LE FULGIDE CREPE DELLA POESIA- “Al carvaj”di Laura Turci – Note di lettura di Lucia Guidorizzi

mario giacomelli

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Ci sono poesie che sono doni a lento rilascio, che entrano nella pelle, nel sangue, che si sedimentano nel cuore, che incantano per la pulizia dei versi, per la calibrata intensità delle immagini, per la criptica dolcezza di un dialetto sconosciuto, il meldolese, (Meldola è un piccolo comune nella provincia di Forlì–Cesena) ma che, nell’ascoltarlo, apre nuovi orizzonti di senso.
Il titolo del libro “Al carvaj” significa “Le crepe” e “Al carvaj” è la prima poesia che apre la raccolta.
Crepe sono quelle sconnessure che ci rivelano la condizione dissestata dell’esistenza, crepe sono quelle che segnano i confini tra la vita e la morte.
Crepe sono anche quelle profonde ferite che non si rimarginano, che segnano perdite, distacchi, mancanze.

E’ MI BA

E’ mi ba
l’è mort
da par sé,
int e’bsdel
la matena prest,
e pu gnint.

Parché la morta
la n-s conta.
La morta
la-t s’instècca
indrenta
e la t-fa
un bus
du ch’u i passarà
la tu vita.

 

IL MIO BABBO

Il mio babbo
è morto
da solo,
all’ospedale,
la mattina presto,
e poi niente.

Perché la morte
non si racconta.
La morte
ti si infila
dentro
e ti fa
un buco
da dove passerà
la tua vita.

Ho avuto la fortuna di conoscere Laura Turci a Cesena, in occasione del Festival delle Arti Sorelle organizzato da Serena Piccoli e Giorgia Monti, e ho assaporato il piacere di sentire leggere dalla sua viva voce le poesie di questa splendida raccolta.
La sua parola, con sobria eleganza ed essenzialità raggiunge quelle che Machado chiama “las secretas galerias del alma” e vi crea la sua dimora.
Da quando l’ho ascoltata, la sua scrittura così preziosa, così rarefatta e musicale ha operato in me uno strano incantesimo: alcune immagini evocate dai suoi versi hanno cominciato a lavorarmi dentro e a dialogare con me.

“No inciudé
int la luz trovda
d’un balen,
a bocca ‘vérta
e a-gvardam senza di
e a-s tnem tot indrenta
cum’e’ lat
int la tetta ch’la do.”
(E’ timpurél)

“Noi, inchiodati
nella luce torbida
di un lampo,
a bocca aperta,
ci guardiamo senza parlare
e ci teniamo tutto dentro
come il latte
nel seno che duole.”
(Il temporale)

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mario giacomelli

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La sobrietà, la rarefazione e la misura delle sue poesie mi fanno rassomigliare Laura Turci a Cristina Campo che diceva di sé “Ha scritto poco e vorrebbe aver scritto ancor meno”. Laura Turci mi ricorda Cristina Campo anche per il suo voler starsene nell’ombra, appartata e schiva, lontana dal frastuono vacuo dei social network, avulsa dal mondo dei simulacri e delle imposture.
Chi lavora per sottrazione ha sempre molte cose da insegnare a chi legge: l’eloquenza del silenzio che distilla l’essenza della parola nel suo valore profondo.
Laura Turci evoca nel suo bellissimo dialetto la dolcezza straniante di abitare un mondo in cui l’eco della morte, del vuoto, della solitudine permea tutte le cose.
Il suo sguardo spaesante è il prodotto di un’ascesi interiore che porta ad esprimere con versi asciutti e penetranti la compassione per la solitudine umana.
Vecchi che si attardano in cimitero, donne sfiancate dal disamore, sono alcune delle immagini, profonde e lancinanti che emergono nella sua scrittura.

A E CAMPSANT

A e’ câmpsânt l’è pin d’vec
nö murt, viv.
I-s šmêša cun la grêzia
d’na balarena straca,
i dà la porbia a i fiur
i scor cun cvi ch’i pasa.
Me a-n n’ho alšir; int i vidar dal capëli
a gvêrd la mi faza
e a-m dmând se i murt i-m véd
e s’a m’ho da tajê’ i cavel,
un pinsir alžir int un’êria basa.
Sota i pi
una foja seca,
fena tlarâgna ad bochi svuiti,
la creca int e’ salghê.

AL CAMPOSANTO

Al camposanto è pieno di vecchi
non morti, vivi.
Si muovono con la grazia
di una ballerina stanca,
danno la polvere ai fiori
chiacchierano con i passanti.
Io non ne ho voglia; sui vetri delle cappelle
guardo il mio volto
e mi chiedo se i morti mi vedono
e se dovrei tagliarmi i capelli:
un pensiero volubile in un’aria greve.
Sotto i piedi
una foglia secca
fine groviglio di bocche vuote
scricchiola sul selciato.

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I MURT

I murt
chi t’ guèrda
dal fofografi
de campsant,
ciapé int un rispir,
j è sré
int al casi zinchedi
a mudè
int un suspir
ad porbia.
Pu i va
pr’al strèdi di viv
a piatès
int al robi
de mond.
E mi bà,
che adès l’è un bon bà,
l’è int e’ vlen celest
ch’u s’ da al vidi,
int e’ vers dal ranoci
e int la poppa ch’la vola
dri de fiom.

I MORTI

I morti
che ti guardano
dalle fotografie
del cimitero,
presi in un respiro,
sono chiusi
nelle casse zincate
a mutare
in un sospiro
di polvere.
Poi vanno
per le strade dei vivi
a nascondersi
nelle cose
del mondo.
Il mio babbo,
che ora è un buon babbo,
è nel veleno celeste
che si da alle viti,
nel verso delle rane,
e nell’upupa che vola
vicino al fiume.

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SABAT

Quant a vegh, e’ sàbat,
al dòni d’una zerta etè
ch’a l’scapa da la paruchira
cun la mesinpiga
e la faza inrusida,
pr’andè a custodì
oman, fiul, vsen, véc,
e int j occ
la strachèzza;
o al furstiri ch’a l’camena
drì i marid a testa basa
e a testa basa nanca da par sé,
u’m ciapa dal volti una tenerezza
e una voja ad pianz ed ad rugiè
par tot al carèzi, al brazedi, i bis
ch’a n’avan avù o putù cmandè,
par la blèzza lasèda int i fos
cunpagna fiur saibedgh
impasì,
sott e’ sol ch’u s’ha carsù
e ch’u s’vleva a testa dretta
e a occ avirt.

SABATO

Quando vedo, il sabato,
le donne di una certa età
che escono dalla parrucchiera
con la messinpiega
e il viso arrossato,
per andare a custodire
uomini, figli, vicini, vecchi,
e negli occhi
la stanchezza;
o le straniere
che camminano dietro ai mariti
a testa bassa
e a testa bassa anche da sole,
mi prende a volte una tenerezza
e una voglia di piangere e di gridare
per tutte le carezze, gli abbracci, i baci
che non abbiamo avuto o potuto chiedere,
per la bellezza lasciata nei fossi
come fiori selvatici
appassiti,
sotto il sole che ci ha cresciute
e che ci voleva a testa alta
e ad occhi aperti.
C’è qualcosa d’inarrestabile nel tempo che ci conduce ad accogliere queste asperità, queste ferite aperte come aperte sono le crepe sui muri. Lo sguardo di Laura Turci sa andare oltre il dolore per accogliere quella parte di non detto che rimane la parte più essenziale del nostro essere umani.

Lucia Guidorizzi

 

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Laura Turci, “Al carvaj” Poesie in dialetto meldolese”- Società editrice Il Ponte Vecchio, 2^ edizione 2012

Laura Turci è nata e vive a Meldola (FC), nel 1971. Suoi versi sono apparsi sulle riviste: «Confini», accompagnata da una nota di A. Brigliadori; «La Ludla»; «Tratti»; e nell’antologia Poets from Romagna (cura di G. Bellosi, traduzioni in inglese di A. Bianchi, J. Fortune e S. Silviero, Cinnamon Press, Blenaug Fflestiniog -U.K.- 2013). Ha esordito con la raccolta Al carvaj (Il Ponte Vecchio, Cesena 2006; ed. acc. ivi, 2013).

 

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