7 Comments

  1. Proviamo a rovesciare: nessuna “maledizione dell’Assurdo” o “prospettiva parmenidea dove non esiste sviluppo, ma solo annichilimento” (Paolo) e neppure un effimero “sbuffo di felicità”, l’armonia del canto come mera “consolazione” a conferma che la vita resta un male (Adriana). Il Poeta pastore inizia il suo canto chiedendo alla luna “che fai”: ma è proprio questa la vera domanda retorica! Il Poeta pastore infatti sa perfettamente che la luna – sebbene “silenziosa” (ma quanto è eloquente il silenzio per il Pastore poeta!) – sorge la sera e va, contemplando i deserti e non è mai paga “di riandare i sempiterni calli”.
    Vi è quindi una gioia infinita nelle leggi che regolano l’universo, una gioia senza inizio e senza fine – “errante”, appunto! – che il Poeta pastore sa tradurre nell’armonia del canto. Una gioia che si ripete all’infinito, mai “paga” e, come uno spirito “ab aeterno”, in perenne movimento e ricerca. E qui non vi è nessun “Forse”. Che la vita sia un male è detto in termini dubitativi. Resta la certezza del gioioso incanto, realmente cosmico, realmente poetico.

  2. trovo anch’io che il disincanto in Leopardi sia totale. L’arte riporta al centro la sola felicità possibile all’interno della natura deterministica, l’in-canto, che può raggiungere chi sa ascoltare.

  3. Sì, Paolo (Ottaviani), anche questo è possibile: rovesciamo lo sguardo e il cielo diventa terra, la morte diventa vita, la gioia si rinnova tuffandosi nel mistero del dolore.

  4. Grazie Antonella, grazie Adriana! Bisogna cominciare a leggere la grande poesia leopardiana in modo nuovo, fuori dai rigidi, infecondi schemi dello storicismo e del nichilismo, entrambi, inutilmente combattendo fra loro, dimostratisi incapaci di cogliere l’essenza, che è di incanto e di gioia, di questa insuperata poesia.

  5. Preso dalla mia ‘erranza’ sono stato un po’ lontano dal blog, viaggiando non per le lande deserte dell’Asia, ma per quelle più vicine d’Italia: non tanto dunque rarefazione dell’umana gente, quanto concentrazione di solitudini, persone che non fanno domande e che neppure se ne aspettano. Bello dunque che su questo blog si possa accendere un dibattito sulle domande fondamentali di Leopardi. Accetto la provocazione di Paolo Ottaviani e provo a rimetterla in gioco su un piano personale e filosofico, Mi succede che proprio al punto massimo dell’Ennui gli ingranaggi si rimettano in gioco in maniera vorticosa e che su quello che sembrerebbe un punto di non ritorno, si riaccenda una passione fortissima, famelica ed erotica per la vita. Penso allora al concetto di vita ascendente di Nietzsche e alla volontà, nonostante l’elemento tragico sempre presente, di afferrare l’esistenza in tutta la sua terribile pienezza. Bataille nel suo libro su Nietzsche parla di culmine.“ Il culmine corrisponde all’eccesso, all’esuberanza delle forze. Porta al massimo dell’intensità tragica. E’ connesso al dispendio di energia senza misura, alla violazione dell’integrità degli esseri”. L’ entropia fisica universale, la gioia senza risparmio degli uomini, la luna piena!

  6. Gentile Paolo Gera, vi è un vecchio e gentile espediente retorico con il quale si presume di confutare le opinioni altrui. Consiste nell’affermare in prima battuta che si è in gran parte o parzialmente d’accordo con l’interlocutore – nel nostro caso “accetto la provocazione” – per poi annientarne il ragionamento nei passi successivi, restando così sempre inchiodati nelle proprie posizioni – nel nostro caso “Penso allora al concetto di vita ascendente di Nietzsche e alla volontà, nonostante l’elemento tragico sempre presente, di afferrare l’esistenza in tutta la sua terribile pienezza… al massimo dell’intensità tragica”. Nella gioia cosmica e poetica leopardiana invece non vi è nulla di “terribile” o di “tragico”. Persino il naufragare “è dolce”. Poco fa ho riletto questi due splendidi versi di Maria Luisa Spaziani, grande poetessa alla quale sono infinitamente grato: “Se il mondo è senza senso / tua solo è la colpa”.

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