TRA LA PAROLA POETICA E LA MUSICA- Sergio Pasquandrea: Schubert e il canto dell’inverno

melegh gabor- ritratto di schubert

 

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Ho sempre trovato Franz Schubert uno dei musicisti più inquietanti nell’intera storia della musica occidentale. Anzi, debbo confessare che per molto tempo l’ho addirittura rifiutato e che solo di recente, passati i quarant’anni, ho cominciato davvero ad apprezzarlo.
Dietro quell’innocente aria da fanciullo grassoccio e rubizzo, dietro gli occhiali tondi e i cravattoni con cui si esibiva nelle Schubertiadi in infiocchettati salotti Biedermeier, si nascondeva un’anima capace di profondità abissali. Trovo che la sua musica sia tanto più inquietante quanto più è apparentemente semplice: persino nei suoi pezzi più leziosi si aprono all’improvviso squarci inaspettati, come pesanti tendaggi di velluto che si schiudano a mostrare paesaggi oscuri.

Schubert fu uno dei maestri – forse il maestro supremo – del lied, quella forma musicale così intimamente tedesca, che ha le sue origini nel Medioevo ma che trovò il suo massimo sviluppo nel periodo romantico.
Un lied è, nella sua forma più tipica, una breve composizione, di solito basata su un testo poetico preesistente, scritta il più delle volte per voce e pianoforte (ma esistono anche lieder orchestrali). È paragonabile a quella che in italiano veniva indicata, nello stesso periodo, come “romanza”, senonché il lied romantico tedesco si connota per la sua grande attenzione alle minime sfumature espressive, con la melodia e l’accompagnamento che aderiscono il più strettamente possibile al testo poetico.

Nella sua breve vita (appena trentun anni, dal 1797 al 1828), Schubert compose circa 600 lieder, molti dei quali organizzati in cicli tematici. “Winterreise” (Viaggio d’inverno), una serie di 24 lieder su testo di Wilhelm Müller, composti nel 1827, è uno dei capolavori del lied schubertiano, insieme a “Die Schöne Müllerin” (La bella mugnaia, 1823) e “Schwanengesang” (Canto del cigno, 1828).
Il viaggio del titolo è quello di un Wanderer, il vagabondo romantico che gira libero per il mondo, inseguendo i capricci della propria ispirazione e lasciandosi guidare dalla Sehnsucht, l’aspirazione struggente a ciò che, già si sa, non potrà essere mai raggiunto. Ognuno dei lieder racconta una tappa del cammino, tutto pervaso dal senso dell’inquietudine e della morte imminente (quando lo compose, Schubert era già gravemente malato di tisi).

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Vi propongo qui l’ultimo brano del ciclo, intitolato “Der Leiermann” (Il suonatore di ghironda). Il testo descrive un musicista itinerante, che suona il suo strumento nel gelo dell’inverno, mentre nessuno ascolta né si ferma per fargli un’offerta e i cani gli ringhiano contro. “Strano vecchio! Debbo seguirti?”, si chiede il poeta. “Suonerai la tua ghironda per accompagnare il mio canto?”.
Sul significato simbolico di questo incontro, lascio che si eserciti la fantasia del lettore. Quanto alla musica, il desolato paesaggio invernale viene evocato tramite una melodia di scarna, straziante bellezza, tutta fatta di fraseggi che sembrano avvolgersi su sé stessi, separati da lunghe pause. È proprio la musica a conferire alla poesia di Müller, di per sé nulla più che un quadretto patetico, un’inquietante risonanza allegorica.
L’interpretazione è del baritono Dietrich Fischer-Disskau (1925-2012), il più grande specialista di lieder schubertiani, con Alfred Brendel al pianoforte.
Buon ascolto.

Sergio Pasquandrea

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georges de la tour-musicista di ghironda

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Il suonatore di ghironda

 

Laggiù dietro il villaggio
sta un suonatore di ghironda
e con le dita rigide
gira come può la manovella.

Scalzo sul ghiaccio
barcolla avanti e indietro
e il suo piattino
resta sempre vuoto.

Nessuno vuole ascoltarlo,
nessuno lo guarda
e i cani ringhiano
contro il vecchio.

Ma lui lascia che tutto
vada come vuole,
gira la manovella, e la ghironda
non tace mai.

Strano vecchio!
Debbo venire con te?
Suonerai la tua ghironda
per i miei canti?

 

Wilhelm Müller

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