TRE VESTITI DI ALICE MUNRO- Adriana Ferrarini

edward hopper- automat 

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Il vestito rosso, 1946” (da “La danza delle ombre felici” 1968)

Ricca sfondata” (da ”Il sogno di mia madre” 1998)

Scherzi” (da “In fuga” 2004)

 

Un vestito rosso in velluto con un colletto in pizzo bianco, un vestito da sposa in pizzo e  taffetà e infine un vestito verde, anzi due, uno verde avocado e l’altro verde lime – e questo, la tonalità del verde farà la differenza – sono al centro di tre racconti di A. Munro, diversi fra loro, soprattutto il primo, molto più lineare nella sua narrazione rispetto agli altri due, che invece presentano quello sfalsamento di piani temporali tipico della scrittrice canadese.

Alla Biennale di Arti Visive 2015 a Venezia mi colpì molto l’opera di un’artista newyorkese, Taryn Simon, – un lavoro composto di foto, erbari, pagine di botanica – ispirato alle composizioni floreali poste sui tavoli ai quali vennero siglati grandi accordi internazionale, come il trattato di Bretton Woods. I sontuosi bouquet in primo piano, ma invisibili, davanti ai potenti della terra come silenziosi testimoni di contratti che avrebbero comportato cambiamenti epocali per milioni di persone, diventano protagonisti nel lavoro dell’artista newyorkese.

Come lei, anche Alice Munro scava nell’ordinario delle nostre vite, e i tre vestiti al centro dei tre racconti mi fanno pensare appunto a quei bouquet: muti testimoni di trasformazioni drammatiche, eventi epocali, metamorfosi ovidiane nella vita delle donne che li hanno indossati, ma, all’occhio dolcemente spietato della scrittrice, non così innocenti, forse, anzi strumento attraverso il quale si compie il destino di quelle donne.

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 taryn simon- paperwork and the will of capital

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IL VESTITO ROSSO,1946

“Mia madre mi stava facendo un vestito”. In questo incipit c’è tutto: una madre, la figlia, il vestito, elemento di congiunzione e di tensione fra le due, la reiterazione della prima persona singolare nell’aggettivo possessivo “mio” e nel pronome “mi” a indicare l’egocentrismo ancora infantile di una ragazzina in bilico tra infanzia e pubertà. In effetti la protagonista, nonché voce narrante, ha tredici anni e manifesta una forte insofferenza per i vestiti creati da sua madre, sarta improvvisata. Fino a poco prima li indossava con docilità e addirittura piacere, ma ora più consapevole e preoccupata dell’opinione degli altri, preferirebbe altri vestiti. Il “fatto in casa” sa di miseria e arretratezza  e così nonostante l’abito sia bello, in velluto rosso, aderente e arricchito da un collo di pizzo, non ha l’attrattiva di uno comprato in negozio. Inoltre, quanto più la madre si appassiona e impegna alla sua confezione, tanto meno, per una legge di umana compensazione, la figlia lo apprezza.

Così la tredicenne, preoccupata per la festa da ballo di Natale in cui dovrà indossarlo, cerca nei modi più fantasiosi di beccarsi una bronchite, senza riuscirci, e quando infine arriva la sera del ballo, nel pieno della festa deve affrontare l’orrore, lo scandalo di restare sola. Il vestito non c’entra. Semplicemente nessuno la invita a ballare. Alla fine per sottrarsi alla vergogna si chiude in bagno.

C’è una comicità struggente in queste scene narrate con una impareggiabile lievità da uno sguardo caldo di partecipazione umana,  ma anche terribilmente acuto e divertito.

Quello che è in ballo – la metafora è perfetta  – in questa storia semplice e lineare è in realtà drammatico: il tentativo di un’adolescente di trovare il proprio posto nel mondo, riuscendo a sopravvivere alle sconfitte e mantenendo il rispetto di sé. La sconfitta è la possibilità più reale, e con lei la consapevolezza che tutta la sua vita futura sarà oscurata da un’ombra di fallimento.

La madre che apre il racconto lo percorre fino a metà con la bocca piena di spilli, il metro al collo, inginocchiata a fare l’orlo al vestito, poi scompare del tutto. Allo stesso modo, anche il vestito cui ha dedicato tanta passione e tempo, con tutto il suo rosso vellutato, non riceve apprezzamenti né critiche. E’ semplicemente ignorato. Il vestito di velluto rosso ormai non è che il testimone silenzioso di una terribile disfatta. O forse no, perché con i racconti della Munro non si sa mai fino alla fine cosa può accadere.

Torna in chiusura la madre, questa donna inquieta, piena di creatività, mai soddisfatta. Ci appare a notte inoltrata, vista con gli occhi della figlia, da dietro alla finestra della cucina, intenta a bere una tazza di the, con i piedi allungati all’interno dello sportello del forno, in attesa che la figlia torni e racconti. Indossa uno sbiadito, sfocato kimono a disegno cachemire. In inglese si dice paisley questo disegno a forma di goccia allungata con la punta ricurva o arricciata: un motivo antico, usato nell’arte dei tappeti, originario forse della Mesopotamia e caratteristico dei Paesi orientali, evocativo di suggestioni esotiche e paesi lontani. Può essere che il disegno non significhi molto, ma io non credo sia così. Io credo che il paisley stia appunto a indicare un’inquietudine, una forma di estraneità della madre al tessuto sociale in cui vive, che volente o nolente ha trasmesso alla figlia. Per questo è così importante per lei sapere se il vestito rosso ha funzionato, se il miracolo si è compiuto, se il brutto anatroccolo, o la cenerentola si è trasformata nella principessa della festa.

“Non lo avrebbe mai saputo”, dice la giovane protagonista e con queste parole si chiude il racconto.

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“RICCA SFONDATA”

Anche qui la voce narrante è di una adolescente, Karin, intorno alla quale ruota un mondo di adulti o egocentrici o instabili o sconfitti che sono immersi in un gioco di cui nemmeno loro conoscono le regole.

Sua madre è una donna fragile che dopo aver lasciato il marito e la figlia, si è invaghita di un altro ed è andata ad abitare dove lui vive con sua moglie, ma la loro relazione, quando Karin va a trovarla, è già naufragata. La ragazzina sembra impegnata a compiacere chiunque: la madre, il suo ex amante, per il quale anche lei sente una forte attrazione, e la moglie di lui, Ann, una donna mite dall’aria triste per la quale prova un vero affatto.

Qui il vestito irrompe del tutto inaspettato a metà narrazione, anche se, a posteriori se ne potevano cogliere i segnali: nel racconto della storia d’amore culminata nel matrimonio tra sua madre e suo padre, nella domanda in apparenza casuale che Karin rivolge a Ann, ripetendo le parole di una rivista degli anni 50: “E’ salvabile questo matrimonio?”. È un vestito da sposa rimasto chiuso in una scatola per decenni. Il taffetà, tessuto che fruscia “come un mucchio di foglie secche”, lungo le linee di piegatura ha un taglio lungo e sottile, che “pareva fatto con una lametta da rasoio”. Ann si rammarica di vederlo così ridotto e lo fa indossare alla ragazzina che del pizzo stretto attorno al collo osserva “era il tessuto più aggressivo che avesse mai indossato”. Annotazione che, devo ammetterlo, trovo deliziosa. Quando poi si guarda allo specchio, ha un’immagine sconcertante di sé: vede una santa, “una sacralità da fiaba, una bellezza talmente rapita in se stessa da emanare un che di arcano, e al tempo stesso di idiota”.

Karin esce dal vestito, abbandonato sul letto, ma l’abito ritorna in scena in modo imprevisto e drammatico portando all’epilogo voluto dalla protagonista per mettere fine a una situazione di ipocrisia.

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SCHERZI

Anche in questo caso come nel primo racconto, il vestito appare dalla prima battuta. “ – Mi ammazzo – disse Robin, una sera di tanti anni fa. – Se quel vestito non è pronto, io mi ammazzo”

Ma per capire di cosa si tratta, perché la vita della protagonista sia così appesa ad un vestito che si scopre essere in tintoria, bisogna arrivare quasi a metà racconto.

Robin è una donna di 26 anni che, costretta a vivere con la sorella molto più vecchia e malata, non ha mai avuto relazioni sentimentali e coltiva una sola passione, il teatro. Da sola va ogni mese in città per assistere a una matinée e un caso fortuito fa sì che un giorno incontri un uomo che viene da un paese lontanissimo e a lei sconosciuto, il Montenegro. Mangiano insieme, lui l’accompagna a prendere il treno, le compra il biglietto, perché Robin ha perso la borsa con i soldi, si danno appuntamento. E… qui mi fermo per non privare della sorpresa chi non ha letto il racconto.

Aggiungo solo che dopo questo fatto si apre una lunga eclissi temporale e quando la rivediamo, Robin è una donna matura, che conduce una vita molto diversa da prima. Era infermiera e ora lavora nel reparto Psichiatrico. Un giorno la scheda di un paziente nei cui tratti le sembra di riconoscere qualcuno, le riporta alla mente il vestito verde avocado evocato nell’incipit e anche l’altro vestito, quello verde lime che fu costretta a comprare perché la tintoria non le consegnò in tempo il suo. Che le cose nella vita di Robin siano andate diversamente da come lei si aspettava molti anni prima, non dovrebbe avere nulla a che fare con il colore leggermente diverso di un abito. Eppure, conclude la voce narrante che espone le riflessioni di Robin, “se in qualcosa ha sbagliato […] si può dire che sia rispetto alla questione del vestito verde. Per colpa della donna della tintoria […], lei indossava un vestito del verde sbagliato.

Le piacerebbe poterlo dire a qualcuno. A lui”

Così si chiude questo racconto con parole che echeggiano quelle della protagonista de “Il vestito rosso”, ma anche le pacate, luminose riflessioni della piccola Robin di “Ricca sfondata” quando dice: “Nessuno conosceva la sensazione di pacato trionfo che le capitava di provare, quando si rendeva conto di quanto fosse sola”.

Le donne protagoniste dei racconti di A. Munro racchiudono in sé un segreto che non possono confessare a nessuno e quel segreto costituisce il segno della loro sconfitta, ma è anche il segreto della loro forza.

Ho citato i “Fiori impossibili” di Taryn Simon, per parlare dei vestiti di A. Munro, ma ora un altro nome mi viene in mente: Edward Hopper e tutte la sua galleria di donne sole, racchiuse in uno spazio misterioso, depositarie di un sapere segreto e il loro sguardo perso nel vuoto.

Adriana Ferrarini
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 edward hopper- morning sun (1952)

 

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  1. A. Munro “La danza delle ombre felici” , Einaudi, 1968, trad. di Susanna Basso
  2. A. Munro, ”Il sogno di mia madre”, Einaudi,  2000, trad. di Susanna Basso
  3. A. Munro “In fuga”, Einaudi 2004, trad. di Susanna Basso

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