L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANOCCHIALE. Ovvero del vedere delle donne- Milena Nicolini: BUONISMO

 

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Dal fornaio. Anzi dalle fornarine, due ‘ragazze’ quarantenni briose, gentili, di gran buonsenso. Entra tutta agitata Iolanda (nome d’invenzione, ma comincio a desiderare di fare nomi veri!), signora ultraottantenne che fu la mia parrucchiera, quando quei negozietti con due caschi in tutto e lo stendino in strada, perché dentro non c’era posto, erano veri e propri confessionali soprattutto amorosi – mentre fuori, di sicuro altrove, altre donne si cimentavano nei gruppi d’autocoscienza –, nonché centri di smistamento di pettegolezzi e inesauribili fonti di fotoromanzi e riviste di gossip. Iolanda aveva un gran bel viso, un po’ curva dal lavoro, perennemente in lamentazione per un marito che, dopo averla sposata per ‘riparazione’ (era rimasta incinta – si diceva così, e solo adesso mi rendo conto di quanta durezza ci sia dietro questa espressione – e allora capitava spesso che ne seguisse per il maschio l’obbligo di ‘riparare’), ora la tradiva palesemente e soprattutto la trattava male. Iolanda non era molto brillante, era una donna semplice, nutrita di sogni rosa come allora era consuetudine, ed aveva una sua dolcezza maternale arresa al sacrificio che la faceva lavorare fino allo sfinimento in negozio e in casa, e le permetteva di sopportare ogni sopruso maritale. Pareva che le bastasse quella sorta di tiaso fotoromanzesco che era il suo negozio, in cui poteva sfogarsi: intanto,  alcune adolescenti come me – ma tutto sommato poche: più forte era la direttiva al fato-sacrificio –, venivano educate almeno ad una sana diffidenza verso la vita coniugale. Era il tempo dei ‘figli dei fiori’, degli hippies, andava molto ‘l’amore universale’ ed anche Iolanda ne era contagiata, escludendo la moda dei capelloni, che, proprio proprio, una del suo mestiere non poteva tollerare. Mi capita di rivederla spesso nel vecchio quartiere popolare che allora chiamavano ‘il Bronx’ e che ora si sta trasformando in un ghetto di anziani pensionati minimi e di extracomunitari fortunati per aver ottenuto una casa. In genere è allegra, serena, col suo carrellino personale della spesa, con le sue tappe di chiacchiere ogni dieci metri di strada, col suo marito da accudire come un bambino, ora che i malanni della vecchiaia l’hanno confinato alla sua domestica mercè. A tal proposito mi ricorda tanto la vedova di Nick Molise in La confraternita del Chianti di John Fante, quando il figlio Henry le chiede come stia dopo la perdita dell’amatissimo marito (che però l’ha fatta dannare per tutta la vita). E a sorpresa lei risponde di stare proprio bene, perché adesso sa sempre dove lui si trovi. Tornando al fornaio, Iolanda era proprio infuriata.

-Mi ha offeso, quella là, mi ha offeso, mi ha proprio detto…

-Ma chi? (sono io che interloquisco)

-Ma quella scema là, quella che sta lì, quella scema marocchina! (leggi: non del Marocco, ma del Sud Italia)

-Be’, dai…

-No, no, mi ha proprio offeso, lei che non sa neanche di mondo! Ma chi crede di essere? Vengono qui e vogliono farla da padroni? Ma scherziamo? Che imparino a rispettare le regole… perché non gliene frega niente di come si vive qui da noi… sono una razza così… che stiano a casa loro, allora!

Non avevo ben capito di chi parlasse, ma lì dove indicava non abita nessuno arrivato di recente, quindi tutto quel pandemonio era per una qualche ‘migrante’ interna di vecchia data. Una ‘meridionale’, come si diceva una volta. Alla quale Iolanda si riferiva con il gergo comune oggi verso gli ‘extracomunitari’. Allora mi sono  sentita di reagire.

-Ma dai, Iolanda! Non andarmi a finire nel razzismo! Non ti ricordi che abbiamo combattuto perché certe cose non capitassero più? (A dire il vero, io sì, già allora ‘militavo’, ma lei non mi sembra… comunque non la ricordo particolarmente dura coi ‘meridionali’)

-Ma cosa mi stai a dire! Non se ne può più! Sono tutti una razza di m.!

-Senti, anch’io ho una vicina che mi rompe le scatole e a volte mi offende (non è vero, ma vien bene citare esempi limitrofi), bè’, è di qua, della nostra città… non vuol dire niente di dov’è una; ci sono i buoni e i cattivi dappertutto (non è un granché come motivazione, ma lì per lì…)  

-No, no! Quelli di quella razza lì lo sono di più, ce l’hanno nel sangue…

-Dai!, sennò di questo passo arrivi poi a volergli del male grosso, come lasciare affogare tutti quelli dei barconi… così si torna allo sterminio degli ebrei, è la stessa cosa, non capisci? (la voce mi si era un po’ troppo alzata)

-E basta con questo buonismo del c.!

Ed è uscita. Io ci sono rimasta secca. Le due panettiere mute. Nessun cenno mentre mi impacchettavano il pane e io riprendevo a pontificare contro quelli che ce l’hanno coi migranti. Mute, non perché a disagio. L’impressione mia è che fossero in disaccordo con me.  Mi sono sentita d’improvviso circondata da una maggioranza a cui non avevo mai voluto credere, nonostante le valanghe di voti. E proprio in quel quartiere di ex-operai, di sfortunati, di disgraziati, dove fino a ieri ho sempre pensato perdurassero, magari sotto superficiali sbuffi di fastidio, i valori di una sostanziale solidarietà con quelli che stanno male. Perché per tanti anni ci ho lavorato politicamente, porta a porta, famiglia per famiglia, ed era quasi sempre possibile arrivare a superare la diffidenza:  è povera gente come noi, dicevano, magari dopo avere elencato un bel po’ di difetti…

Buonismo. Un –ismo che non vuole organizzare a sistema – magari a ideologia –  un principio, un concetto, una fede (come razz-ismo, comuni-smo, altrui-smo, nazionali-smo, perbeni-smo, capitali-smo, ecc.), ma vuole degradare una qualità positiva – buono – a vacuo atteggiamento esteriore, sulla scia, da una parte, di tanti –ismi caduti con la fine del pensiero forte e delle ideologie, e, dall’altra, di tanti nuovi -ismi  sorti più per stigmatizzare fenomeni negativi (consumi-smo, autoritari-smo, bellici-smo, ecc.) che fenomeni positivi (ecologi-smo, ad esempio). Buonismo va direttamente a connotare quella maniera un po’ unta, ad occhi quasi bianchi per la rotazione all’insù, a mani e braccia aperte, più che all’abbraccio, alla ricompensa celeste dovuta, come si vede in certi quadri di santi, o nelle immagini dei santini di un tempo (?) con le preghiere dietro e i giorni scontati di purgatorio se si recitavano un tot di volte; quella maniera con cui si esercita(va) tanta carità formale calata dall’alto di una superiorità. Buonismo, parola  praticamente inventata adesso (se esisteva anche prima, era talmente rara da essere ipotetica), per aggredire prima di tutto chi è per accogliere o almeno affrontare con umanità gli sbarchi di migranti, poi chi è per una politica sociale di integrazione accogliente degli stranieri, poi, allargando, chi semplicemente è portato, anche individualmente, ad aiutarli. Allargando ancora, comprende chi non guarda schifato i barboni, chi vorrebbe un’attenzione adeguata ai diversamente abili, ai matti, ai carcerati, insomma agli  emarginatissimi ultimi. Non c’è il suo contrario: cattivismo. Avrebbero dovuto inventarlo i buonisti; una mia amica psicologa dice, infatti, che a noi buonisti mancano le parole, le immagini, gli slogan, gli argomenti semplici che invece gli altri hanno saputo trovare per arrivare al cuore di tanta gente. Ragioniamo e parliamo alto, astratto, corretto, mentre gli altri conoscono  il modo quasi immediato di dilagare sui social network. A pelle. Allora, chiedo io, bisognerebbe studiare a tavolino battute veloci, slogan penetranti, argomentini d’immediato effetto, imprecazioni accettabili,  per contrastare il razzismo? Attenzione! Ci viene detto da più parti – e parti autorevoli! – di non usare questa parola, razzismo, di non buttarla addosso a gente che razzista vera e propria non è, ma che piuttosto è preda della paura oggettiva per la crisi totale e globale, che si manifesta anche nel grande flusso migratorio in atto nel pianeta, il quale indubbiamente provoca pesanti disagi e contrasti d’interesse. Ci dicono che noi non siamo un popolo razzista, e a dimostrazione vengono  indicati esempi di grande generosità in vari punti del paese. E vengono ricordati episodi passati di grande solidarietà con gli ebrei perseguitati. Anche mio nonno, a rischio della vita, accompagnò col suo carretto, tirato dalla vecchia cavalla Bianca, una famiglia di ebrei fino al confine svizzero. Tra di noi hanno un discreto effetto, ma non restano nella memoria della gente in fila il giorno dopo per fare una prenotazione al CUP, anche se magari hanno avuto un qualche passaggio in TV. Certo è che dalla parte del buonismo c’è un gran silenzio. Pochissime manifestazioni (e chi le dovrebbe convocare? Il Papa?), pochissime prese di posizione forte di intellettuali (soprattutto medi e organici, quelli che il sistema attuale, lo tengono tecnicamente in piedi), nessuna scritta sui muri (vero è che il Sessantotto è passato da un pezzo, ma con tanti grafismi anche elevati ad arte qualche bell’immagine o scritta murale che dicesse umano dei migranti, mi piacerebbe vederla!), nessuna riflessione nuova sugli eventi in causa, nessuna parte politica che osi a gran voce sostenere la solidarietà e l’accoglienza. Forse i buonisti hanno capito che non bisogna stare al gioco?, perché non è dividendo in due fronti che si può cercare di dialogare con chi si vorrebbe convincere? O proprio non conoscono la grammatica di questo nuovo linguaggio di massa? Visto che qua e là per le piattaforme di chat compaiono bellissimi interventi di singoli buonisti da inoltrare, squisitamente elaborati ed articolati, ricchi di citazioni perfette, lunghi qualche chilometro, che spesso gli stessi inoltranti non leggono per intero. O pensano ad una gloriosa fine da martiri eroici? O che senza passare per un’immane catastrofe, come ad esempio la Shoah,  è impossibile snebbiare le menti conquistate dalla trivialità del ‘no’?

Io non lo so. Mi accorgo invece di avere spesso usato il pronome ‘noi’. Noi chi? Quale identità?

Prima di uscire dal forno, visto che nel resto c’era una monetina da un centesimo, l’ho diligentemente riposta nel salvadanaio sul bancone, quello per i cagnolini. Perché, i cagnolini, no che non li puoi lasciare abbandonati per strada. Con questo freddo, poi!               

Milena Nicolini

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One thought on “L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANOCCHIALE. Ovvero del vedere delle donne- Milena Nicolini: BUONISMO

  1. Milena ha messo in parole concrete quello che spesso ho pensato in forma astratta. Mi piacerebbe mettermi intorno a un tavolo e tirare fuori parole e slogan nuove e forti, dalla parte di noi “buonisti” per difenderci dai “cattivisti”…. per es. incominciare a cambiare qualche desinenza.. “buonesimo” andrebbe meglio di “buonismo”? Allo stesso modo “femminesimo” correlato a “umanesimo” in proiezione futura? Proviamoci.. Chissà!!

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