NON TROVERAI ALTRO LUOGO. UNA TELEMACHIA CAPOVOLTA: VIAGGIO ATTRAVERSO L’ITALIA- Recensione di Lucia Guidorizzi

edward hopper

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Un grande romanzo lo si riconosce dalla struttura, dalle stanze che lo costituiscono, in cui ci si addentra, ci si ascolta, ci si perde e ci si ritrova. In questo spazio architettonico narrativo si abita, se ne osserva l’arredo, i dettagli, i personaggi che s’incontrano, tutto risuona e si radica in noi per un prodigioso effetto d’incantamento. Pochi libri della narrativa contemporanea hanno ancora questa capacità di farci abitare uno spazio ricco di segni e risonanze in grado di risvegliare il nostro mondo interiore.
Il libro di Marilia Mazzeo appartiene a questo genere di romanzi, ha la facoltà di avvincere e di stimolare riflessioni e considerazioni, sia per la ricchezza dei piani narrativi e per l’intreccio avvincente, sia per i grandi temi che affronta con estrema eleganza e rigore stilistici, senza mai indulgere in nessuna circostanza, anzi, a volte rivelando una certa spietatezza di sguardo.
Nelle sue pagine compare un grande affresco dell’Italia del nostro tempo, con tutte le sue aporie e stagnazioni, ma è al tempo stesso un viaggio all’interno delle parti molteplici del Sé, un mosaico di frammentazioni e abdicazioni che richiede un profondo lavoro di rielaborazione delle parti rimosse e non integrate della personalità. Il romanzo ha un’ossatura mitica su cui s’innestano messe a fuoco sulla complessa natura della contemporaneità e, per il suo sviluppo itinerante, ci rimanda ai primi libri dell’Odissea chiamati Telemachia.
Se nel poema omerico è un figlio che parte alla ricerca del padre scomparso, qui è una madre che si mette in viaggio alla ricerca del figlio che da mesi non da più notizie e che forse ha deciso di scomparire per la depressione derivatagli da una serie di fallimenti lavorativi, allo scopo di offrirgli l’opportunità di un nuovo lavoro.
L’occasione di questo viaggio le permette in un certo qual modo di ricapitolare la propria vita, di riflettere sul suo rapporto coi figli, sulle sue insufficienze ed inadeguatezze materne, di assumere un nuovo punto di vista sul suo vissuto personale e su quello della sua famiglia. Ogni luogo che Elena, la protagonista, tocca nel suo viaggio e i personaggi che incontra, le fanno in un certo qual modo da specchio, restituendole le sue domande irrisolte. Elena sceglie di affrontare in modo razionale la sparizione del figlio, cercando di reagire alla sua scomparsa in modo concreto, ma le incertezze di questo enigma continuano a lavorarle dentro di giorno e di notte. Anche i sogni le restituiscono questa sensazione d’incertezza e di vuoto.
La scrittura di Marilia Mazzeo è consapevole delle lezioni di grandi autori, in lei si ritrovano echi di Dostoevskij, Joyce, Kafka che però l’autrice ha saputo metabolizzare in forme
autonome e contemporanee.

Quella notte sognò Marta. Era un sogno angosciante e confuso. La figlia aveva deciso di trasferirsi a Mosca. Voleva raggiungere il marito, che non era Sergio, bensì un uomo che Elena
non aveva mai conosciuto: forse il figlio di quel Cordara, incontrato giorni prima sul treno, forse Bazarov, protagonista del romanzo di Turgenev; in ogni caso un uomo che a Elena non ispirava alcuna fiducia. Preparava le valigie, nel caos del suo appartamento, e Elena la supplicava.
“Lasciami i bambini” diceva. “Non puoi portare i bambini a Mosca”. “I bambini sono miei” replicava freddamente Marta. “Te li terrò io fino a quando non ti sarai sistemata bene, con tuo marito, quando avrete una casa adatta, quando avrai trovato le scuole giuste”.
”Non possiamo aspettare” diceva la figlia e lei cercava invano di capire, di discutere, di farla ragionare. La sua angoscia cresceva, man mano che cresceva il disordine intorno a lei. “Perché non mi aiuti a fare le valigie invece?” diceva Marta, e lei si disperava perché non sapeva come aiutarla, in quel caos non trovava nulla, c’erano calze, sciarpe, vestiti ammucchiati in ogni angolo, e soprattutto perché non voleva, assolutamente non voleva che Marta si portasse via i bambini. “Si ammaleranno” disse perfino, e Marta rise beffarda. Poi il sogno si faceva più confuso. Madre e figlia decidevano che Elena li avrebbe accompagnati fino a Mosca. Salivano, cariche di bagagli, su un treno affollato, un vecchio treno a scompartimenti; e cominciava un lungo viaggio, un viaggio faticoso ed interminabile, i bambini non stavano fermi e Elena li inseguiva avanti e indietro lungo il corridoio, urtando persone sedute stancamente sulle proprie valigie, che la guardavano con aria di rimprovero. Li acciuffava infine, li sgridava e li riportava al loro posto, ma i bambini di nuovo scappavano e lei si stancava da morire.
“Tutto questo non ha senso” pensava nel sogno, che si era fatto di nuovo molto nitido e chiaro.
“Scenderò da questo maledetto treno con i bambini e torneremo a casa.” Ma ecco che, dopo una notte insonne, giungevano alla frontiera con la Russia, che era ancora l’Unione Sovietica:
una dogana imponente e severa, piena di soldati armati, di muri coronati da fasci di filo spinato, di perquisizioni e di documenti da esibire. I soldati camminavano presso il treno e avevano, al guinzaglio, pastori tedeschi. Elena, affacciata al finestrino, contemplava dietro di loro l’ampio estuario di un fiume dalle acque mosse, e in lontananza un mare grigio, sul quale si stendeva una pesante massa di nuvole: quello dev’essere il Baltico, ragionava fra sé. Un ardito ponte moderno, a tre campate, scavalcava il fiume. Lungo le sue rive si stendevano caverne, magazzini, cantieri, ma sembravano deserti, forse abbandonati. C’erano gabbiani. Una zattera di ferro verniciata di rosso, arrugginita e sbilenca, si protendeva sul fiume, e due motovedette erano lì ancorate, oscillanti sulle onde. (…) Chiamò i bambini a guardare “Vedete? Di là dal fiume c’è la Russia” indicò “Ora il treno salirà su quel ponte”. Marta, indaffarata a radunare i bagagli, le tolse dalle braccia Edoardo. “Prepara il tuo visto” le disse, severa “tra poco tocca a noi”. Elena si dava a cercare, inutilmente, fra tasche, borse e borsette. Non aveva nessun visto.
Ancora una volta Elena la supplicava: “Ti prego, lascia che io torni indietro con i bambini, tutto questo non ha senso”. ”Sei tu che mi hai detto di fare questo” rispose Marta.”
Già dalla lettura di questo sogno e dal suo sviluppo, caratterizzato da residui diurni, proiezioni e processi simbolici, emblemi e rielaborazioni inconsce, possiamo comprendere la qualità narrativa dell’autrice, consapevole della complessa costruzione architettonica della sua scrittura e dei vari livelli narratologici.
“Non troverai altro luogo” è un romanzo che affronta un tema difficile: la disgregazione umana e sociale di una o più generazioni legata alla crisi economica che ha investito l’Italia in questi ultimi decenni. Da Torino a Trieste, passando per Milano, Verona, Trento, Padova, Venezia, Elena, la madre di Giorgio, il figlio scomparso, scandaglia con sistematicità ambienti lavorativi, incontra persone che hanno avuto contatti con lui, intrecciato amicizie o relazioni e lentamente si rende conto che l’idea che aveva del figlio, di se stessa, della sua vita si allontana molto dalla realtà dei fatti. Su tutto il mondo e le esperienze del figlio che Elena riesce a ricostruire attraverso la sua ricerca prevale il senso di precarietà, l’impossibilità per Giorgio di trovare un ubi consistam su cui poter costruire la propria vita e il proprio futuro.
L’abilità scritturale di Marilia Mazzeo sta nel fatto che i due piani narrativi, personale e collettivo, s’intrecciano e si armonizzano con grande efficacia. Il viaggio che la protagonista compie attraverso varie città ricorda un po’ il bellissimo film di Wim Wenders “Alice nelle città” del 1973. Se” Alice nelle città” si poteva definire un road movie, ovvero un film in cui lo sviluppo della trama avviene essenzialmente nel viaggio, offrendo sguardi sempre diversi sui luoghi, analogamente il libro di Marilia Mazzeo coglie le dissonanze insite nel territorio urbano di ogni città che Elena raggiunge sulle tracce del figlio, senza mai scadere nell’oleografia.

Ad esempio, scrivendo di Venezia, compare evidente il degrado causato dalla massa di turisti che la invade quasi per tutto l’anno.
“Riprese il suo cammino, evitando le calli strette, che erano tutte intasate e si potevano percorrere solo con grande lentezza, e cercando spazi più ampi: finì sulla riva degli Schiavoni. Anche questa era affollatissima, ma almeno l’aria non mancava, sia pure un’aria appiccicosa e troppo calda. Il panorama era sempre lo stesso, benché velato da quella lieve foschia, lo stesso incomparabile scenario ritratto su milioni di cartoline. Ma la gente, anziché contemplarlo, lo fotografava; poi si accalcava intorno alle mille bancarelle di cianfrusaglie.
Elena aveva provato la stessa esasperazione molte altre volte: a Bruges, per esempio, a Urbino, a Mont Saint Michel, a Capri, a Carcassonne, a Segovia, a Heidelberg, a Saint Ives in Cornovaglia e a Medina sull’isola di Malta, a Dubrovnik e a Versailles. Tutti i luoghi più belli del mondo, specie se piccoli, erano invasi dai turisti in modo tale da far passare la voglia di vederli. La Terra era molto più affollata di una volta, quando lei era giovane. Ma forse, da tutta questa gente, sarebbe venuta un’idea per migliorarla. Perché no? Elena trovava sempre il lato
positivo delle cose: se circolavano più persone, circolavano più cervelli, in fin dei conti.”
Pregio del libro è quello di riuscire ad avvincere il lettore che s’interroga con curiosità fino alla fine sui possibili sviluppi, tenendo sempre alta la tensione su quanto accade.
Alla fine della lettura dispiace che il libro sia finito e questa è prerogativa di tutti i grandi romanzi.

Lucia Guidorizzi

 

NOTA SULL’AUTRICE

Marilia Mazzeo è nata a Ravenna, ma vive a Venezia. Dopo aver studiato Architettura ha deciso di dedicarsi alla scrittura.
Ha pubblicato la raccolta “Acqua alta”, Theoria 1997, i romanzi “Parigi di periferia”EL 1998,
“La ballata degli invisibili” Frassinelli, 1999, e una serie di racconti, alcuni tradotti in inglese,
tedesco e francese, per antologie, giornali e riviste.

 


Marilia Mazzeo, Non troverai altro luogo– L’Iguana editrice 2017

 

 

 

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