TRA LA PAROLA POETICA E LA MUSICA- Sergio Pasquandrea: Nero Natale

 black xmas 

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Se si dice “musiche afroamericane”, in genere vengono in mente il jazz, il blues, o tutt’al più Cuba o il Brasile. E invece c’è tutto un ricchissimo bacino di commistioni tra Europa e Africa, che data indietro di parecchi secoli, fino addirittura al Cinque e al Seicento.
Un esempio è quello che vi presento oggi: un villancico che arriva dal Sud America del XVII secolo.

Nell’uso odierno, il villancico è un canto natalizio, ma il termine ha origine nel Rinascimento, quando esso indicava una composizione musicale di carattere popolaresco (da villano, contadino), simile alla contemporanea “frottola” italiana. Nella sua forma più tipica, comprendeva delle strofe (coplas) inframmezzate da un ritornello (estribillo). Nel Cinquecento, il villancico si avvicinò alla forma del madrigale e lo stile si fece via via più ricco e ornato, differenziandosi in vari generi a seconda dello stile e dei temi (amorosi, religiosi, e così via).

Ma quello che ci interessa qui è il villancico sacro, così come fu praticato, a partire dalla metà del Seicento, nella Nuova Spagna, vale a dire nell’America del Sud, all’epoca colonia spagnola. Perché qui avvenne qualcosa di molto particolare: una mescolanza fra la tradizione europea e le musiche indigene, con sostanziosi apporti dalla musica degli schiavi neri.

Nasce così quello che è chiamato il villancico vernacolare, distinto in indio (spesso cantato in lingua quechua e nahuatl) e guineo (che adotta le lingue creole degli africani).

La commistione non fu soltanto linguistica, perché in alcuni di questi villancicos si ritrovano interessanti esempi di polimetrie e poliritmie, di evidente origine africana. Del resto, a differenza dei paesi protestanti, in cui agli afroamericani era severamente vietato conservare la propria cultura, nei paesi cattolici del Sud America gli schiavi poterono continuare a lungo a parlare la propria lingua e a praticare le proprie tradizioni.

Ciò non significa che i villancicos ci consegnino un’immagine realistica degli afroamericani, che anzi vengono spesso rappresentati in forma stereotipata e caricaturale, come esseri semplici, allegri, bonaccioni, dediti alla danza e al divertimento (un’immagine paternalistica dura a morire, che ritroveremo fino in pieno Novecento; ma questo è un altro discorso).

Il villancico che vi propongo qui si intitola Los coflades de la estleya, ossia “i confratelli della stella” (los cofrades de la estrella in spagnolo corretto: il testo mima la pronuncia degli schiavi africani, che confondevano la r con la l). I protagonisti sono i molenios (moreniños, negretti) che seguono i Re Magi, e in particolare Gaspare, il re africano, per festeggiare la nascita di Cristo.
L’autore, Juan de Araujo, nato in Spagna nel 1646 e morto in Bolivia nel 1712, ci ha lasciato oltre centocinquanta brani musicali, composti durante la sua attività di compositore svolta in Perù, Bolivia, Panama e Guatemala

Qui di seguito, a titolo esemplificativo, le prime strofe nell’originale e in traduzione.

Buon ascolto e tanti auguri a tutti.

Sergio Pasquandrea

 

Juan de Araujo (Villafranca de los Barros, 1646 – Sucre, 1712),  Los coflades de la estleya. Negritos a la Navidad (villancico, XVII secolo)

 

TESTO ORIGINALE

 

Los coflades de la estleya
vamo turus a Beleya
y velemo a ziola beya
con Siolo en la poltal.
¡Vamo, vamo curendo aya!

Oylemo un viyansico
que lo compondla Flasico
ziendo gayta su fosico
y luego lo cantala Blasico,
Pellico, Zuanico y Tomá
y lo estliviyo dila:

Gulumbé, gulumbé, gulumbá
guaché, guaché molenio de Safalá.

Bamo a bel que traen de Angola

a ziolo y a ziola
Baltasale con Melchola

y mi plimo Gasipar
¡Vamo, vamo curendo aya!

Gulumbé, gulumbé, gulumbá
guaché, guaché molenio de Safalá.

Vamo siguiendo la estleya — ¡Eya!
lo negliyo coltezano — ¡Vamo!
pus lo Reye cun tesuro — turo
de calmino los tlesban — ¡aya!
Blasico, Pelico, Zuanico y Tomá,
¡aya! vamo tura aya!

Gulumbé, gulumbé, gulumbá
guaché, guaché molenio de Safalá.

 

TRADUZIONE

 

Confratelli della Stella,
andiamo tutti a Betlemme,
dove vedremo la bella Signora,
con il piccolo Signore nella stalla.
Andiamo, andiamo di corsa là!

Sentiremo un villancico
che lo comporrà Francisco,
battendo il tempo su una zucca
e poi lo canteranno Blasito,
Pedrito, Juanito e Tomás

e il ritornello dirà:

Gulumbé, gulumbé, gulumbà,
guaché, guaché, negretti di Safalà!

Andiamo a vedere che cosa portano dall’Angola
al Signore e alla Signora
Baldassarre con Melchiorre
e mio cugino Gaspare.
Andiamo, andiamo di corsa là!

Gulumbé, gulumbé, gulumbà,
guaché, guaché, negretti di Safalà!

Andiamo a seguire la stella, su!,
il negretto cortigiano, andiamo!,
dietro ai re con il tesoro, tutti!,
che portano dal deserto, là!,
Blasito, Pedrito, Juanito e Tomás,
là, andiamo tutti là!

Gulumbé, gulumbé, gulumbà,
guaché, guaché, negretti di Safalà!

One thought on “TRA LA PAROLA POETICA E LA MUSICA- Sergio Pasquandrea: Nero Natale

  1. Pingback: cosette mie in giro | gusci di noce – blog di poesia (di Sergio Pasquandrea)

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