UNA TERRA TUTTA GIALLA- Fernanda Ferraresso: In tutte le direzioni di Laura Di Corcia

t. alen

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Li ho visti accarezzare
il biondo pane
camminare nelle terre degli Argonauti.

Sapevano di birra, di muschio forte:
gli occhi erano
promesse di amore.

Ma poi era arrivata anche per loro
quella lettera dal cielo, dalle nuvole
nere, il sigillo del ginocchio:

milioni di girini germogliavano
sottoterra,
brucando il silenzio.

Anche per loro era nato l’ebreo
impazzendo come un brivido
in cantina.

Avevano lasciato tutto, partendo per
continenti mai sentiti, bucati nelle miniere,
e le mani non erano più melograni
ma ribollii di melma.

L’innocenza non è un fatto sopportabile a lungo, dissero in seguito.

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t. alen

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Apre così la raccolta di Laura Di Corcia In tutte le direzioni edito da Litocolle nella Gialla, collana curata da Augusto Pivanti, in collaborazione con Pordenonelegge.

Letto senza intoppi mi è parso di cavalcare un cavallo di correnti, un vento in cui in continuo si alternano,luoghi e sguardi, spostando il baricentro da un posto all’altro dentro chi legge, costringendolo a restare fermo, cercando un appiglio, mentre questo sembra sfuggire ogni volta. In tutte le direzioni lo sguardo e l’ascolto, di un osservatore che sta in su un ramo di un albero maestro, albero del bene e del male che nasce e si sviluppa in ognuno di noi, argonauti nel giardino di un eden terrestre e celeste, corpo di mito e leggenda che si fanno storia nella nascita di quell’ebreo che è uno di noi, se pur di nazionalità diversa ( e non sono forse così i migranti?), e non è né un cristo né Cristo, che risulterebbe restrittivo per angolo visuale proposto, squadernando storie da una religione che chiude le porte a tutti gli altri. Uomo, di nazionalità geografica definita, resta comunque un uomo, non un dio, è uno come gli altri e questo viola una direzione e una territorialità di una storia, la libera dalle sue catene, lasciandola esposta al volo che noi tutti compiamo, dentro una notte che è ignota la nostra storia comune ma anche imprevedibile, suscettibile di prendere direzioni impensabili, catapultandoci da un qui e ora a un lì prima o a domani, sempre in territori accennati e visibili per elementi immediati e tangibili.

Fu un tatuaggio violento
quella notte a Bucarest,
e la seta scendeva a fiotti dal soffitto.
Di quello rimasero due capelli
e qualche noce, una poesia
scritta dietro una lavagna.
Il sole per un attimo senza fiato:
poi tutto continuò, sbiadendo dietro la collina.
Le cose più belle non lasciano aloni.

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Apparvero come in un sogno
lascive meduse giganti.
Scomparvero poco dopo, all’alba.

Le pareti non abbracciavano i letti
ma si assottigliavano
sospirando nuovi dolori.

L’amore rimane appiccicato ai muri per 
sempre.

Sotto il mantello di uno sconosciuto
erano nascoste vittorie.
I sentieri non portavano da nessuna parte.

 

Nella sequenza dei due testi si passa dal tramonto all’alba, le braccia come navi viaggiano raccogliendo dei luoghi lo spazio e il racconto di chi ci vive dentro, ma ciò che si produce vagando in quel quadro, è un disorientamento totale, non siamo per strada, oppure la strada è un sogno che scioglie e annoda passi solo riflessi.
Poco oltre il monosillabo corto e cupo del gufo che subito si sente dietro la pagina che viene, come da dietro una finestra che si apre, è l’unico suono che si addice per esprimere determinati stati d’animo, diventando un vero e proprio urlo, quando altri uccelli entrano nel suo territorio, evocando per  analogia visiva e sonora quanto accade nelle terre che diciamo essere il nostro territorio nativo o nazionale. Il bubolare del gufo, contrapposto alle bubbole che ci raccontiamo su chi detiene un potere, un qualsivoglia potere esercitato senza nessuna, di fatto, detenzione di qualcosa come possesso reale (chi ha inventato la proprietà privata? chi per primo ha detto questo è mio e sulla base di quale atto o certificato? Quale alfabeto ha pronunciato per primo un diritto?). “Le parole sono fatte per coprire/ asfaltare il dolore di un mondo crudele” sintetizza senza lasciare vie di scampo l’autrice a pag. 18

Dove si inerpicheranno i gufi
da che distanza predicheranno l’alfabeto?

Tu picchierai la testa dieci volte,
bambina, prima di scoprire
il rotondo del rosso, la puntura del verde.
Morirai di fame attendendo la promessa.

Le parole sono fatte per coprire
asfaltare il dolore di un mondo crudele.

Sotterrerai mute vergogne
in silenzio
spaccherai pietre.

Si alzerà un grido,
tu
non chiedere niente.

 

Parole per coprire, oscurare, coprire col bi-tu-me dei suoni la realtà del dolore, prodotto da un mondo in cui non ci troviamo ma siamo immersi. E il grido della chiusa si lega con il grido del gufo quando qualcuno entra nel suo territorio. E questo urlo si fa onda , come quella del giallo, colore della possibilità ma anche avviso di pericolo. Giallo è quel meccanismo estraneo del testo a pag 19, in cui non è il sole a bagnare la testa dei cuccioli, i loro corpi sono già soggetti ad altri campi, ad altre frequenze a cui abituarsi, tra altri spettri che non portano il germe del sole, frequenza a cui siamo tutti sensibili, ma hanno fionde nello stomaco e germogliano mostri poiché ogni giorno il male si partorisce nella melma, la palta di gaddiana memoria,  in cui le cose crescono lasciano sullo sfondo quel giallo fattosi esterno, estraneo.

Il giallo è quel meccanismo estraneo
che non ha bagna la testa ai cuccioli
si rifiuta di leccare i loro ventri.

Solo, come sfondo
lascia che le cose capitino
non aggrinzisce la palta degli eventi:
ma nello stomaco è tutto diverso.

Nella pancia dei bambini
nascono fionde, germogliano mostri.
Il male si partorisce tutti i giorni

E in un continuo andare e tornare, cambiando direzione tra un verso e l’altro, come girando lo sguardo, ora in campo lungo o lunghissimo, ora corto e cortissimo, ciò che si presenta ai nostri occhi è l’inafferrabile direzione verso cui dirigiamo che, osservando con attenzione, pura da mille postazioni, è sempre una, una soltanto ed è rovinosa.

Fernanda Ferraresso

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der himmel über berlin

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Testi tratti da  In tutte le direzioni, di Laura Di Corcia

 

Avvelenammo le navi come se fossero corvi.
Per un lungo periodo camminammo
e le mete erano sempre diverse.
Nei nostri occhi bruciava tutta l’Africa.
Eravamo gente come voi, forse meno scaltra:
il passato ci cinghiava la schiena.
A un certo punto gli scrigni si chiusero per sempre.
Dietro ai nostri occhi continuava
violenta come un chiodo, la caccia alle streghe.

Abbiamo eretto barriere, steccati
nelle nostre menti, ma è bastato sfiorarsi
perché tutto tacitassero le mani, dapprima,
poi le braccia e anche le spalle.
La mente costruisce cumuli di cose,
montagne di mattoni, iati, i corpi,
invece, tendono alla caduta, sprofondano
nell’energia dell’atomo, si arrendono
alla discesa e annichiliscono il piombo.
Non so se hai capito con che disperazione
mi sono aggrappata al tuo collo,
annullando tutto ciò che non era presente.

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Italiani a New York

Non capivamo le geometrie del mare.
Lo guardavamo in silenzio contando le onde
pregando per ogni navigante.

Arrivammo in una terra
che aveva dimenticato
l’odore delle arance.

Ma eravamo soli, soli contro un mondo
di colline e alberi scuri
appiccicati e muti contro i grattacieli di cristallo.

Come in sogno ci sciogliemmo in una terra nuova
dove le “t” diventavano “th”
le praterie erano più grandi del mare.

Rimpiangevamo le onde.
Il cielo dagli abbaini
sembrava porzionato.
L’amore era un lontano ricordo
fuori gli elementi continuavano a fondersi
noi eravamo pezzi che non combaciano.

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Giovane coppia: lui

Mi guardi e mi chiedi perdono.
Perdonami, non sono forte
(dici)
perdonami ma voglio solo cadere.
Mi chiedi perdono
per non saper gettare la traiettoria
della speranza, per aver abortito
il figlio, per la mescolanza
fra fede e rifiuto
per non credere al vettore
che dall’immateriale
crea la materia
mi chiedi scusa, in ginocchio
(anche se non puoi, non puoi
perché siamo costretti
a stare seduti)
per non saper dire le bugie
e io mi sono spellato le mani
una volta, per raccoglierti
il frutto sull’albero, mi sono spellato
le mani per dirti che ti amavo,
per dimostrarti questo bozzolo di
fede e devozione che provo per te
per i tuoi piedi
mi sono spellato le mani
(al di qua c’è il cartello abbattuto, c’è la notte
che si fonde e diventa più nera)
per darti una prova, che tu potessi
ancora credere in noi,
per non parlarti di nient’altro
che non fosse amore, amore profano
mi sono spellato e mi spello le mani
per sorreggerti, amore mio
e ti prego: guardiamo lontano.

.

Giovane coppia: lei

Non ti amo. Se ti amassi
non ascolterei quanto gridano le ginocchia
e i tendini, se ti amassi
morirei qui, in croce, senza dire niente
solo guardandoti sorridere
per il mio sorriso, non ti amo
sarei donna finalmente una donna
libera, vorrei tornare indietro
le cinghiate sulla schiena erano carezze
se paragonate a questo tonfo, a questo
rimanere che è erosione caledoniana
portami via
ricordami che esistono prati ampi
case
che esiste il pane appena sfornato
non ce la faccio, soffoco.

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Coro

Chi spezza le catene del mondo
perché la linea si rompe nel mezzo
che cosa corrompe e interrompe la corsa?
Chi ha rotto il bicchiere,
chi ha perso
il filo d’argento?
A quale comando risponde l’inversione?
Dove vanno quegli uomini, donne, bambini
perché il vettore è muto di fronte alla biologia?

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Laura Di Corcia, In tutte le direzioni, LietoColle 2018

Laura Di Corcia (Mendrisio, 1982) è laureata in Lettere Moderne. Terminati gli studi, ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo; dopo esperienze a Berlino e a Los Angeles, è ritornata nella Svizzera italiana dove collabora con diverse testate in qualità di giornalista culturale, occupandosi soprattutto di letteratura, teatro e servizi di approfondimento. Ha scritto a quattro mani con Giancarlo Majorino la biografia del poeta stesso, Vita quasi vera di Giancarlo Majorino (La Vita Felice, 2014), mentre è del 2015 la silloge poetica Epica dello spreco (Cfr, 2015). Alcuni dei suoi testi sono stati tradotti in inglese e pubblicati sul Journal of italian translation del Dipartimento di Lingua e Letteratura di Brooklyn.
In tutte le direzioni, pubblicato per LietoColle-La Gialla, è il suo secondo libro di poesie – la prima parte del lavoro, con il titolo Traduzioni e microsismi, si è aggiudicata il Premio della critica al Premio Rimini.

 

 

 

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One thought on “UNA TERRA TUTTA GIALLA- Fernanda Ferraresso: In tutte le direzioni di Laura Di Corcia

  1. Il tuo commento Fernanda illumina questa voce poetica che mi riporta al senso originario della strofa, quel giro di volta del coro che cambia direzione. Qui ogni verso suona imprevisto, come il reale e la poesia ritrova, quasi per un suo istinto naturale la coralità della tragedia. Grazie alla poetessa e grazie di avercela presentata.

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