ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: Poesie per Recaptcha di Paolo Gera

arduino cantàfora- lode dell’ombra

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Captcha, test inventati per contrastare le tecniche degli spammer, sono una sequenza di parole, altre volte  numeri, che appaiono uniti e non chiarissimi da decifrare e riconoscere per accedere alla risorsa contenuta in una pagina web, o per intervenire in un blog. Tale risorsa, quando digitalizziamo le parole riportate, potrebbe essere un inconsapevole contributo alla digitalizzazione e alla salvezza di testi antichi. Finora, grazie ad un’idea semplice ma innovativa, sono state tradotte circa 440 milioni di parole, all’incirca 17.600 volumi, convertendole in formato digitale. L’idea di trasformare l’inchiostro in bit offre la possibilità di preservare i contenuti dei testi rendendoli disponibili on line. Anche se il lavoro è affidato ad un software per la maggior parte del salvataggio e della trasposizione, serve comunque anche l’intervento dell’uomo.

Alcuni ricercatori della Carnegie Mellon University ha avuto un’intuizione fantastica poiché ha trasformato un evento comune in qualcosa di effettivamente utile. Ogni giorno, infatti, attraverso i captcha, decine di milioni di persone, decifrando su internet delle parole distorte, dimostrando di non essere software automatici diffusori di spam, si trasformano in forza lavoro gratuita per dare una mano ai software OCR che servono appunto a trasformare i testi scritti in bit. È stato messo a punto un metodo reCaptcha, del sistema antispam. Quando una parola è interpretata in modo diverso da due software OCR è identificata come “sospetta”. A quel punto viene unita ad una di quelle conosciute dal sistema. L’accoppiata è sottoposta agli utenti e, se un umano interpreta correttamente la parola di controllo, si presume che anche l’altra sia stata decifrata. Quando la stessa soluzione viene fornita da tre persone è considerata corretta e la parola è archiviata. La sperimentazione è stata avviata da tempo, con l’apertura di un sito dal quale chiunque può scaricare gratuitamente reCaptcha per inserirlo nelle proprie pagine web.
I visitatori di circa 40mila siti web hanno decifrato 440 milioni di parole con un’accuratezza del 99%. Vengono tradotte 4 milioni di parole al giorno, informa Luis Von Ahn, uno dei ricercatori coinvolti nel progetto, cosa che, per essere fatta, necessiterebbe di più di 1.500 persone, che dovrebbero lavorare per 40 ore a testa ad un ritmo di 60 parole al minuto.
ReCaptcha collabora con Internet Archive, organizzazione non profit, che digitalizza i libri di 70 biblioteche e università statunitensi, e con il New York Times, che intende così salvaguardare il suo archivio. I creatori del metodo hanno presentato il progetto su Science, sperando di amplificare i risultati del lavoro e dei progressi già ottenuti. Attualmente viene tradotto l’equivalente di 160 libri al giorno, ma la diffusione del nuovo sistema potrebbe far lievitare queste cifre, salvando intere biblioteche.

Guardando bene, tutto questo ci fa riflettere sulla negatività di una cosa, in questo caso lo spam, che alla fine si è fatto promotore di un ingegnoso modo per  opporsi ad esso e nel contempo produrre ricchezza per la comunità, salvando un patrimonio, le parole, che dovrebbero servire appunto ad arricchirci, non per rincorrere solo utili commerciali.

Eppure tutto questo lavoro di conservazione porta l’uomo a salvarsi? Nel testo di Paolo Gera, Poesie per Recaptcha, edizioni Oèdipus (2018), la domanda che si rivolge alla dea dei messaggi, la donna che è tutte le donne, l’uomo che è tutti gli uomini… e nell’Antico Testamento tale figura veniva chiamata Yahweh Recaptcha non è quello che si vorrebbe sentire nell’incontro occasionale o la vita coniugale, quel qualcosa che scaturisce dall’ impossibilità di fondersi, dalla dovuta distanza irriducibile, una attesa ansiosa di una imprevedibile risposta, o addirittura l’impugnatura del coltello strappato a chi vorrebbe piantarlo nella carne dell’altro e non sa che l’altro è sempre lui/lei, raggiunto prima,  ancora prima di sferrare il colpo, in sé. L’orizzonte che si vede, dalla prima all’ultima pagina del libro, densissimo, mappa e itinerario, erario di ogni geografia, cosmogonia mai spentasi in questo comune terrario, è sempre lo stesso, la nostra umanità distesa tra occidente e oriente, una terra di confine sempre, tesa tra presente e ieri, mai troppo lontano anche se lo si guarda sempre meno, e solo come storia, scritta sui testi, non fatta di vite di tanti che sono come noi, in tutti i tempi. Come ieri la terra e la gente è afflitta da torride estati di benessere, gelidi inverni di penuria e tutto quanto è sempre rimasto in bilico, fino all’attimo in cui balza in uno sprofondo, su una speciale geosinclinale, su cui si affacciano le faglie della storia che avrebbero dovuto cambiare luoghi e interiori  percorsi, mentre i bisogni da soddisfare sono alla fine sempre gli stessi. E tutta la raccolta è una tagliente anatomia delle evidenze quotidiane, della loro perpetua ripetizione, in cui registriamo variazioni d’abito ma non di costumi e usanze umane, grevi, grette, meschine, o violente, sia ieri che oggi. E’ una registrazione di un moto pendolare, in cui da un qui a un là o viceversa vediamo le stesse anime turbate da rassegnazione o rabbia, e spesso anche da un’indifferenza che pesa tanto da sembrare un automatismo a cui siamo sottoposti, una specie di cicuta da bere, per cui definiamo la nostra assenza dalla vita condivisa, e ingoiandola goccia a goccia, finiamo con l’esaurire una partita che è perduta.
Eppure in tutti questi scritti che correndo di pagina in pagina ci rincorrono, ciò che si trova è un vincolo, a cui tutti siamo sottoposti, i perduti e i salvati, si assiste ad una nevicata di memoria in cui nulla è andato perduto e nudo, o quasi, appare l’uomo, sollevato dal fango in cui nasce e puro ne risulta, dopo tanta inerte materia che gli si (s)carica addosso,  perché comunque non si è arreso dentro la piccola miniatura di ogni suo destino, spesso amaro o amaramente comico o addirittura surreale, quando guardando dentro di sé si trova intero il ritratto di un uomo collettivo, fuori dalla finestra da cui, in sé, si è affacciato al fuori intorno senza soluzione di confine. L’umanità che ne viene fuori, da tutti quei verbi e transitivi ostacoli, è un residuo di passato rigurgitato tra semi di frutti che ancora mangiamo, una speciale religione mondiale dell’assenza di mo(n)do, nella proposta di nascondimento,  un imperativo mistico contemporaneo,  corpo a corpo con il libro del nulla in cui l’uomo, l’individuo, si trova ad un incrocio, dove tutto si è fatto testo delle impronunciabilità, dovunque e per tutti i popoli e tutti i tempi. In un tempo in cui pare non esserci più necessità di esibire i propri contenuti di fede, l’unica consapevolezza è quella di accorgersi di essere imparentato, in quella dimensione interna che ognuno percepisce e non controlla, con i testimoni  di una animazione che è ancora mistica, scoprendosi come abisso in cui crollano i dogmi  e da cui si disegnano tutte le sue  proiezioni. Vuoto e mostruoso, e votum come  voto per svuotare il tempo, rendendolo un qui presentesempre, si sono incontrate con l’idea che qualcosa di sconosciuto da cui doveva provenire l’essere, hanno fatto saltare in aria i gusci esausti dell’ontologia, lo studio dell’essere in quanto tale, nonché delle sue categorie fondamentali, e hanno collocato il tempo e il novum nel posto più interno dell’essere, rendendolo inaccessibile. Questa i-dea di modernità, che altro non è che un continuo incessante tra-vaso, l’ha portato ad uno svuotamento del futuro nel passato rendendo l’inesauribile qualcosa di esauribile. Nella fiera del mondo, lo spazio privo di marcature, di segni forti, di confini stretti e angusti, la globalizzazione ha ridotto noi poveri mortali a una sorta di parco umano addomesticato e addomesticabile mentre il volto di Medusa è la divinità che ci cattura e pietrifica davanti ad uno schermo-specchio e Te-se-o… non ha scampo poiché ciò che è stato frutto di due immani tragedie senza precedenti, le guerre mondiali e i genocidi, è qualcosa che resta confuso poiché i sopravvissuti continuano imperterriti ad andare avanti e vogliono sapere il meno possibile di ciò che è stato, vogliono cioè restare inconsapevoli.

Per chiudere potrebbero fare al caso due citazioni, la prima di Hofmannsthal – Con lieve cuore, con lievi mani, la vita prendere la vita lasciare.– e l’altra di Rumi- Gli addii sono solo per coloro che amano con i loro occhi; per quelli che amano con il cuore e l’anima non c’è separazione.-
Come a dire che se tutto si perdesse, forse sarebbe questo a rendere l’uomo meno grave, meno greve, perché in sé lo conserverebbe, sempre, comunque.

Fernanda Ferraresso

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arduino cantàfora- lode dell’ombra- la città analoga

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Testi tratti  da Poesie per Recaptcha” di  Paolo Gera.

 

Filottete

 

Ridevano al gioco del mimo.
Io silenzioso di solito,
ero il più bravo a creare figure dal nulla,
a muovere le mani, a marciare sul posto.
Chi ero?
Parlavo poco, ma tutti mi cercavano
per le mie battute acute come frecce.
Scambiavano cazzate con bicchieri di vino
e mi volevano bene, se voler bene
era starmi vicino
e stringermi le spalle con il braccio robusto.
– Non è ancora arrivato -, dicevano smarriti
e subito chiamavano per dirmi di arrivare.
Adesso tra i compagni io sono conosciuto
come quello che puzza e urla di dolore.
Nessuna transizione.
Dal silenzio al lamento incessante.
– Su, non fare così -, dicono.
E io posso tapparmi la bocca,
ma la piaga anche a fasciarla stretta non può stare zitta
e impesta l’aria con tutto il suo marciume.
Mi sopportano e basta: su una barca non c’è spazio.
Tutti mi evitano e se salutano
lo fanno mani sulle orecchie e turandosi il naso,
sporgendosi sul mare, cercando il salmastro.
È una terribile cosa da niente che non mi fa morire
e mi ricorda agli altri come scandalo.
Non bei tempi andati, non fiori sulla tomba.
Chi ero?
Io mi trascino e ora troverei tante parole più sensate,
invece devo urlare.

Alla fine non ne possono più e mi rinchiudono in un faro.
Ma anche tutti gli altri hanno rotto
e circondano se stessi di stanze e segnali.
L’urlo, la puzza, la distanza.
Forse è un nuovo tempo e io l’ho inaugurato.
Ognuno combatte da solo per farsi bello
e dimostrarsi più eroico.
Si circonda di scudi metallici
che riflettono le luci della casa.
Io solo urlo e la mia piaga spurga solitudine.
Gli altri anche se soli si fingono coinvolti.
Mi mandano messaggi alla prigione,
non vedendomi in faccia mi ricordano comico.
Richieste di amicizia, come se mai ci fossimo abbracciati.
Chiedono frecciate per vincere un concorso,
– tu che sei bravo… -,
dove per scherzo si abbattono le mura
e si dà fuoco ai vecchi per strada.

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arduino cantàfora- lode dell’ombra

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La strada di sotto

 

Prima di entrare, a fondo mi pungo un dito.
Seguendo a ritroso le gocce di sangue
ritroverò l’uscita.
Ho spento lo smartphone
perché il Minotauro legge i messaggi
e ad ogni vibrazione inarca le corna, lo zoccolo scalpita.
Dov’è lo splendore degli ori?
Labirinto è ammasso di macerie:
a stento riconosco un tracciato,
i sentieri devo riprendere
salendo su muri crollati ed intonaci a pezzi.
Ringhiere contorte, vetri infranti, lamiere esplose
fiancheggiano il duro cammino.
Dov’è il mio nemico?
Il centro: un cratere di bomba ed un minion bruciato.
Intorno solo distesa devastata dove l’occhio arriva.
Voglio tornare.
Le stille versate si sono confuse: il sangue degli altri,
fresco ancora sui viali, ha ricoperto il ritorno.
Perduto.

Scavo, sprofondo, trovo i morti:
una bambina sepolta mi dice la strada di sotto.

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arduino cantàfora- lode dell’ombra- teatri di città

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Io non sono un robot, Recaptcha,
io non seguo un ordine numerico,
io non giudico in base alle misure.
Io scorro.
Scorro le pagine infinite e tu, Recaptcha,
nascosta fra tutte le inserzioni,
potrei trovarti appena oltre o
terminata per errore in un cielo,
da me non frequentato per natura,
un cielo sbagliato, senza beatitudine,
una porta aperta per errore
e subito richiusa con nervosi risolini d’imbarazzo.
Eppure, se c’è una dark room dove non vederti,
cielo nero spalancati ed abbracciami!

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arduino cantàfora- lode dell’ombra-teatro del mondo

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Save Our Souls

-1

ripetimi parole sulla pelle
il battito del cuore è tre linee tre punti tre linee
onda calma
sul mare in tempesta
i naufraghi raccogli ad uno ad uno
portali al caldo stringendoli fra i denti

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Paolo Gera, Poesie per Recaptcha, edizioni Oèdipus 2018

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3 thoughts on “ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: Poesie per Recaptcha di Paolo Gera

  1. Come sempre acuta e appassionata, Fernanda. E densa di indicazioni a riflettere. In effetti il libro di Paolo Gera è eccezionale, ricchissimo, luogo di pensieri a non finire. Sarebbe bene fosse letto da molti. Certamente non saranno pochi a parlarne.

  2. Il recupero e l’intuizione del Recaptcha è di quelle cose che affascinano perché mostrano che nulla al mondo è privo di senso e scopo. Ho letto con piacere le tue parole, Fernanda e la poesia di Paolo Gera ha un respiro così ampio e una profondità così cristallina che il mondo ne esce illuminato.

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