Depistaggio, da subito: “fai sparire questo, cambia quello...”
Dov’è la verità? Dove l’avete messa? Dove l’avete mandata? Restituitecela! No? Allora la andiamo a cercare, perché dobbiamo mettere in ordine le cose. Dobbiamo trovare risposte.

Si chiama pace, e giustizia. Si chiama giustizia e serve a darsi pace, serve a restituire senso a un sacrificio e a dare pace a chi resta. Non c’è denaro che possa pagare tutto questo, non c’è sonnifero che possa accompagnare le notti, non c’è notte abbastanza lunga per arrendersi.
Basta un gesto, la sottrazione di oggetti, un sì, o un no, il tempo passa e il no diventa un sì e il sì diventa un no. Si protegge qualcosa o qualcuno ma non chi, compiendo il proprio dovere, facendo il proprio mestiere, disturba interessi definiti superiori, proprio come hanno fatto i giornalisti definiti scomodi, come Miran, come Ilaria. Ilaria, che aveva imparato a viaggiare e annotava scorci di storia, istantanee senza tempo sui suoi bloc notes. Come questa:

Strada per Jalalassi. La camionetta militare avanzava rapidamente fra nuvole di polvere. Alla guida un sottoufficiale del Col Moschin, giovane. Passa di fronte a un cippo che risale al fascismo, un ricordo del passaggio dell’esercito italiano. Saluta con il braccio teso. Commenta:
– Bisogna salutare i valorosi soldati italiani che qui in Somalia hanno combattuto”. Poi comincia una discussione sul ruolo dei militari italiani nel paese del Corno d’Africa. Continua: “Non dovevamo andare via, guarda che situazione si è creata! Adesso ci tocca tornare a mettere le cose a posto! Questi africani non hanno proprio voglia di fare nulla!”. La strada continua, sempre uguale, fra rami di acacia, con le sue terribili spine, buche e polvere. Il discorso si sposta sulle donne nell’esercito: Dì, le hai mai viste le donne marines? Dei maschi mancati. In Italia non sarebbe possibile. Però dietro una scrivania, negli ospedali. Lì sì che le vedrei, le donne. Ma non certo in missione.-

Ilaria Alpi con determinazione ha costruito se stessa, ha curato la sua formazione, vissuto la sua trasformazione da ragazza a donna, ha avuto cura del suo talento, ha ascoltato se stessa e le sue inclinazioni. Ilaria ha coltivato la coscienza insieme al coraggio.

Ilaria, la giornalista con una grande esperienza. Ilaria, la donna che è diventata. Ilaria, la collega di Miran, Ilaria affiancata da Miran. Ilaria, uccisa con Miran!

Dov’è la verità? Dove l’hanno messa? A lottare per la verità resta una speciale categoria di eroi: persone assolutamente normali cui la vita offre come risposta al dolore solo la possibilità di lottare per ciò che è giusto e in nome delle persone che hanno perduto. Antigone, in forma umana e non solo mito. Sono le madri, i padri, le sorelle, i compagni e le compagne che restano a combattere e a onorare la missione, la volontà dei loro cari; impedendo agli sforzi da essi compiuti e al sacrificio della vita stessa di essere vani.

Ci sono parole che fanno del male al prossimo. Depistaggio è una di queste. Addolora chi resta. Fa male alla giustizia. E ruba tempo, tantissimo tempo. Come questi 25 anni.  

Luciana e Giorgio Alpi non hanno fatto in tempo a vincere la battaglia per la verità.

Il 4 febbraio di quest’anno, la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione per la terza volta, ma l’associazione Ilaria Alpi non demorde e continua a lottare per la verità. Perché non importa quanto tempo passa. La giustizia è un diritto costituzionale.

Dal comunicato di Mariangela Gritta Grainer, presidente dell’Associazione Ilaria Alpi

Cara Luciana e caro Giorgio noi ci siamo e siamo in tanti: continueremo a cercare verità e giustizia, vi sentiremo sempre qui e non vi scorderemo mai.

Sappiamo quel che è successo quella domenica 20 marzo 1994
Sappiamo quel che è successo prima e anche dopo
Sappiamo il perché, forse anche da chi era composto il commando assassino ma ancora
non sappiamo con certezza chi ha ordinato l’esecuzione e chi ha coperto esecutori e mandanti.
Non archiviare, è un dovere e anche un diritto per tutti i cittadini. chi ha funzioni pubbliche da adempiere, lo deve fare con disciplina ed onore. (art. 54 della Costituzione).

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ilaria alpi- www.ilariaalpi.it

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Questa giornata era stata pensata all’interno delle diverse iniziative patrocinate dal Comune per l’8 marzo. Il titolo più amplio era: “Le ragioni della verità”.
Così, dopo un intervento di Michela Turra, direttore responsabile de “Le Voci della Luna”, che ha molto bene valorizzata la giornata ed il senso che tutte/i le avevamo dato, ha terminato Francesca Elena Capizzi, che con una voce potente e chiarissima, ha letto una delle sue poesie, una partecipazione al lutto, un appassionato grido di donna.

 

Dal ricordo mortifero inno di liberazione o trasformazione

Chi sacciu nun ci vogghiu iri indra dda casa
unni fui nicuzza unni chianceva a malasorti
iè mi facevunu arraggiari cu tutti
di cosi tinti ca mi vanniavunu
mi pareva i moriri moriri indra nu catalettu
scantu sulu a pinzaricci
iè a testa ca ci va a pinzari? ca iù vogghiu pinzari autri
cosi ‘nna me vita iè no a chisti di quannu eru nica
e c’aviva na matri nun mi sintiva figghia
chi sacciu passarunu tanti anni
si cunfunni tuttu stu cuntari ca mi sta
parennu a storia di n’autra
macari ora ci vogghiu cririri
a testa na sacciu sciacquariari ca chista
sta pu cuntu soi m’ammogghia a vita
di picciridduzza comu ‘na
spina su nn’autra

 

Che so non ci voglio andare in quella casa/ dove fui bambina/ dove piangevo la
malasorte/ e mi facevano arrabbiare con tutte/ quelle cattiverie che mi gridavano/
credevo di morire morire dentro un cataletto/ spavento solo a pensarci/ è la testa che
ci va a pensare? perché io voglio pensare altre/ cose nella mia vita e non a queste
della mia infanzia/ e avevo una madre non mi sentivo figlia/ che so tanti anni sono
passati/ si confonde tutto questo raccontare che mi sta/ sembrando la storia di
un’altra/ pure se ora ci voglio credere/ la testa non la so sciacquare che questa/ sta
per conto suo m’avvolge la vita/ di fanciulla come una/ spina dentro un’altra
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ilaria alpi

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Siamo poi passati in una saletta vicina, che dà sulla piazzetta Marja Gimbutas cara a noi Donne Gimbutas. Il Comune ha accettato la nostra proposta ed ha così inaugurato un bell’ambiente luminoso a Ilaria Alpi e Miram Hrovatin. Ne siamo state felicissime tutte noi, tutti noi.

 

(1) Parliamo di musica. Parliamo di giovani. Parliamo di Onda Marconi.

 

L’Orchestra Onda Marconi è un gruppo di 33 ragazzi che si trova il mercoledì nel tardo pomeriggio a suonare. Diventano 35 quando a provare ci sono anche le due voci soliste.
Nello scantinato, come prevede la tradizione dei musicisti. Però nello scantinato della scuola media di Sasso Marconi, che li contiene a stento.
Suonano dove hanno imparato a fare musica insieme, sui banchi delle scuole medie a indirizzo musicale.
I loro strumenti sono il violino, il violoncello, il clarinetto , il pianoforte, le percussioni, anche se la musica che suonano è pop e rock, con incursioni nel classico e nel jazz.
Li guidano i professori che hanno generato la loro passione, quegli insegnati che insegnano strumento alle scuole medie, e che hanno creato una orchestra dove non si suona per il voto, ma perché ci si diverte.
Veramente l’Orchestra Onda Marconi, l’hanno fondata sette anni fa, nell’ottobre del 2012, i ragazzi stessi quando decisero che, anche se la scuola era finita, loro avrebbero voluto continuare a suonare insieme.
Cominciarono in 16 e oggi sono più del doppio, i ragazzi di Onda Marconi, che hanno fra i 13 e i 23 anni, e che sono del territorio di Sasso Marconi e non solo, perché la voce si è sparsa e sono arrivati dai paesi vicini ed anche da Bologna.
Indispensabili il sostegno del Comune di Sasso Marconi, che subito ha creduto nel potenziale del progetto affiancando i genitori nel rendere concreto quello che all’inizio pareva un sogno…

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RIFERIMENTI IN RETE

(2) su Gea Rigato – E’ il tempo delle donne  https://cartesensibili.wordpress.com/2017/04/28/e-il-tempo-delle-donne-vittoria-ravagli-e-il-tempo-di-gea-rigato/

(3) https://27esimaora.corriere.it/articolo/mi-chiamo-ilaria-alpi-sono-morta-il-20-marzo-1994 A Riccione, dal 3 al 7 settembre 2014, il premio Ilaria Alpi. In esclusiva il monologo che Aldo Nove ha dedicato alla giornalista – “Mi chiamo Ilaria Alpi, sono morta il 20 marzo 1994

Ricostruzione  storia di Ilaria Alpi- film
www.youtube.com/watch?v=ltTtf3W_nHA

5 thoughts on “IO SONO ILARIA, SONO MORTA IL 20 MARZO 1994- di Vittoria Ravagli

  1. Grazie Vittoria per questo scritto che ci aiuterà a tenere a mente una giornata molto importante. Bravissime/i tutte/i le/i partecipanti. Un grazie grande anche a loro.
    Marinella

  2. Grazie a tutte le donne che hanno voluto ricordare Ilaria con questa iniziativa che ha aperto un varco di attenzione e amore entro cui ho trovato una donna e una grande giornalista che ha vissuto ed è morta per la ricerca della verità. Di lei conserverò sempre il ricordo.

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