LE SIRENE DEL REMOTO E LA SOLITUDINE in POESIE PER RECAPTCHA- saggio di Milena Nicolini

teatro india-interno sala

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Libro polimorfo e non facile. Attiene alla poesia, intima e corale. Attiene alla scrittura del teatro, come attestano le titolazioni dei primi due brani (La scena e I personaggi), se non fosse poi che la scena è una sorta di nota-introduzione in cui si danno informazioni indispensabili sia tecniche (cos’è il sistema reCaptcha, non così chiaro per tutti i lettori, visto qui anche il suo metamorfismo grafico: due volte è re-Captcha, come tecnicamente si scrive e due volte è Recaptcha, come Gera lo trasforma in nome proprio femminile), sia di intima interpretazione per l’itinerario attraverso cui il lettore dovrà districarsi. C’è quasi già tutto in una mirabile sintesi. Nell’elenco dei personaggi, poi, passano, tutti sullo stesso piano, tanto il protagonista per eccellenza, l’io scrivente, quanto le tante comparse, più o meno fantasmatiche, dello sfondo: complessivamente, praticamente, tutto il mondo. Compreso di antiche radici (occidentali), di attuali e attanti cancri economici e politici, di socio-metafisiche insormontabili disperate solitudini accolte dal webb per nuove – anche atroci – forme di dipendenza, sottomissione, sfruttamento e, quindi, di inesausti desideri per l’incontro con l’altro – amore o amico o chiunque sia – a cui potere “dare del tu”, uno per uno, da uno a uno. Il noi, mi pare, è più qualcosa che sta all’inizio della coniugazione temporale considerata in questo libro, nel preambolo, questione di specie, di collettività sacrale, di ingruppamento etnico-politico, un noi carente quasi del tutto dell’io e del tu: una coralità, comunque, in cui bisogna immergersi a sdipanare i fili, a distinguerli bene, uno per uno, dal centro della matassa al punto del taglio terminale nell’odierno. Per leggere bene le matrici dei mali che siamo, delle passioni che siamo. Il libro attiene alla poesia e al teatro, s’è detto. Il libro attiene anche alla narrazione. E all’esegesi. E all’epistolario. E a linguaggi settoriali. C’è insomma una commistione che non è di generi, ma di differenti disposizioni della lingua per comunicare, voluta non per astratta ricerca formale, ma per la necessità di scavalcare quell’intervallo tra gli individui a cui le varie forme della comunicazione tentano di far da ponte.

I primi cinque testi, dopo i due introduttivi, buttano in campo ognuno un male del nostro oggi, esattamente incarnato e ambientato in un trait d’union tra un ieri  già ‘figura’ dell’oggi e un oggi che si trascina a realizzarne fatalmente le tragiche direttrici prefigurate. L’arciere, armato dell’arco di Eracle, Filottete – soprattutto il Filottete sofocleo, mi pare, per quella tremenda angoscia della solitudine e dell’abbandono –, anticipa un comune uomo dei nostri giorni, uno che sa fare  bene imitazioni da far ridere, “il più bravo a creare figure dal nulla”, uno dei tanti che da una posizione ‘rispettabile’ decade all’emarginazione per un incidente-disgrazia che lo rende ‘fuori-norma’, comunque scomodo anche solo da tollerare: un qualunque barbone, un ammattito di depressione, un ‘normale’ che si scopre gay. Non si tratta di una diminuzione dell’eroico personaggio mitico, quanto di una attualizzazione che scava più a fondo, nelle pieghe del nostro convivere quotidiano. Infatti, se i versi “tutti mi cercavano/…/ e mi volevano bene, se voler bene/ era starmi vicino/ e stringermi le spalle con il braccio robusto./ -Non è ancora arrivato, – dicevano smarriti/ e subito chiamavano per dirmi di arrivare.” (p.7) ripropongono lo stesso mieloso cameratismo che mascherava l’interesse per l’abilità dell’arciere, necessaria ai bisogni del gruppo guerriero, più che per l’arciere; e se l’abbandono crudele rivela ieri e oggi come sia utilitaristica la funzione dell’individuo nel gruppo, che infatti si annulla appena il singolo non serve più o anche solo risulti disagevole usarlo (la puzza della piaga); invece la riduzione dell’antico eroe Filottete ad un tipo divertente,  un barzellettiere, un compagnone che sa far ridere gli amici in pizzeria, serve a mostrare una comunissima maniera, apparentemente senza peso, nei rapporti tra la gente di oggi. Proprio perché Paolo Gera non prende in esame uno dei grandi disvalori della societas attuale (sfruttamento, razzismo, eliminazione di chi dà fastidio, ecc.), ma racconta di una bassa normale situazione quotidiana, ecco che meglio evidenzia la ‘banalità del male’ in cui oggi annegano i rapporti tra le persone: la superficialità, l’egoismo, la crudeltà profonda, il disamore, l’indifferenza, la falsità. Logico, quindi, che la minima devianza dalla norma, la minima diversità, il minimo disagio per il gruppo,  comportano il rifiuto, la segregazione nel “faro”, la solitudine. Nel disfacimento del rapporto con un membro del gruppo, c’è il disfacimento del gruppo stesso: la medesima solitudine dell’espulso è già incancrenita anche in chi la decreta a propria protezione: “ Ma anche tutti gli altri hanno rotto/ e circondano se stessi di stanze e segnali./ (…)/ Ognuno combatte da solo per farsi bello/ e dimostrarsi più eroico./ Si protegge con scudi metallici/ che riflettono le luci della casa./…/ Gli altri anche se soli si fingono coinvolti.”. Homo homini lupus. Salvo poi, cercare oscuramente di tessere e ritessere legami finti, digitali, a distanza, inventati, immaginati, mitomani: “Mi mandano messaggi alla prigione,/ non vedendomi in faccia mi ricordano comico./ Richieste di amicizia, come se mai ci fossimo abbracciati./…/ dove per scherzo si abbattono le mura”. Intanto, nell’out/fuori della realtà, dove i corpi sono ostacoli da evitare o eliminare, “si dà fuoco ai vecchi per strada.” (p.8). Si vedrà come Filottete sia la  sintesi del tema o, meglio, del dolore, del grido di dolore del libro. Il labirinto del Minotauro in La strada di sotto allarga la scena della nostra realtà. Già in Borgo palude l’immagine delle antiche paludi della Bassa modenese prefigurava l’impacciato, impedito, melmoso vivere attuale, inchiodato nell’isolamento di ognuno  da quasiasi altrui, dove tutto è “in ombra”, ma vuoto, deserto: “non un’ombra”, dove domina la “malaria che ognuno si fa il suo” (p.9). Quelle paludi sono il basamento del labirinto che il Minotauro abita: un “ammasso di macerie”, con “muri crollati e intonaci a pezzi./ Ringhiere contorte, vetri infranti, lamiere esplose”. E’ uno scenario apocalittico frequente nei nostri telegiornali che ci collegano per brevi istanti a città sventrate dalla guerra, a paesi distrutti da terremoti, tsunami e inondazioni, a periferie dimenticate al largo dei posti ‘che contano’, quelli più adatti, ma non meno velenosi, a fascinare per il business. E’ lo scenario che succede dopo la chiusura dietro gli “scudi metallici” di tutti quegli “altri” che hanno abbandonato Filottete. Dopo l’inevitabile crollo, dopo l’odio insensato, così insensato che nemmeno, poi, si sa bene chi fosse il nemico. Il Minotauro, ‘grande fratello’ che “legge i messaggi/ e ad ogni vibrazione inarca le corna, lo zoccolo scalpita”, resta invisibile nel centro del labirinto,  dove c’è solo “un cratere di bomba e un minion bruciato” (p.10), ma ben connesso a chi osa inoltrarsi dietro le promesse di ori splendenti, ben postato ad esistere di terrore mediatico. Questa invisibilità incombente e minacciosa tornerà ancora nella sezione successiva a connotare la potenza mortifera che può occultarsi nel webb, prefigurata dalla voce di Jahvè: “La forza di una voce senza volto/ merita che io mi pieghi ad ogni suo volere.” (p.39). Il Teseo di oggi pensava di potersi orientare nel labirinto lasciando una tenue traccia del suo sangue, ma non c’è nessun possibile ritorno da questo orrore: il proprio è stato sommerso dal sangue delle altre vittime, l’incontro con l’altro è nella comune estinzione. Se nel deserto del Borgopalude non c’era nemmeno un’ombra a cui affidarsi, qui, nell’impossibilità di uscita dal labirinto se non con la morte, un’ombra si trova a guida, non a caso un futuro reciso, un’infanzia sepolta, e non a caso una femmina, vittima per eccellenza: una bambina. E ancora con la violenza a una donna – il ratto, per tutte, di Kore “dalle braccia alla madre” Demetra – in Maledizione, il mito prefigura la violenza che ogni giorno nel mondo le donne subiscono. Ma dopo l’enunciato, ancora una volta Paolo Gera non si ferma alla denuncia macroscopica, quella che, così tante volte ogni giorno ripetuta e ripetuta, rischia addirittura di diventare scontata, accettata, silente. Ancora punta la lente, anzi, in questo caso, la maledizione, su un apparente non-male o maleminore: il turismo dell’orrore, quello che va a visitare e riprendere i luoghi di un delitto, di una disgrazia, di una catastrofe,  quello che segue ossessivamente l’ossessiva informazione dell’orrore nell’indugio sui particolari macabri; perché è possibile accarezzare il male in fondo in fondo, lasciarsene attirare e fascinare, troppe volte, superficialmente e, come ci ha mostrato Hannah Arendt, banalmente. Anche Il giorno maggiore potrebbe prendere spunto da un correlativo nel patrimonio mitologico occidentale. Vi domina, infatti, il tema dell’attesa eccitata di un giorno appunto “maggiore” rispetto ai tanti giorni ‘minori’ con solo una “piccola gioia”, in luoghi ‘minori’, in situazioni, magari famigliari, da “campo minato”, dove “non sanno chi sia” quello che con dita esitanti sminuzza il pane e raggruppa le briciole, con “il fiato corto/ il cuore accelerato” dell’attesa. Un’attesa che anche spaventa e fa tremare. Potremmo essere nel topos leopardiano de Il sabato del villaggio, dell’emozione quasi più forte della felicità che si concentra nella sua ricerca e attesa. Potremmo essere anche nell’attesa dell’evasione da una vita opaca dell’Eveline di Joyce. E nel perenne inseguimento di Angelica o del Graal da parte dei cavalieri. E nella sehnsucht romantica, in quel desiderio del desiderio che sposta sempre più in là il conseguimento, perché il ‘giorno maggiore’ non dovrebbe mai essere raggiunto, posseduto, consumato, pena il suo dissolversi: la divina Angelica, conquistata da Medoro, perde ogni sfavillio e, irriconoscibile per lo stesso Orlando, lascia di sé come ultima immagine quella di una mala caduta a gambe all’aria dalla giumenta; Eveline addirittura torna indietro, sceglie lo spazio del non-accadere, rifiuta la fine dell’attesa. Il ‘giorno maggiore’ potrebbe essere quindi uno dei grandi miti della letteratura e della cultura occidentale. Nei versi finali, però, il “bosco di scali” del “turista/ ansioso prima di decollare” diventa, con un abile gioco di paronomasia (uno stilema frequente in questo libro), un’“imboscata”, e “lui/ freccia implacabile” con quel particolare della “fascia intorno alla testa” che adesso lo connota con più precisione,  si mette a tremare, “spaventato uguale al turista”, a causa di un partire che “deve”, costretto a condividere “lo stesso sangue che pulsa e che scorre” (pp. 12-13) degli altri passeggeri, nella realizzazione del ‘giorno maggiore’, che, qui, si manifesta infine come la morte. Morte per attentato. Straordinario questo calare il profilo, in genere a noi invisibile, dell’attentatore dentro la figura della malattia del desiderio del nostro immaginario, così bene che, personalmente, ho ignorato a lungo i segnali identificativi sparsi tra i versi (“lui è un automa”, “a seguire una preda lontana”, “campo minato”, ecc.): ne viene fuori un rovesciamento (anche questo un punto di vista frequente nel libro) del consueto, retorico, consunto fino all’insignificanza, modo di rappresentarci il terrorista come la ‘belva’, ‘il folle’ sanguinario, ‘il fanatico’ senza tremori. Il ‘mostro’ Eichmann a cui Hannah Arendt ha tolto la maschera dell’eccezione. E infatti Paolo Gera ce lo incarna come banalmente uno dei tanti, un pollone venuto su dalla comune matrice simbolica che condividiamo, uno che dalla sua solitudine incompresa ha deviato a, siamo soliti dire, ‘scheggia impazzita’; ma “il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che quei tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali.” [1]. Oggi come allora nessuna volontà di giustificazione nei versi di Paolo Gera, non un  “tutti sono colpevoli, nessuno lo è” [2], ma piuttosto una volontà di scuoterci, ripensarci. Io sento in questi versi, ma non solo, perché tutto il libro si muove verso questo monito, la stessa difficile chiamata allo stare in guardia di Hannah Arendt: “Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, (…) egli non capì mai che cosa stava facendo. (…) Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (…)E  se questo è ‘banale’ e anche grottesco, se (…) non riusciamo a scoprire in lui una profondità diabolica (…)Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza d’idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi”.[3]

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teatro(o)ggi

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Il confronto con le radici dell’immaginario occidentale, che,  se oggi in crisi, comunque ha colonizzato buona parte del pianeta, si fa più duro e dissacrante nella sezione Antico Testamento. Paolo Gera cerca oltre le incrostazioni delle interpretazioni, più o meno complici nel tentativo di insabbiare o stravolgere contenuti difficili da giustificare, se non addirittura da accettare come parola e azione di Dio. Quasi una decifrazione, la sua, alla luce di un’attualità tremenda che in quei contesti si specchia e si riconosce. Più che ricerca di ‘figure’ anticipatrici del presente, Paolo Gera usa il presente come carta velina mappata di punti interrogativi da sovrapporre ai passi biblici che prende in esame, vera e propria stele di Rosetta per decifrare una problematica che indifferentemente sembra scorrere tra ieri ed oggi, non perché non esista la storia, ma perché è terribilmente difficile oggi, dal di dentro della crisi e del mutamento, decifrare questa nostra attualità in spasmodico movimento, mentre la matrice e le sue riproduzioni sembrano invece galleggiare su una condizione esistenziale sostanzialmente immutata e immutabile: “Dall’inizio aspettiamo messaggi./ Da quando disincarnati dall’animale/ inabissati nell’uomo/ coscienti della fragilità/ non possiamo che essere tesi/ a un ascolto lontano/ e aspettare messaggi./ (…)/ Ognuno sa di essere solo dall’inizio alla fine/ e vivi è l’attesa di essere riempiti/ da una compagnia sconfinata.”(p.60). Si veda ad esempio nel Libro di Michea come, dopo avere elencato la genealogia –tutta angloamericana– del computer, Paolo Gera intercali alle azioni/parole di Micah una griglia di domande/ricerca rivolte al testo biblico [4] (“controllare se Micah si rase il capo come un avvoltoio/…/ controllare se Micah scese giù in città/(…)/ controllare se Micah fu ispirato dalle pantere dello sterminio/ controllare se disse fratelli/ controllare se sputò verso ovest prima di entrare nel palazzo”). Nella griglia Paolo Gera già orienta a scorgere un altro aspetto del male: oltre la rinnovata constatazione che violenza genera violenza, ci indica il suo inquietante procedere da remoto – profondo e/o lontano: “controllare se il padre di Micah disse le parole/ amo mio figlio più di me stesso per ciò che è,/ per quello che ha fatto più di me stesso lo odio./ Era un buon figlio.// troppo pericoloso affrontarlo,/ eliminarlo con un robot bomba/ Chi è come Dio?” (p.41). Nell’evento a cui Gera fa riferimento (di cui in nota) la società americana, espressa nelle sue forze dell’ordine, è più scioccante nel punire della violenza che punisce [5]; così nel libro di Michea Dio, che si manifesta attraverso il suo profeta con un alternarsi di maledizioni terrificanti e promesse di rinascita, è – almeno nella durezza delle espressioni – più terribile dei peccati che vuole colpire.[6] Allora qui resta sospesa, sottesa una domanda/accusa che tornerà più volte: “Dio dovrebbe aver creato tutto, dunque anche i problemi. Ma Dio non vuole o non riesce a risolvere i problemi. Nel primo caso sembra che non se ne occupi e lasci la loro difficile risoluzione agli uomini. Nel secondo caso i problemi sarebbero sorti prima di Dio e ne smentirebbero l’esistenza.”(p.34). Oppure, aggiungo io ma pensando a questi testi, è nel remoto dove sta e si cela Dio l’origine dei problemi. Soprattutto pensando ai testi Deuteronomio 32,10 e Libro di Giona. Nel primo testo compare una prima volta il riferimento alla ‘balena azzurra’ [7]: cade dal cielo, come la manna, il miele pregiato e il burro di vacche, dono del Signore al suo popolo che sta nel deserto, “nella steppa piena d’urla selvagge”.[8] Nel deserto, figura della solitudine, la voce minacciosa di Dio chiede una fede cieca, minaccia castighi in caso si distolga da lui l’attenzione (“saranno sfiniti dalla fame, consumati da febbre e orribile pestilenza” [9]), e insieme promette protezione quando  “vedrà” che i “suoi servi” “non hanno più forza e manca loro ogni appoggio e sostegno”.[10] La potenza della voce è che proprio in quel “deserto di roccia/ nel caos urlante della solitudine”, apre un varco, una prospettiva, dando consistenza all’orecchio che la ascolta, come la ‘balena azzurra’ sullo schermo promette un finale condiviso, monitorato, anche se attraverso tappe feroci di autoannientamento: “- Ti sto aspettando, vieni, abbracciami, entra in me…” (p.19). Così è già stato con Abramo, perché “se le labbra non si vedono e il volto neppure sai se esiste,/ come fai a rifiutare il messaggio, a distogliere gli occhi,/ a bloccare il contatto?/ Più arriva da lontano, più l’ordine è chiaro e indiscutibile./ Bisogna credergli./ (…)/ Come si fa a non dare seguito/ se la voce che ordina è remota, invisibile?”, perché “eppure è così vicino,/ vicino la distanza di un coltello.”(p.38). Non è una riflessione di poco conto. La storia ci insegna che uno dei punti di forza del potere è la più o meno reale inaccessibilità di chi lo detiene (che diventa invisibilità, se anche ci fosse un eccesso di esposizione pubblica, nella misura in cui oggettivamente non c’è accesso, possibilità di toccare, verificare, e il potere diventa icona, staticamente sacra, veneranda), sia l’invalicabile cittadella imperiale a tenerlo ‘remoto’ o un’infinita trafila burocratica o una connotazione religiosa. Inoltre, aggiunge Paolo Gera, ”Più grande è la distanza, maggiore è l’ubbidienza che io devo./ Più nulla devo immaginare: ordine nel mio ozio, piani da eseguire.”. Com’è possibile? Da dove viene questo impulso cieco a sottomettersi? Paolo Gera risponde: “Il capobranco non mi caccia via.” (p.39). C’è un noi, quello di cui accennavo all’inizio, su cui tornerà Libro di Tobi, che non realizza la persona, ma la ingabbia in legami, ruoli, doveri, ideologie, pena il terrore dell’esclusione, della differenziazione, dell’isolamento, fino a cancellarne la volontà, la capacità di scelta. Il noi del branco, appunto. Questo tipo di noi, che dovrebbe essere ormai archeologia: quello dei legami di parentela, del ghenos, della teorizzazione delle ‘razze’, della mitologia della nazione, della religione delle crociate, ecc.; questo tipo di noi non è relegabile al passato, se oggi si ricomincia a dichiarare così ‘nostro’ un territorio, da respingere ad annegare in mare i naufraghi di un ‘altrove’; se il colore della pelle diventa discriminante per godere o no dei diritti anche minimi di una convivenza civile; se si inventano ogni giorno nuove patrie e secessioni contro forme sperimentate di connessione che, pur con difetti, tenevano insieme dei diversi; se per non perdere il possesso dell’altra, in un noi di coppia, si sceglie di uccidere. C’è un noi, oggi, digitale, che vive nella rete e crea infiniti ponti, rapporti, coniugazioni, ma anche afferra e dirige comportamenti, pensieri, scelte di tanti. E’ un noi dalle varie possibilità, di cui si devono ancora ben capire le diramazioni, gli sbocchi, le mutazioni (proprio in senso darwiniano). Giona ci ha provato a fingere “di non aver ricevuto”(p.38), a rifiutare gli ordini della Voce; si è anche imbarcato “per fuggire lontano dal Signore” [11], ma il Signore gli manda addosso una terribile tempesta e Giona, ingoiato da un grande pesce, si arrende: “Già sulla spiaggia mi sono tatuato la balena,/ con un ago ho bucato la pelle sul braccio, punto dopo punto,/ sino a formare un profilo perfetto./ Non troppo sangue./ Mi sono tatuato la volontà di Dio.”(9). Diventa addirittura più vendicativo e arrabbiato del Signore. [12] Anche nel Libro di Samuele assistiamo a una metamorfosi, che trasforma Davide, il ragazzo avventuroso, libero, arguto, idealista, coraggioso, ribelle ai soprusi, come “Tom Sawyer Rusty Spider Man” e “il giovane Holden e Capitan America”, nello sconfitto da Golia, “quello sovrasviluppato/ più peli che capelli sulla testa/ la sua ignoranza astuta/ la sua brutalità”, “anche se David l’ha colpito/ dritto in fronte e fatto stramazzare”, perché Golia, “il colosso della nazione egemone”, mentre cade getta la “rete sul ragazzo” (p.20): “uccidimi e diventa me”. E Davide, “l’agnello cresciuto montone”, divenuto re, si lascia trascinare nella logica del potere, “la corsa dei tappi diventata borsa monetaria/ i salvadanai trasformati in caveau”, dove la moderna finanza ha “vaporizzate” le fisiche ricchezze: “polveri sottili che ci marciscono dentro/ noi respiriamo oro/ l’oro ci dà il cancro”(p.21). C’è un’amarezza particolare in questo testo: mi pare che Paolo Gera contempli non solo grandi epigoni di Davide, ma tanti ragazzi, magari delle sue classi, e amici e forse anche ‘maestri’, che ha visto perdere di entusiasmo, di capacità critica, di resistenza alle lusinghe delle sirene del sistema. Ma anche giovani in cerca della propria vita e libertà che, attirati dal “pentolone” del “Nord”, invece ricevono in gola “rifiuti tossici” e si vedono calare addosso dal Nord “gli uomini che danno ordini una sola volta”, che “dopo l’ordine” fanno partire “la raffica/ subito”; a cui i giovani inermi vorrebbero opporsi, ma non hanno imparato “ a raccogliere pietre e a tirarle”, hanno solo “imparato a scambiarsi/ messaggi per ore” e non si può fare “un’intifada di IPhone”. Per di più “saltò su un profeta/ che era sbagliato resistere/ e che la deportazione era l’unico modo/ per patteggiare con Dio/ (…) / li avrebbero portati in città/ con torrette di bronzo/ dove d’oro è anche il filo spinato/ il Nord non l’avevano sempre sognato?”(pp.23-4). In questo testo, Libro di Geremia, si mescolano insieme, fino a farsi tragedia unica, gli ebrei dell’esilio in Babilonia, gli ebrei deportati nei lager, i giovani africani deportati dal sogno di una rinascita nel subdolamente ricco Nord del mondo, i giovani di ogni paese deportati nella passività e nell’omologazione. Molto particolare è Il libro di Tobi, vero e proprio copione teatrale, che, a differenza degli altri testi, segue passo passo tutta la vicenda biblica. Finalmente una figura positiva, Tobi, su cui Paolo Gera sosta molto, rileggendolo in profondità, connotando di intima partecipazione la sua carità verso i connazionali uccisi dai dominatori e abbandonati fuori dalle mura di Ninive. “Tobi seppellisce i cadaveri/ non lo fa per mestiere/ ma perché non sopporta la solitudine di un uomo finito./ -Parla, – gli dice quando gli è sopra./ -Vai a casa a mangiare e dormire./ nessuna risposta./ Però lui ci prova ogni volta/ anche se l’uomo non ha più la testa./ Tobi lo fa per rispetto alla persona che è morta./ (…) / Se trovano Tobi che scava una fossa/ lo impiccano al cornicione./… / E Tobi lo sa…/ (…) / E’ più forte di lui/ che è forte perché un morto è pesante da sollevare/ e lui lo solleva./ Più è piccolo il morto e più le sue braccia fanno fatica/ e quasi si spezzano tanto è pesante.”. E interviene a modo suo, Paolo Gera, per sottolineare la forza morale dell’episodio in cui Tobi abbandona la cena per correre a seppellire due nuovi cadaveri: allargando le maglie dei particolari e proponendo una piccola – sembra –  deviazione dal testo biblico; in realtà aggiustando qualcosa che, anche in seguito, costituisce il limite di Tobi, e cioè quel suo tenersi – interessi, carità, rapporti – entro l’ambito della ‘famiglia’, dei ‘suoi’, dei ‘connazionali’: suo figlio sposerà Sara, che fa parte del gruppo di parentela; accetta Raffaele come compagno di viaggio di suo figlio solo quando l’angelo gli mente dicendosi suo lontano congiunto. Paolo Gera gli mette tra le mani un gesto che va oltre: “Sono due uomini morti/ uno accanto all’altro./ La stessa lingua da vivi/ ma non si parlavano./Non hanno divise diverse/ uno ha una maglietta con coca cola/ l’altro con un big man mezzo mangiato./ Sono uguali da morti/ e forse lo erano anche da vivi./ Ma non si parlavano e si sono uccisi./ Quello con la coca cola mangiava big mac./ Quello col big mac beveva coca cola./ -Svegliatevi! Svestitevi! – dice Tobi./ Poi scava una fossa più grande/ e li fa scendere insieme./ Li mette abbracciati per sempre.” (pp.25-26). E’ anche questo che è possibile nel rapporto figurale tra la Bibbia di ieri e il nostro oggi: portare indietro, dentro la parsimonia di un testo che evidenzia soprattutto gli interessi coevi, uno scavo che metta in luce qualcosa che già c’era, ma che alla luce è potuto venire molto tempo dopo e che sfavilla potente come valore. Così come, inserendosi nella vicenda di Sara, che già ha fatto morire sette mariti e che si terrà Tobia perché ha sventato il malocchio che incombeva sulla camera nuziale, le si fanno diventare espresse quelle parole che teneva appena sotto la lingua, parole di donna dotata di grande consapevolezza. Se prima piegava il capo e diceva di sì, ma poi con l’“unghia affilata” trafiggeva “il cuore/ di chi pretende senza dare” (p.28), a Tobia si arrende perché “ti lascio credere siano stati i fumi del fiele/ a scacciare il demonio/ ma è stato il miele versato dai tuoi occhi a sciogliere me./ Non so se di terrore o di pietà verserai una sola goccia di miele/ e poi sarai come tutti gli altri./Per un istante credula/ quella goccia d’oro mi legherà sino alla morte”(p.33). Anche in Cantico dei cantici, Paolo Gera supera l’apparente quiete idilliaca del testo biblico e, tra le pieghe della metafora, se riprende con grande eleganza l’erotismo del canto, anche completa il cenno all’incontro notturno con le guardie della sposa in cerca del suo amore,[13] denunciando un probabile retroscena di oggi, come di ieri: “ho incontrato le guardie della ronda/ mi hanno percossa/ mi hanno ferita/ mi hanno tolto il mantello le guardie delle mura/ erba verde è stata il nostro letto”(p.36). Ancora, aggiungendo appena alcuni elementi, [14] può additare una delle più gravi infamie contro le donne, le spose bambine, e smascherare lo stupro sotto il finto miele dello ‘sposo’: “come una volpe entrerò dentro la sua vigna/ il suo giardino sigillato varcherò/ …/ ed il mio stelo possente come un cedro/ tutta la notte tra i suoi piccoli seni/ e latte inacidito nella bocca…” (p.37). Tornando al Libro di Tobia, più volte Paolo Gera si limita a pennellare qualche particolare per mettere in luce una realtà non certo idillica: quando Tobia con l’angelo e la moglie torna dal padre Tobi, “nel cortile arriva il carrarmato/ adorno di fiori d’arancio/ scendono di slancio Tobia e la sua guida/ scende Tobi il cane/ scende Sara in catene/ che a suocero e suocera/ deve volere già bene/ la famiglia è rinsaldata/ i vincoli sono vincolanti/ gli affetti affettati [15]/ sentimenti economici ed economia dei sentimenti”. Anche l’amico-guida di Tobi si svela: “padre Tobi sta sulle sue/ perché non vede se il compagno di Tobia/ sia curdo o della sua consorteria/ ma quando il compagno gli dà dieci monete/ che lui riscosse da Gabaele/ lo riconosce come l’angelo Raffaele/ manifestato in tutta la sua potenza commerciale”, il quale, guarendo la cecità di Tobi, dice: “Gli occhi sono fatti per vedere la guerra. Io guarisco. I cadaveri che ti sei stancato di seppellire verranno qui a cumuli.”. E ancora, dopo avere infuso dubbi sull’onnipotenza di Dio: “Io sono oltre le stirpi perché ho in me il sangue di ogni stirpe. Io sono il Meticcio. Vi ordino di andare oltre le tradizioni e di spezzare il guscio del passato. Io non guarisco piccole ferite. Io trascino via tutto.”(pp.34-5). A me pare la definizione stessa del Denaro, quell’universale mediatore di merci e uomini di cui Marx dà la formula nel Capitale, oggi evolutosi fino all’onnipotenza finanziaria, che non ha più faccia, meticcia per eccellenza, che non ha più confini di nazionalismi o razzismi, che tutto subordina a sé. Volendo essere buoni, anzi buonisti, quest’angelo potrebbe anche essere l’uomo nuovo che sta “oltre l’uomo” perché è “ogni uomo”, quindi “il Meticcio” che distrugge ogni divisione, anche quelle di consanguineità. Personalmente trovo più congruente la prima ipotesi interpretativa. Un indubitabile rovesciamento, invece, è in Genesi 25, 19-34. Non solo del punto di vista dell’evento, che passa da Giacobbe a Esaù, ma anche dei valori. Contro le regole di comando e le priorità del gruppo parentale, Esaù afferma il valore del suo individualissimo piacere naturale. Una sorta di animalità grezza, istintuale, non direzionata da norme esterne, esibita in gesti rozzi, volgari, maleducati, dall’appagamento sessuale alla pelosità del proprio corpo, rapportata all’oggi nel rifiuto di quei comportamenti canonici –come “la visita ai malati” o lo “stare dietro ai conti in banca”– che Nietzche diceva facevano ammalare l’uomo. Una animalità spontanea ed in sé innocente che fa ricordare i ragazzi di borgata pasoliniani: “Chi è tutto assorto perde il mondo. Chi sceglie lo perde. Io non conosco o ma una sfilza lunghissima di e.”. Una libertà da stato di natura rousseauiano che disdegna il potere e i suoi annessi: “l’avarizia, la proprietà fondata sull’inganno, la recinzione, il raduno del gregge e le parole false del governo.”. Così commenta il suo piatto di lenticchie per cui ha ceduto la primogenitura: “Ero leggero dopo il pranzo, a qualcun altro avevo dato il peso. Esaudito.”(p.17). Ma Paolo Gera va ancora più in profondità, in un certo senso ribalta quanto ha finora presentato, cioè, in fondo, il mito del libero selvaggio, il sogno dell’oltreuomo. Cambia addirittura registro, dalla prosa ai versi, come due voci differenti, e l’ultima non più dell’Esaù “esaudito”, ma di uno dei tanti borderline di oggi, uno come un barbone, un matto, un carcerato, un fallito: “se qualcuno grida libertà/ nasconde la sua fame la sua denutrizione/ il mio destino me lo sono giocato/ per tanti piccoli piatti di lenticchie/ (…)/ per un boccone di rude o dolce tenerezza/ che mi era stata tolta in gioventù./ Per gli altri erano spiccioli e comune esperienza/ per me mai sazio di minuscole lenticchie/ monete d’oro in una tasca bucata.”(p.18). Non molto lontano l’approccio in Genesi 4, 1-16 alla colpa di Caino. Del tutto trasbordata nell’inconscio moderno. L’uccisione di Abele diventa non solo figura, ma archetipo che continua a vivere ed agire negli abissi psichici. Non importa che qui Paolo Gera scriva di un particolarissimo caso – comunque molto frequente – e cioè di come  trovarsi ad “occupare il posto del fratello morto”, sempre presente nella foto “a occhi sbarrati” riposta nel cassetto, possa portare a “convincersi di averlo ucciso prima di nascere”(p.16), a sentirsi quel peso addosso dovunque in fuga. Di fatto nel nostro abisso psichico, disse Freud, albergano eros e thanatos, antitetici e congiunti nell’impulso alla vita. La colpa di Caino, forse ci dice Paolo Gera, è comunque in noi, comunque assassini potenziali. [16]    

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nuovo montevergini-palermo

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In Poesie per Recaptcha c’è il nostro oggi digitale, il punto d’arrivo di quell’attendere messaggi da remoto, cominciato da quando eravamo appena “disincarnati dall’animale/ inabissati nell’uomo”(p.61). C’è la solitudine tremenda dell’umanità, dispersa nel web, a “Spulciare annunci per avere abbracci,/ sperarci in vendita un’annunciazione.”(p.44). Perché “Noi nell’altro sentiamo la mancanza/ né mai saremo completati da chi/ si erge uguale a noi/ e distanza nell’abbraccio/ o appena staccati lo sguardo smarrito/ e l’orecchio già teso.”(p.60). Un’umanità ridotta a sistemi di riconoscimento che chiedono di spuntare certe caselle e non altre. Ma “Dare adesione,/ mia Recaptcha adorata:/ far aderire un solo punto,/ non lo sostengo,/ io non sono un robot./ Far aderire tutti i punti:/ questo è il mio annuncio.”, dice in apertura Paolo Gera, “Anche vestiti fondersi”(p.44). Recaptcha è diventata viva, evocata come si evoca un’innamorata, rassicurante referente dentro la ricerca di chi non è un robot e, umano, scorre “le pagine infinite”. Se non fosse che, segretamente forse o quasi inconsapevolmente, l’io che scorre cerca un limite che Recaptcha abbia varcato, annullandosi – “terminata per errore in un cielo,/ da me non frequentato per natura,/ un cielo sbagliato, senza beatitudine,/ una porta aperta per errore/ e subito richiusa con nervosi risolini d’imbarazzo.”. Oltre il quale anche lui possa, a sua volta, spogliarsi della sua umanità: “se c’è una dark room dove non vederti,/ cielo nero spalancati ed abbracciami!” (p.48). Sodale di Esaù. Invece, alla fine saranno comunque salvate solo le spuntature-lacrime, e negli occhi resteranno solo le orme “di mille donne schermo”(p.45). A costui, tanto simile agli “uomini vuoti”, ai vari Prufrock e Sweeey di Eliot, manca proprio il coraggio di osare se stesso: se scrive – e lo fa da “entusiasta” – si limita a fare “calchi” delle “poesie di un altro”, “dove scorre la vita raccontata da un altro”, “pupazzo di un poeta ventriloquo”, maschera perfetta  per “farmi aderire tutto ad un progetto lirico,/ sia grandioso o puerile non m’importa/ e neppure di chi sia me ne importa/ o chi sia l’altro che neppure vedo.”(p.50). Questo mascheramento s’intravede anche in un dialogo-monologo di coppia, che potrebbe stare benissimo dentro La terra desolata eliotiana: “parliamo dell’ultimo film ma mai di noi due/ ti prego/ non ingiuriamo con scavi troppo fondi/ il nostro stare insieme/ (…) / quando ho esaurito ogni risorsa per passare il tempo/ avrei voglia di ficcarmi qualcosa là dietro/ che cosa hai capito/ sto parlando della nuca/ beh dai sto davvero meglio/ pronto al sonno”(p.52). D’altra parte Paolo Gera ci mette di fronte due grandi sfingi esemplari, due uomini geniali che, per essere stati fedeli a se stessi, senza mascheramenti, nonostante i loro grandi meriti, furono tragicamente perseguitati dai loro paesi: il grande poeta Ezra Pound,  e il grande matematico Alan Mathison Turing – che fu portato fino al suicidio e su cui Gera si sofferma con una lunga commossa denuncia in versi –, “spiriti liberi crocifissi due volti/ e due volte i chiodi svelti dal loro ridere pagano/ maggiore carità è tra quelli che non rispettano le regole/ zero e uno si fondono”(p.51), dove le due, quasi tre, paronomasie sembrano sottolineare il gioco massacrante tra la finzione sociale e l’autenticità personale. Nel mondo web 0-1 non sono solo strumenti di calcolo formale logico, ma diventano figura della condizione umana: di monadi separate e disperatamente sole, che nemmeno possono esprimere se stesse, intrappolate nelle rigide regole formali che sovrintendono la convenzione dei rapporti umani: “in risposta al mio assillo zero e uno mi offri./ Zero è nulla uno la resurrezione del tuo abbraccio,” cioè la pienezza umana secondo i codici convenuti, “ma tra zero e uno c’è uno stare insieme senza discrezione./ Tra zero e uno c’è l’infinito, mia Recaptcha,”, cioè la libertà piena, quella dis-umana, fuori norma, di Esaù, relegata però in una “successione di decimali centesimi millesimi/ 0,9999999999999999999999999999999999999999999999999999999// così/ discreti/ mai/ 0/ potrà toccare 1”(p.55). Mai la sonda spaziale, così simile al messaggio kafkiano dell’imperatore, potrà toccare Plutone, perché resterà sempre “uno spazio infinitesimale”(p.56) che non potrà essere colmato; mai l’uno potrà fondersi con l’altro: “Arrivo con le mie labbra sempre più prossimo alle tue, quasi le sfioro. Ed è in quel farmi sempre più attratto che sento la tua ritrazione. Non potrà mai fondersi il mio fiato col tuo.”(p.57). Questo universo web ricalca fedelmente la realtà umana.

Ho costruito una macchina dove i numeri muoiono.
Discreti soli numeri,
la solitudine non è forse la strada per la fine?
E dunque finitela e non abbiate paura di finire.
La combinazione non è la mescolanza
E la sequenza non è la fusione.
Ogni numero avrà un programma generato dal caso,
ogni numero mostrerà la sua storia colorata e tremante
-quale numero vedrò oggi in cammino?-
e cadrà infine a cascata,
trascinato inesorabilmente in un niagara random.

Un generatore di arcobaleni se dovessero cadere a milioni,

non fosse
non foibe
non fumo.
(p.58)

Ma il suo ‘costruttore’ non ha i tratti del creatore biblico; non tanto per la dominanza del caso e della morte che annegano la memoria temporanea singolare di ognuno in un’immane cascata – dominanza comunque constatabile nell’esistenza umana, biblica o no che sia, nonostante la gelosa supervisione di Dio –, quanto piuttosto per quel finale luminoso che dell’ecatombe fa arcobaleni, non resti-segni di sterminio. Se non fosse che, immediatamente dopo, anche i numeri finiscono “rinchiusi” e “smagriscono, hanno fame, hanno lo sguardo vuoto.”(p.59), la punizione per essere stati segno del male, tatuati sulla pelle dei dannati ai lager. Ancora più le due realtà coincidono se: “Desolati attendiamo messaggi/…/ non criticate l’odierno/ perché questa è l’epoca dell’umanità realizzata/ l’età della continua attesa di messaggi/ e i ragazzi lo sanno/ che dietro ogni sciocchezza inoltrata/ sentono il morso leggero lasciato dall’angelo”(p.60). Allora la speranza può essere solo che si attui ancora il miracolo dell’annunciazione: “Oh Signore/ fai d’ogni messaggio un desiderio compiuto/ abolisci dall’alto dei cieli la parola: attesa/ la parola/ sia/ gravidanza”(p.61). E infatti, in una visione quasi apocalittica, ma in senso rivoluzionario, l’ultima poesia della sezione annuncia che i “computer stanno bruciando/ d’amore”: non è “un disastro tecnologico,/ ma un riverbero domestico/ da scorgere ogni sera abbracciati sul divano.”, quando, invece del “codice cifrato/ o la prigione di metallo”, l’uomo ritrova “il Desiderio, la Passione, il Fuoco!”. Che non stanno nel digitale, ma “LA’ FUORI! FUORI!”(p.62).

Annunci eretici: già nel titolo (che sottintende una paronomasia, se istintivamente e logicamente penseremmo a ‘erotici’, di cui quasi tutti i brani in prosa successivi riprendono la forma), si anticipa un gioco – o piuttosto un bisogno – all’inversione che, dall’interno del sistema canonico (non a caso spesso qui Paolo Gera riprende personaggi o paesaggi già prima incontrati in diversa visuale), butta all’aria i dogmi, li fa crollare in macerie e da lì, dalle macerie, fa germogliare una specie di alternativa, o quantomeno una visualità più precisa e lucida. Nel primo annuncio si fronteggiano le inserzioni di maschi – Lo sposo –  e di femmine – La sposa -, nel canonico profluvio di superlativi, tra cui emerge, e illumina, quel ripetuto “completissima”: già comparivano nel Cantico dei cantici, in parte sommersi là dalla compulsione di infinite metafore. Qui mi pare, invece, che nella crudezza minimale dell’annuncio emerga il loro vero senso, cioè il tentativo di un’amplificazione macroscopica dell’offerta di realtà, quasi una garanzia di realtà, “completissima” appunto, nell’evidenza al contrario di una sua assenza, o di una sua trasposizione su un piano immaginifico dei bisogni, lontanissimo. Ecco allora che in questo immaginario di lacerti Paolo Gera può irrompere con tutti questi fiori, rose soprattutto, che sostituiscono i soldi del baratto. Se le rose promesse e non avute nel Cantico dei cantici avevano quasi certamente anche il portato simbolico di dolcezze prefigurate e poi svanite, la  diversa connotazione che qui compare riverbera indietro, anche là, una ben altra ambientazione. Non si tratta però di un divertissement, ma di una precisa azione di senso del poeta, come quando nel correggere uno scritto si cassa qualcosa che non va e si sovrascrive un’altra parola. Qui Paolo Gera, sovrascrive la sua utopia e la sua rabbia-denuncia. Con ironia, a volte sardonico, spesso sarcastico. Anche tenerissimo. Così ci fa immaginare due seni che “al posto dei capezzoli” hanno “minuscole mani”, intelligenti, capaci di giudicare, interloquire e stringere “fiori di campo”(p.66). O ci fa incontrare un disperato che cerca qualcuno che lo aiuti a distinguere tra “sogni” e “incubi”, portando ad esempio casi comuni della vita, in cui dopo un inizio entusiasmante  arrivano amare disillusioni; lui non sa capire se vola “come un angelo” o si rotola “nel fango come un porco” e quindi se ha colpa o no di ciò che gli capita; crede che in una ipotetica “via di mezzo” stia l’equilibrio, rintracciabile solo con l’aiuto di un altro, che però “viva completamente da una delle due parti” (p.72). Oppure introduce nell’offerta di sesso “un extra veramente esplosivo”, “il sublime godimento” che “si raggiunge soltanto nella distrazione”(p.65) prodotta da smartphone e telefonini, elevati a comprimari dei partner: essi sono davvero potenti distruttori della realtà, non fosse altro perché la finta partecipazione al sesso, sempre abilmente negata con garanzia, qui si materializza con un’evidenza inoppugnabile. Con un’altra paronomasia esibita, costruisce un appello per un “sasso di gruppo”, dove mette in scena la lapidazione di una donna –  “puttana – ha detto suo marito che è una puttana e questo ci basta”(p.69) – come un passatempo comune. E ancora formula inserzioni che cercano qualcuno disposto ad un percorso alla Escher, che avrebbe come meta un incontro. L’incontro, però, non si attua mai: o ci si ferma solo ad un saluto, “dietro al vetro”(p.74) di una finestra, o si chiede semplicemente un abbraccio “al centro della piazza” muto e anonimo – garantito – , per il quale “No a sms, mail, skype, whatsapp, social.”. Potentissimo il finale: “Il massimo sarebbe che tu non leggessi questo annuncio e venissi ad abbracciarmi lo stesso.”(p.75).  Nell’ultimo annuncio torna il messaggio con cui si chiudeva la precedente sezione. Si rivolge all’uomo annoiato, deluso, stanco, che sul punto di coricarsi non sa vedere alternative. Gli dice di scendere in strada dove troverà altri che hanno seguito le stesse istruzioni. “Tanti. Uomini, donne. Non diamola vinta al sonno, all’abitudine, alla ripetizione di ogni notte. Stringiamoci insieme, con tenerezza e con forza formiamo un solo corpo d’amata”(p.76): di per sé un’esplosione, questa splendida utopica paronomasia.

La sezione Recaptcha è la più intima, personale e sofferta della silloge. Il titolo stesso, senza ‘poesie per’ o ‘dedicato a’, accampa un’equivalenza di fatto con ‘umanità’, tout court, da cercare, da mettere alla prova, da coniugare. Non a caso il primo testo è come una sintesi del percorso e delle domande. Torna al centro l’individuo col bisogno di una forma di coralità, un noi, che non può essere certo quello finora incontrato nei tempi dell’origine, né quello sociale presente, intrecciato com’è di norme e proibizioni che l’individuo, lo spoglia di sé, lo deforma a composto neutro, senza nemmeno dargli una reale accoglienza collettiva, e inoltre senza mai aprirsi all’oltre dell’umano, al vivente di ogni altro genere nel mondo:

Siamo tanti nel mondo, Recaptcha, ma non siamo tutto. (…) compatti siamo solo una folla (…)A volte mi viene paura a vederli distinti, l’impossibile di essere uno. A volte a distinguere gli uomini provo emozione e lo sgomento diventa felice. (…) Ma non siamo un tutto. Non montagna e non neve. Non possiamo incollarci a una carne globale. Il più grasso e il più alto non sono che un poco. Qualcuno dice il Nirvana, liberi dagli imballaggi, tutti insieme un’unica forma di luce. (…)a te mi rivolgo, Recaptcha. Sono slanci sacri, preghiere. Sto in ascolto, aspetto risposte, contatti, adesioni. Far aderire tutto me stesso ad un altro, celebrare storditi per pochi minuti un piccolo tutto. (p.78)

E nei due testi che seguono Paolo Gera ci esemplifica passo per passo, quasi un pianosequenza, una situazione che può elevarsi a correlativo oggettivo della condizione individuale odierna: in un qualsiasi “luogo panoramico”, quando qualcuno o più di qualcuno si fa fotografare su quello sfondo, bisogna affrettarsi a riprenderlo col proprio smartphone, “pronto a scattare”, a “rubare” quello stesso momento. “Le foto finiranno nel tuo album personale degli sconosciuti.”(p.79) Poi, quasi a specchio, la situazione ribaltata, veicolata da una paronomasia (“pronto a scattare”, “ma con i tuoi propri piedi”): passando come per caso, fare in modo di essere dentro l’inquadratura. “Le foto con te sconosciuto, anche un po’ mosso,/ finiranno nell’album foto di persone lontanissime,/ a te congiunte per un istante”(p.80). C’è qualcosa di tremendo e disperato in questi due episodi, niente che ognuno di noi, però, non possa riconoscere a sé. Così come il testo successivo pare una litania ritualizzata per celebrare il nonsenso esistenziale dell’isolamento: “sono presente quasi assente/ sono assente quasi presente/ sono presente quasi presente/ sono presente presente/ sono assente quasi assente/ sono assente assente/ (…)/ sorveglio i miei pensieri e il mio corpo/ (…)/ chissà se c’ero”. Per la certezza dell’ergo sum, non è sufficiente dire: cogito, né la filosofia che si incentra sull’io, mandando al diavolo il mondo: “– tu sei uno e il mondo è zero,–/ mi diceva – et le petit chat que tu caresses, merde.”. Molto meglio seguire “il vecchio Ezra” (Pound) che insegna ad ascoltare il vento, a sentire “il flusso il muschio il cielo”(pp.81-2), la connessione tra le cose del mondo, tra il cuore e il mondo. E allora può capitare che:

Quando mi prende
è un fervido stupore
da solo è un esplorare da gatto
e la casa noiosa è una giungla
nelle vie ogni uomo m’incanta
e vorrei fermarlo a parlarci
ma subito un altro mi viene di seguire
e con ogni donna io farei l’amore
anche quelle piccole come microbi
che non vedo ma sento solleticarmi i piedi
e di ogni cosa vorrei scrivere che le dita mi scoppiano
(p. 83)

Ma sono attimi fuggevoli; il tempo preponderante è quello dell’attesa sfibrata di un contatto, “una mail,/ un messaggio”, per ri-conoscersi, “per riversarmi negli occhi di un compagno”, quando ormai però non si ha “più voglia di fare il primo passo”(p. 84), moderni Filottete che, sentendosi abbandonati da tutti, sprofondano nella depressione. L’altro, l’altra, qualsiasi cosa tengano celata, il loro mistero o quello della vita,  restano impenetrabili, “solco chiuso”, “tutta sutura”, “cerniera tesa”, in qualsiasi modo si tenti di spalancarli, erotico e/o culturale: “le tue parole non si bagnano/ nemmeno a leccarne le sillabe/ l’umore non cola e non ti slabbra/ uno squarcio di lettera”(p.86). Eppure sarebbe l’unico modo anche per godere del mondo: “cose bellissime di un agosto pieno, io sono stanco di vedervi solo. (…) solo se città e natura io attraversassi abbracciato a un altro e dell’amore ubriaco io mi placassi nella vista e nel respiro. Sarebbe il mondo allora a fermarsi e a guardarmi.”(p.87), “ Ma non c’è un cane che mi pisci contro.”(p.88). Siamo ancora nel Borgo palude dove “neppure una balia che mi badi, o una biscia che insinui.”(p.9). Alla mancanza di contatto con l’altro fuori di sé, si aggiunge la cesura con l’altro dentro di sé. E siamo ancora nella doppiezza insanabile del pupazzo che parla i versi del poeta ventriloquo: “io sono la poesia di un altro”, “compagno estraneo/ tutto me stesso di fronte a una cellula tutta piena d’altro/ io/ (…)/ ti dico che leggo la poesia e mi leggo/ io sono lo straniero  il battello la pietra (mi viene in mente Camus, il battello ebbro di Rimbaud, la  roccia rossa della Terra desolata)/ (…)/ la previsione di un bluff io sono/ il proposito audace di una rilettura stanca/ che se volto la pagina/ continua/ che se finisce/ respiro” (pp.89-90). E infatti comincia una difficile rilettura di sé, gli “anni bui/ in cui non ho vissuto che per essere un altro”(p. 92). Il buio di quegli anni, il buio del sonno sarebbero vinti se, adesso fosse possibile “Addormentarsi con un altro. Come due caduti in mare (…) Scendere giù e respirare nel buio, insieme, sotto la linea di galleggiamento.”(p.93). Mi commuove profondamente questo, infine, dichiararsi, indifeso, senza simbolismi, nudo. Nudo come i messaggi di soccorso che dall’acronimo (Save My Soul; Save Our Souls) riempiono le pagine successive, facendo rete: “il battito del cuore è tre linee tre punti tre linee/ (…)/ i naufraghi raccogli ad uno ad uno/ portali al caldo stringendoli fra i denti”(p.97). La richiesta di aiuto va a Recaptcha, “per dimostrare che non sono macchina”, per essere coerente con se stesso come Turing, divenuto ormai simbolo di veggenza come Tiresia, per superare l’intimo Filottete e “inviare il messaggio e leggere “inviato””. Si accalcano, quindi, quasi come le anime dell’Ade attirate dal sangue di Odisseo, i tanti lacerti del passato, a volte indossando la maschera del mito, a volte in singole figure immobili come in un fotogramma, a volte in gesti isolati carichi di senso misterioso, a volte nel frammento terminale di una storia, in parole smozzicate, dentro spezzoni di panorami, frastagli di città. Fino a fermarsi a conclusione, ma una conclusione in progress, in una specie di annunciazione: “una luce di fiamma spalanca le finestre e colpisce il suo ventre”. Noi, come Recaptcha, non dobbiamo scendere più nei dettagli, non c’è altro da sapere che si tratta di cose di uomini e donne. “Le immagini da riconoscere sono sfaccettature, conosciute a memoria”, immagini dal di dentro, “che solo un uomo può intendere, non un robot”. E poi, quasi uno svelamento: “Ma sì – ascolta Recaptcha – è questa vita, questo Peter Pan, questa Elvira gioiosa ad unire, questo unico messaggio ritornato”(pp.98-9). E’ comprensibile, è quasi d’obbligo che ora, a conclusione, come Petrarca nel sonetto proemiale dove chiede “pietà, nonché perdono” dei suoi versi, Paolo Gera – conosciuto nel suo impegno per una poesia corale, di presenza attiva nei problemi del mondo, e altrettanto conosciuto per la sua diffidenza verso una poesia intimistica, emozionale, soggettiva – presenti una sorta di pentimento poetico e culturale e ideale. Se indubbiamente quest’ultima sezione lascia apertamente il campo all’interiorità, all’io, alle emozioni, e non solo, ma riverbera all’indietro, su quei testi così corali, un colore di intimità, confessione, sfogo dal profondo; se sono stati usati “versi per dire/ ciò che ogni adolescente/ si affaccia a frignare dalla sua cameretta”; allora lui, Paolo Gera è come gli altri poeti, un “blogger”, “uno dei tanti”. Perché scrivere poesie è di fatto la stessa cosa che avere una postazione digitale, un blog, “ un piccolo palco per dare ammonimenti/ e un piccolo schermo per proiettare” la propria “visione del mondo”, credendosi chissà chi quando chi conta nel mondo è tutt’altro, plutocrate, banchiere, finanziere, ecc. “Siete liberi?/ O siete numeri?/ Ogni numero è importante/ o nella successione infinita/ insignificante?”. Le stesse grandi domande, senza risposta. Ma una conclusione, che non conclude, fenomenica, c’è: “Ogni numero è./ E così sia.”(pp.100.101). E anche un’altra conclusione, da fuori, da chi ha condotto questa analisi: i messaggi della poesia sono indubbiamente importanti. Ma si è sempre detto che conta tantissimo il modo in cui essi vengono trasmessi. La forma dà al messaggio un di più di valore che importa. E, qui, Paolo Gera ha davvero fatto la differenza. Il suo modo di proporre temi consueti e problemi nuovi, soggettività e coralità, è così originale nel panorama corrente da stupire profondamente e farci mormorare per l’eccezionalità, l’eccellenza.

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Ma la vera conclusione, che anch’essa conclusione non è, ma messaggio in itinere, è l’ultima sezione, Daredeltu. Lo stesso Paolo Gera informa: dalla corrispondenza via mail o chat con persone così appena contattate o amici o conoscenti, in genere scrittori e poeti, in uno scambio di parole, poesie, pensieri, ha avuto l’impressione di essere dentro un rapporto che valesse la parola, un “ciclo di respiri, sponde da cui si riesce a tendere la mano.”(p.103). Ecco allora l’idea di farne una sezione di dialoghi, dove l’io non scompare e nemmeno un nuovo noi sorge, ma dove c’è un insieme a te ripetuto che fa almeno due ogni volta e che, a essere pubblicato nel medesimo libro (che non è un’antologia!, divisa com’è in genere l’antologia in trincee inassaltabili se non, a volte, dal curatore e comunque intesa a documentare, sempre con soggettiva grande parzialità, e non a far incontrare), produce oggettivamente un curioso –anche pettegolo – tendere l’occhio/orecchio più in là, in una strana forma di quasi intimità che fa daredeltu. E che mi rende difficile entrare nella trama dei versi, là dove di versi si tratta, perché quasi sempre molto molto personali, aperti su carne viva. Non che la poesia commentabile sia diversa da questo, anche la poesia di impegno politico, ma qui sarebbe come fare le pulci a una lettera d’amore che in fretta e furia passionale un amante ha inviato. Perché, comunque siano queste scritture – magari occasionali, un po’ restie alla immediatezza, oppure veri flussi di coscienza, sgorghi dell’attimo, magari anche manipolate da Gera, (che non è un’imputazione, essendo ogni forma di messaggio, anche orale face to face, manipolata dalla ricezione soggettiva) – sono spezzoni di gesti, ritagli di fotografie, echi di gridi e gridolini, di quelli che si conservano in fondo ai cassetti, non si guardano mai, non si buttano via. Ritengo che la presenza più interessante sia l’ultima, non a caso posta da Paolo Gera alla fine, quella di una ragazza russa, Irina, chissà come capitata nel suo pc, che chiede “di portare con voi la corrispondenza”, dato che in tanti “trovano la loro seconda meta (o metà?) in Internet”(p.119). Dopo la proposta di dialogo, infatti, Paolo Gera ci torna a mettere di fronte alla realtà:  dell’enorme distanza del remoto digitale, dei grandi bisogni d’incontro che comunque ad esso si affidano, della necessità di abbinare al dialogo virtuale almeno la possibilità, il tentativo, il rischio di un incontro carnale in una di quelle vuotissime piazze dove “Tutto in ombra, non un’ombra.”. Chissà come e chissà se, nel prossimo suo libro ci darà le coordinate.            

 

Milena Nicolini

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NOTE AL TESTO

1-Hannah Arendt, La banalità del male, Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 2004, p.282

2- Ivi, p.283

3- Ivi, pp.290-1

4- L’evento di riferimento, come indicato nell’elenco dei personaggi, è la strage di Dallas, avvenuta tra il 7 e l’8 luglio del 2016, quando Micah Xavier Johnson, dopo una pacifica manifestazione di protesta organizzata contro l’uccisione di afroamericani da parte della polizia (Alton Sterling a Baton Rouge, Louisiana; Philando Castile a Falcon Heights, Minnesota), sparò contro agenti della polizia, uccidendone 5 e ferendone 11; rifugiatosi in una scuola, fu ucciso con un ordigno esplosivo montato su un robot guidato da remoto. Per la prima volta fu usato un robot-bomba.

5- Non si può non richiamare in parallelo il film di Kubrik Arancia meccanica.

6- “Ridurrò Samaria a un mucchio di rovine, a un terreno arido per piantare una vigna.”; “Abitanti di Gerusalemme, in segno di lutto per i vostri figli, che sono la vostra gioia, tagliatevi i capelli, radetevi la testa, rendetela calva come quella dell’avvoltoio. Infatti i vostri figli vi saranno strappati e portati lontano, in esilio.” In La Bibbia in lingua corrente, Eitrice ELLE DI CI, Torino 1985, Michea, 1, 6; 1,16, pp.714-5

7-“Ridurrò Samaria a un mucchio di rovine, a un terreno arido per piantare una vigna.”; “Abitanti di Gerusalemme, in segno di lutto per i vostri figli, che sono la vostra gioia, tagliatevi i capelli, radetevi la testa, rendetela calva come quella dell’avvoltoio. Infatti i vostri figli vi saranno strappati e portati lontano, in esilio.” In La Bibbia in lingua corrente, Eitrice ELLE DI CI, Torino 1985, Michea, 1, 6; 1,16, pp.714-5

8- La Bibbia, cit. Deuteronomio, 32,10, p.249

9- Ibidem, 32, 36, p.251

10-Ibidem, 32, 26-7, p. 250

11-Ivi, Giona, 1, 3, p.710

12- “Dio vide che i Niniviti rinunziavano al loro comportamento perverso , ritornò sulla sua decisione e non li punì come aveva minacciato. Giona ne rimase molto contrariato e, preso da sdegno, pregò: -Signore, già prima di partire da casa, lo dicevo che sarebbe andata così. Ecco perché ho cercato di fuggire verso Tarsis! Lo sapevo che sei un Dio misericordioso e buono, molto paziente e benevolo, pronto a tornare sulle tue decisioni e a non punire. Quand’è così, Signore, tanto vale farmi morire. Per me è meglio morire che vivere.” La Bibbia, cit., Giona, 3, 10; 4, 1-3, pp.711-2. A questo punto mi è necessario precisare che né Paolo Gera, né io, commentando, abbiamo intenti blasfemi. La Bibbia è assunta laicamente come antico testo archetipico dell’immaginario e dello spirituale d’Occidente, in cui, come s’è detto, cercare le matrici per meglio capire il nostro presente e in retroversione decifrare quelle matrici alla luce delle loro attuali riproduzioni. Nessun intento di offendere alcuna confessione religiosa, né tantomeno chi nella Bibbia ripone la sua fede.

13- “Mi incontrano le guardie/ che fanno la ronda sulle mura della città./ Mi picchiano,/ mi feriscono,/ mi strappano lo scialle.” La Bibbia, cit., Cantico dei cantici, 5, 7

14-(Fratelli)/ ‘Nostra sorella è molto giovane,/non ha quasi seno!/ Che cosa faremo per lei/ quando le faranno la corte?’ Ibidem,7, 8, che diventa in Gera: “Una sorella piccola io ho e ancora non ha seni/ cosa farò per mia sorella il giorno in cui si parlerà di lei?”(p.37), dove credo si adombri, in entrambe i casi, il costume presso popoli antichi e contemporanei di dare in moglie a maschi adulti bambine ancora nel pieno dell’infanzia.   

15- Ancora le paronomasie, così frequenti in Gera.

16- Mi si permetta qui di rimandare a un profondissimo testo di Clarice Lispector, La passione secondo G.H, dove questo tema è affrontato in modo quasi veggente, quasi mistico.

Paolo Gera, POESIE PER RECAPTCHA, Oèdipus 2018

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