L’AMETISTA DI ADELE (Un piccolo racconto di Natale)- Adriana Ferrarini

 virginia thoren- foto della modella wilhelmina, 1966

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E adesso, un ricordo d’Ametista
E’ tutto ciò che ho

Emily Dickinson, Poesie, 245, (1861)

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Avevamo una piccola cartoleria in via dell’Ospedale. Venivano mamme, bambini, ma soprattutto studenti dell’Università. Non è che si facessero tanti soldi. Giusto per vivere, pagare il mutuo della casa, una gita al lago o in montagna ogni tanto.
Ma io avevo un desiderio che mi bruciava dentro. E cresceva, cresceva, cresceva. Mettevo da parte i soldi e, passando davanti alla vetrina, mi fermavo a guardarle. Una volta ero entrata. Una bella giornata di sole, mi era venuto il coraggio. Ero uscita precipitosa con le guance che mi scottavano come se avessi avuto la febbre.
Ogni volta c’era una spesa imprevista, così il sogno si spostava sempre un po’ più in là, ma quell’anno le cose andavano bene, quaderni, penne bic, se ne vedevano e io penso che forse… chissà… Devo parlarne con mio marito.
E lui, poco prima di Natale, inaspettatamente mi dice: voglio aiutarti anch’io. Non possiamo permetterci di pagarla tutta in una volta, ma a rate, in un paio d’anni è tua. O mio Dio, Gianni, il mio povero Gianni, quanto l’ho amato in quel momento. Un buono. Non di grandi orizzonti, ecco. Ma gli volevo bene. Anche se a volte mi sentivo un’impazienza, una fame di vita… Non avevamo avuto figli, forse era questo, non so.
Bene, arriva il giorno fatidico: andiamo tutti e due a comprarla. Ragazze mie, devo chiudere gli occhi per assaporare di nuovo il piacere di sentirmi addosso quella magnificenza. Un Visone color biscotto, lucente, gonfio di pelo, con un collo avvolgente e maestoso chiuso da un bottone dorato.
Il Visone. Il mio Visone. Mio mio mio, come il mio viso, il mio corpo. Non so come dire, di sicuro più mio di mio marito.
A metterla avevo paura di rovinarla, a lasciarla solo in casa, di non ritrovarla più al ritorno. Che sciocca! Che povera sciocca! La mettevo giusto ad andare a messa la domenica e frustavo lo specchio a forza di guardarmi. Per andare al lavoro, no, mi pareva di sprecarla.
Ma quella mattina dovevo andare in banca. Allora ho pensato che sì, volevo entrare là dentro con il mio Visone. In banca ci lavorava una mia compagna di classe delle medie, una, che diavolo, quante arie si dava. Volevo farla morire di invidia: Bene, sbava un po’ anche tu adesso. E mentre allo sportello faccio finta di niente, mi succhio tutte le sue occhiate invidiose: dolci dolci come bon bon.
Torno gongolante come un tacchino. Sono una regina. Una diva. Marylin Monroe. Sophia Loren. Vostra amica e sorella. Vostra rivale.
Quel giorno ero sola in negozio perché Gianni era andato dal meccanico. La nostra vecchia macchina ne aveva sempre una. Con calma mi tolgo la pelliccia, la sistemo come una reliquia sull’appendiabiti in legno a piantana, quello che tenevamo vicino all’ingresso, più che altro per gli ombrelli: le nostre cose le mettevamo nello sgabuzzino dietro al bancone. Ma il Visone no. Nello sgabuzzino con le scope e gli stracci no, per l’amor del cielo! Volevo vederlo, averlo davanti a me, affondare gli occhi nel suo pelo folto e luminoso che, tra le pareti ingrigite, gli scaffali antiquati, portava l’odore dei boschi, delle nevi, di un mondo libero e selvaggio.

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 virginia thoren- foto della modella wilhelmina, 1969

 

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Carezzo il pelo e fuori c’è un ragazzo che mi guarda. Mi ricompongo, passo dietro al banco. Dietro di me, infilati negli scaffali a scomparti pile di quaderni: a quadretti, a righe, di prima, di seconda, di quarta. E poi più in alto, che avevo bisogno di una scaletta per prenderli, quelli che si vendevano meno: di stenografia, computisteria, album da disegno più costosi.

– Posso servirla?

Il ragazzo ha un eskimo verde con una tasca scucita che pende in giù, la barba lunga, rossiccia, un viso magro, un po’ da rapace, si morde le dita. Oh, avevo già capito da un pezzo. Sapete quanti me ne capitavano che non avevano i soldi: L’indomani, posso? oppure: Si può comprare a credito, mettere in nota per esempio? La mia riposta era: No. Mi dispiace ma no. Però quel giorno mi sentivo, come dire, magnanima, ecco.

– Voo-rrei … un quaderno di computisteria.

Mi sembra ancora di risentirle quelle parole: all’inizio esitanti, poi come una mitragliata.
Così prendo la scaletta e mentre salgo penso che le mie gambe sono ancora belle e oggi ho messo le calze fine, da festa, quelle con la riga dietro, sono in cima, , sono di spalle, afferro il quaderno e quello in un baleno afferra il mio Visone. Mi giro ed è già sulla porta. L’appendiabiti a terra, anche il quaderno mi cade, non so come ho fatto a non cadere anch’io. So che una forza sovrumana mi ha preso: Abebe Bikila, ve lo ricordate? Quell’africano che correva come una scheggia. Ecco, ero io, con le ciabatte ai piedi. Gli sono corsa dietro, urlavo piangevo, mi sbracciavo. Il mio Visone sempre più lontano. Sotto ai portici, poi sul selciato. Passa un motorino, rallenta, e il mio Visone sale dietro, stretto nelle mani del ragazzo con l’eskimo, riparte, scompare. Scompare. Definitivamente.
Ahi, ahi, ahi, che dolore, che dolore!
Adesso mi viene da ridere a raccontarlo, ma allora… Oh, quanto ci sono stata male! Quanto ho pianto.
Non scherzo, ho dovuto fare una cura per riprendermi, venire fuori da una depressione. Sarà che ero vicina alla menopausa, qualcuno mi ha detto così.
Piano piano, è passata. Ma una pelliccia no, non ne ho più voluta una.

Adriana Ferrarini

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