Carmela Pedone e FRAMMENTARIO – Presentazione di Milena Nicolini

alexander grishkevich

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1.Quando curare una pubblicazione è resistenza civile.

E’ uscita, nella preziosa Collana Rossa –Una via altra di pane, vino, tavola e molto silenzio- di LietoColle, curata da Anna Maria Farabbi, una silloge dell’opera di Carmela Pedone: Frammentario. Titolo che la stessa autrice aveva dato al corposo libro autoedito in unica copia, “che lei teneva gelosamente con sé, portato da una clinica all’altra e, in ultimo, nella sua stanza, nella comunità di Umbertide.” [1]. Questa comunità di Torre Certalda, ad Umbertide (PG), ospita persone colpite da grave handicap psichico, a doppia diagnosi, dove Anna Maria Farabbi tenne incontri “come poeta” dal 13 luglio 2015 all’8 settembre 2017. [2] La silloge è postuma, perché Carmela è morta il 29 ottobre 2016. Non si pensi a una delle tante edizioni affettuose o doverose ad memoriam. La pubblicazione conclude un itinerario concordato tra Carmela ed Anna, nel puntuale lavoro insieme di rilettura, meditazione, riflessione, cernita, che eccezionalmente fu possibile fuori dalla comunità terapeutica, fuori cioè dal luogo “vocato alla malattia”, a un tavolo riservato dal bibliotecario Paolo Pistoletti  “nella grande sala di lettura della biblioteca” di Umbertide, “in mezzo al tacere degli studenti, dei lettori, tra il passo dei frequentatori, di chi chiedeva e restituiva”; perché, pensava Anna Maria, era necessario “uno spazio fisico, architettonico, plurale, laico, pubblico come la biblioteca”, per permettere a Carmela di trovare “una via di serenità tensiva dentro le sue condizioni psichiche gravissime”. Anna Maria aveva conosciuto Carmela durante il suo lavoro  con un gruppo di “ospiti ir-recuperabili, così definiti solitamente tra gli operatori”, che lei invece chiamò e considerò “a voce alta e scritta, matti ni, per chiarirli e significarli di luce”, che non era un significarli nella presunzione di proporre una cura, di mirare ad una possibilità di guarigione: “La poesia è la poesia. Nulla di più. Non si sovrappone alla psicologia, né alla psichiatria, né a null’altro. Il canto ha un’identità che non si fonde né si confonde. E’ un volo rasoterra umilissimo e, solo in qualche battito, consapevole.”

Nemmeno però significarli  voleva dire accettare una normalizzazione da declinare ai sensi delle regole istituzionali, la quale passa quasi sempre per farmaci che inebetiscono, per reclusioni che separano dalla comunità e seppelliscono nella dimenticanza. Anna Maria, nella poesia dedicata a Carmela e ai matti ni,  che precede i testi di Frammentario, così le dà voce – una voce che abita quasi identica nella memoria:

(…)

anna rispondimi tu allora  al posto della psichiatra
e della presidente di questa cooperativa cariata
dimmelo tu dal tuo profondo comandamento civile questa cosa cos’è?
iocarmela   ti chiedo qui   una parola esatta  mentre brucio viva
che cos’è   questa cosa dove da anni sprofondo senza cura
uno zoo    un’arca bucata
un vecchio manicomio nella natura della gramigna
un’escrescenza tumorale della montagna
un lager del farmaco   dentro cui ci disinnescano
o l’unico pavimento possibile da pascolo   per chi viene espulso
recintato   in un limbo a perdere
con scarso diritto alla sopravvivenza
questa cosa non è la casa
che franco basaglia disegnava con il dito per terra

(…)  

Significarli di luce invece voleva dire lavorare per rovesciare la loro condizione dichiarata definitiva in “una possibilità creativa di ri/emersione interiore”, “per orientare, idratare le loro profonde combustioni, proporre loro l’arte della relazione cominciando dal proprio io, ascoltando e nascendo la parola pensata”, quindi verso una  possibilità di ri-appropriazione e ri-proposizione dell’io, a loro stessi innanzitutto e poi agli altri. Capitiniana, Anna Maria motiva: “Non possiamo prescindere da una sola cellula del creato. Non possiamo congelarla e gestirla separandola da noi. Volenti o nolenti abitiamo in vasi comunicanti.”.

il manicomio è un campo
di concentramento
magnetico   in cui il giorno e la notte si schiantano

la gente dice che i matti sono stranieri   sempre
incomprensibili e violenti   persi
nelle fogne della memoria
sono anonimi nomadi in decomposizione   che puzzano
per emorragia mentale

il villaggio ha paura   ignora semplifica e fugge
la potenza   non sa
che una creatura rovinata conserva
vie intense di accesso e resine interiori
capaci di ricongiungere gli squarci della propria identità

non sa   che la loro lingua in posizione fetale
può essere suscitata alla vita   anche da una
come me [3]

Non a caso le prime parole dell’introduzione ai testi di Carmela sono: “La poesia esiste, non si cerca: si trova.” Che non è certo da interpretare in un qualche senso mistico-veggente che promuova un’idea trascendente della poesia, la quale per ragioni misteriose ogni tanto si inietterebbe tramite ‘ispirazione’ nella pagina del prescelto poetante. Si trova perché sta dentro la persona. La persona che non è, quindi, tramite con altra entità, ma che ha in sé tanto se stessa quanto tantissimo altro da se stessa: la sua irripetibile individualità si forma, si dà senso, si realizza nelle orme della sua coralità, del suo essere tratto imprescindibile della specie, e, secondo Capitini, parte imprescindibile degli enti stati, presenti, futuri: “tutti gli esseri che mai furono o che sono, morti e viventi, costituiscono una compresenza che s’accresce dei nati e che è tenuta insieme e unificata dalla produzione dei valori”. [4] Dice, inoltre, Capitini :

“La compresenza (…) è illimitata e comprende tutti; (…)Non resta chiusa nelle categorie per i viventi. (…)è un’unità aperta (…) l’apertura è oltre la memoria, oltre il vedere; e non può nemmeno essere circoscritta agli esseri della specie umana. (…) La compresenza è vissuta praticamente nello sforzo di apertura ad ogni essere”.[5]

La persona è da cercare, ascoltare, accogliere, anche quando è, nella gerarchizzazione sociale ed istituzionale, ultima, borderline, rimossa, insabbiata, reclusa, dimenticata, cancellata. Nel quarto di copertina di Frammentario, Anna Maria dice:

“Ho raccolto questa poesia da terra, dal pavimento di una comunità terapeutica. L’ho riconosciuta, ascoltata, nutrita, accompagnata. (…) Il mio incontro con Carmela Pedone è nelle maglie della resistenza civile. Pensavano che gli ultimi fossero già morti. Non credevano, forse non credono ancora, che non esistono ultimi, così come non esistono primi. Crederanno, prima o poi, dovranno crederci.”

La poesia trovata, magari “scoperchiata improvvisamente” come fu quella di Carmela, è “da ridistribuire alla comunità. Come nutrimento e energia corrente.”, perché la ricchezza – comunque ricchezza –  dell’individuo è patrimonio della specie, della comunità in cui l’individuo vive, del mondo fisico che abita, degli esseri che verranno; non è solo patrimonio del singolo: senza testimonianza attiva, cioè senza farla diventare azione-relazione con altri, resterebbe inerte, infeconda. Dice Anna Maria:

La poesia può attraversare l’ombelico, il fulcro plurale interiore, agire tra inquietanti accensioni sensoriali e emozionali, connettere energie, condivisioni, aprire il desiderio in creatività, ascolto, ruminazione. Oltrepassa lo scandalo, la paura, la vergogna: tesse un baratto per questione di vita e di morte. E di festa. (…) Per me, la poesia vive al plurale in tre cellule cardiache: l’io, il tu, il noi. Non concepisce primi né ultimi. Canta con potenza nomade, eversiva, anarchica e, nonostante tutto, malgrado molti, congiuntiva, pure disubbidendo.”

Nella biblioteca,

(…)

la nominazione è un atto di responsabilità
(…)
questo in me è un comandamento di educazione civica
(…)
le dicevo così dopo aver taciuto a lungo   l’una all’altra
sedute vicinissime   tra i libri della biblioteca di umbertide
(…)[6]

il rapporto tra Carmela ed Anna Maria cominciava proprio in un tacere che lasciava parlare i corpi: tanto nella vicinanza tra loro due, quanto nella condivisione fisica col mondo: le persone silenziose tutt’intorno, i libri che, pure se chiusi sugli scaffali, erano comunque voci vive testimonianti, concomitanti, concertanti. Poi lavoravano insieme sui testi di Carmela: una vera meditazione critica, attraverso la quale lei rintracciava la consapevolezza di sé, fino a identificarla col gesto con cui, al termine del lavoro, batteva sul comando ‘salva con nome’: era “l’unicità del proprio nome, del proprio io, attribuendogli la responsabilità (non l’autoreferenzialità) di ciò che tutto il corpo, non solo la testa, stava consapevolmente creando, scrivendo, tramite l’alfabeto. Spingere, scegliere, quel tasto la impegnava, rigenerando una minima autostima e fiducia verso se stessa e la sua opera.”. Carmela era già minata da un tumore incurabile e sapeva che sarebbe morta presto. Sapeva quanto della sua vita le era stato sottratto, così come le dà voce Anna Maria:

(….)

pianta un chiodo nella mia mano che non serve
il mio nome è già scomparso dal mio corpo
mi hanno rubato il sacro poco e l’origine

Però conclude, sempre dentro la voce di Anna Maria:
io non mendico     consegno a te il suono
della mia cenere

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alexander grishkevich

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2.la ricomposizione attraverso frammenti di scrittura di un orcio di argilla frantumato

Così titola la scelta dei testi della silloge Anna Maria Farabbi. E così li presenta:

“L’opera di Carmela Pedone si irradia tra scrittura narrativa di favole, racconti, transiti autobiografici, e quella poetica con testi di media lunghezza e altri, dove culmina la sua arte, in haiku e brevissime folgorazioni liriche. Si intuiscono, i fondali da cui sorge la sua letteratura: notevole cultura filosofica, letteraria, orientale, conoscenze musicali, pittoriche, fotografiche, teatrali e cinematografiche. Maledettamente a picco, in un’esasperante rielaborazione autobiografica e in un ostinato perfezionismo che spesso le causava dolorosamente incompiutezza. La poesia in tutta la sua scrittura ha qualità prioritaria e comunque emerge, anche attraverso la prosa, in costruzioni sintattiche, scelte lessicali, polle di silenzio, ritmi.”

Io non aggiungerò nulla, limitandomi a raccogliere, tra questi brani in prosa e in versi, piccoli lacerti – lacerti di lacerti –  corredandoli di brevi postille solo per sottolineare alcuni particolari. I testi, infatti, hanno tutti la caratteristica di una grande limpidezza che arriva al lettore senza bisogno di mediazioni. Nella poesia che riporto in seguito, Carmela avrebbe potuto aggiungere il verso: scrivere chiaro, e tenerlo come obiettivo raggiunto

“Balcone sul mare, tavolino con ceneriera. (…) So che il vento entra nella finestra e rinfresca la stanza chiara. (…) Mi piace stasera stare nel mio corpo. (…) Ai suoi compagni di viaggio quella casa non piaceva. A lei, tutto sommato sì. Le piaceva vedere la tenda bianca della camera dove dormiva gonfiarsi ampiamente e prepotentemente. Il vento marino entrava forte dentro la stanza (…)” p. 19

“Sono nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Ω. (…)Resto chiusa nella stanza nel tentativo di proteggermi da quanto succede fuori. Sono in una stanza che di regola dovrebbe essere per persone in stato grave e pericolose. Mi rendo conto in questo momento che per chi è pericoloso c’è più spazio. Allora può darsi che uno si renda pericoloso per avere più spazio, perché in qualche modo lo spazio gli è mancato a tal punto da indurlo a fare azioni tali che glielo facciano conquistare. (…)” pp.20-21

Mi ha colpito, in questi due brani, oltre alla fresca resa sensoriale ed emozionale del primo (vorrei qui riportare un lievissimo testo di Frammentario che potrebbe esservi incastonato: “Farmi portare/ la sera/ dal vento che gonfia le tende” p.83), la sostanziale somiglianza delle due diversissime, apparentemente opposte stanze. Tutt’e due incentrate sulla sensazione di ampi spazi, tutt’e due aperte a un godimento di libertà: nella prima stanza, spalancata quasi senza pareti, il piacere di sé è percepito dentro gli elementi naturali –vento, mare– come immenso, nonostante la discrepanza con gli altri compagni; nella seconda stanza si attua la trasformazione di una reclusione dura  in conquista, che se non cancella la coercizione, però la sormonta con la consapevolezza dell’intenzione ribelle.

“Il cielo dentro di me si riempie di nubi cariche di pioggia. Ma non riesce a piovere e l’aria diventa sempre più piena di umidità, che non trova via d’uscita. (…) Desidero ardentemente l’acqua della compassione.” P. 22

“Pronunciare una parola d’amore. Solo perché non rimanga non detta. (…) Dirla, averla detta in un gesto di estrema e assoluta libertà. (…)” p.23

“Mando la mia invocazione all’universo, alla sua forza compassionevole, per conto di persone che stanno in un inferno emotivo, come lo sono stata io, e li incontro (proprio loro) per strada con lo sguardo sereno. Ogni volta guarisco un po’ di più anch’io. (…) Da giovane desideravo andare in ospedale a incontrare i miei “fratellini” di sofferenza. Dopo tanti anni ci sono riuscita…  (…) “Così io ho udito”* *da Sutra del loto” p. 26

Non più azioni come scarabocchi
come parole cancellate e ricancellate ripetutamente
ma come parole scritte
con scrittura decisa e limpida. p.87

Le parole
saltellano fuori dal piatto
colorate. p.77

Ancora la consapevolezza della libertà nel suo dire l’amore, che non è altra cosa dalla compassione; certo, da intendere nel profondo senso orientale, più precisamente buddista direi, ma altrettanto non lontana anche dalla lezione di Capitini, che Carmela conosceva. E’ pure importante il peso che dava alla scrittura: più che un gesto, una scelta, un impegno. Anche un festoso gioco.

Sognare chiaro
vedere chiaro
respirare chiaro
vivere chiaro:
questo
l’obiettivo da raggiungere.
Amare chiaro
anche
sopra ogni cosa.
Sognare chiaro
vivere chiaro… p. 34

Questo bisogno
continuo e perpetuo
di portare a termine le cose
mi comincia a dare un senso di morte. p.33

Allargo la lana della mia vita,
accompagnata da questa voce,
pastosa e passionale voce
di donna borghese.
Allargo e allargo ancora,
in modo che i batuffoli
prendano aria e sole
e vento.
Che tutti i nodi si sciolgano
al suono della mia invocazione. p. 65

“Corda e cuore. Stessa radice. Accordare: sia di corda che di cuore.” p. 25

Quanto desiderio di ordine, equilibrio, armonia, apertura, compiutezza!, fino – pare – all’esasperazione. Molto potente quest’idea dell’’accordare’ che tiene sia degli affetti del cuore che di un insieme di diversi reso consonante. Inoltre, contaminando i significati, il cuore accordato sta stretto nella corda-relazione che lega l’io al tu nel noi.  

“Il sonno diventa un sasso quadrato, che scende su di me, senza una sua lentezza né naturalezza.” p.24

Tutti gli alberi
della mia mente
erano stati tagliati. p.84

Ho avuto
delle lunghe permanenze
negli interstizi
della realtà. p.89

Come se io
la mia pazzia
l’avessi tirata fuori dal cappello p.93

Che ne è
della fetta di gioia
che mi spetta? p.91

non basta essere in vita per essere vivi (da V vita, in Alfabeto biografico, p.103)

Basterebbero queste dichiarazioni fulminanti e compiutissime per far ripensare seriamente all’attuale modo di cura dei sofferenti psichici, quasi del tutto affidata a sedazione farmacologica.

Occupi sempre
la stanza perfetta
della mia mente. p. 41.

Occupavi la stanza preferita
della mia mente.
Finirai con l’occuparne
lo sgabuzzino,
fra le mille cianfrusaglie
del mio passato.
(…) p. 42

Vorrei il bacio dolce
di una bocca
che sappia della rosa e del gelsomino.
degli uccelli e della libertà.
del mare e dell’essere uomini. p.55

Sono fedele a te
come al nulla. p.56

Il mio amore per te
è stato un angelo da presepe.
Solo testa e ali.
Dovrei con le mie mani
costruirgli un corpo. p. 61

Ci si innamora di ciò che non si conosce.
Si ama ciò che si conosce. p.48

Sono tante, anche dolci e sognanti (come la terza, qui), le poesie d’amore, ma preferisco proporre questi altri testi di grande forza, dove si vede la capacità d’ironia e di autoironia di Carmela, che, senza distruggere un sentimento che è o che è stato, sa scrutare più a fondo del luccichio di superficie.  

E’ un volo placido di gabbiani
o la febbre variopinta dell’amore,
il tremolio delle foglie di primavera
o il toccarsi violento dei corpi,
il venticello dolce che increspa le acque marine all’alba
o l’essere travolta da un fiume in piena? p. 31

All’incrocio
di due correnti contrarie
di due onde contrastanti p.96

Mi chiedo perché perché perché
ma a chi lo sto chiedendo?
Chi me lo dice a chi lo devo chiedere?
A chi devo chiedere a chi posso chiedere? p.90

Silenzio per favore p.47

“O obnubilamento  è lo stato della coscienza dovuto alla paura” (da Alfabeto biografico, p.102)

La sofferenza per i grovigli interiori e l’impotenza nel non trovare senso o requie, ma soprattutto aiuto, aprono ad una solitudine disperata, molto nominata in questa silloge. Eppure.

Pioggia greve sulla città.
Il verde della felce
brilla. p.66

La vita,
finché c’è,
è più forte della morte. p.30

Voci umane,
voci di uccelli.
La mattina sprofonda. p.69

Una luce discreta
traccia un varco
verso l’armonia. p.71

Le colonne del tempio
aprono un varco
alla voce. p. 79

Il sole penetra nel vicolo.
Una lama di luce. p.92

Eppure c’è tanta più luce che buio, tanta più vita che morte, tante più voci che silenzi in queste poesie, che sono come folgorazioni di vita, pienamente accolte, vissute, godute. Fino che a volte.

Questo momento
è stato un uovo:
gonfio sotto
stretto sopra. p.28

Il vuoto, raccolto,
si addensa
e diventa materia. p.78

Il suono pieno
del sasso rotondo
che cade nell’acqua. p.72

La bilancia
con due piatti lucenti
pesa una mela. p.75

Fino a che a volte la folgorazione appare molto meno fenomenica, oltre l’apparenza, e colta in uno stato di meditazione profonda, con uno sguardo zen o del terzo occhio, in una quiete che sta decisamente fuori dalla  condizione esistenziale. Quando allora Carmela può lasciare a noi questo capitale messaggio:

La scultura della gioia.
La gioia deve essere liberata. p.98

Milena Nicolini

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alexander grishkevich

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NOTE AL TESTO

[1]– Tutte le citazioni di A.M.Farabbi non diversamente definite, sono prese dall’ introduzione di A.M.Farabbi, pp.9-14, in Carmela Pedone, Frammentario, LietoColle, Varese 2018

[2]–  Per l’importante lavoro che Anna Maria Farabbi ha svolto con questo gruppo di matti ni, di cui si auspica esca presto un resoconto puntuale pubblico, ecco una sua sintesi, presente nell’introduzione a Frammentario: “moltissime installazioni narranti fatte con i matti ni(uccelli  cartacei da terra, che al posto delle piume hanno scrittura, barche, famiglie di balene, tovaglie istoriate di pensieri, frammenti diaristici, su cui poi abbiamo mangiato e festeggiato, una marcia capitiniana di piedi e mani tatuati di parole, e molto altro….), registrazioni di poesia corale accompagnata con strumenti etnici, un’autobiografia scritta da un’ospite, che una volta uscita dalla comunità, da me ancora amichevolmente affiancata, ripercorre il tappeto della propria vita nei suoi tragici nodi. (…) Con gli altri ospiti non ho più possibilità di contatto, nemmeno telefonico.”. Di questa esperienza Anna Maria Farabbi parla nei versi di dentro la O del mio manicomioarca, in dentro la O, Kammeredizioni, Bologna 2016.

[3]– due.la lingua arca/ica in posizione fetale, in dentro la O del mio manicomioarca, p.116, dentro la O, cit.

[4]– Aldo Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, Il  tu all’infelice, Il Ponte Editore, Firenze 2018, p.28

[5] Ivi, Presenza e compresenza, p.40

[6]– Carmela Pedone, Frammentario, cit., nell’incandescenza di un colloquio/ con carmela pedone/ il suo testamento, p.15

One thought on “Carmela Pedone e FRAMMENTARIO – Presentazione di Milena Nicolini

  1. Aspetto con gioia il libro di Carmela perché la sua cenere diventata parole possa fertilizzarmi. Ci sono tantissime considerazioni da fare: le mie letture si incrociano e trovano elementi di sincronicità. Leggo Guido Morselli: ” Avevo deciso d uccidermi, innanzitutto perché ero vittima di una mafia. E dalla mafia non c’è scampo, lo sapevo”. Il romanzo da cui sono tratte queste parole è “Dissipatio H.G.” e la mafia di cui parla è quella clinica, quella che si impadronisce del tuo carpo in odore di malattia, quella che ti dogmatizza senza diritto di replica quella che ti prende in ostaggio, quella che allude senza guardarti negli occhi, quella che ti sfrutta con mille analisi cliniche e consulti di extraspecialisti. Ma Morselli, conosciamo la sua storia, si riferiva probabilmente anche alla mafia editoriale che lo ha sempre silenziato in vita, per celebrarlo post mortem, Mi sembra che queste due mafie c’entrino con la storia di Carmela e grande onore va a Anna Maria per non aver mollato, né in clinica psichiatrica né nel palazzo dell’editoria ed essere riuscita a pubblicare finalmente “Frammentario”. In questi versi citati da Milena mi colpisce questo annullamento di confini umani – altro che borderline- essere piena di nuvole, le parole che saltano fuori dal piatto, i momenti come uova…questo aprirsi completamente alle forze naturali. C’è dentro il pensiero di Capitini, certo, ma – ante rem – c’è la propensione che è di pochi a sentire la propria irrefrenabile umanità animale e a farla sgocciolare in parola poetica. La società recludente ed escludente diventa alla fine lo spazio libero della natura, in cui anche uomini e donne parlano e si muovono liberamente, rivendicando la loro anarchia, la loro irriducibile significanza singolare. Ed è vero, tutti si salveranno o nessuno.

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