T9 – LE PAROLE INCOMPLETE- Paolo Gera e Maria Lo Conti discutono de “La ragazza Carla” di Elio Pagliarani.

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Maria: Fu la noia a farmi scoprire che c’era un altro modo di fare poesia. Preparavo un esame di letteratura e il programma prevedeva gli stessi autori che avevo studiato dalle scuole medie in poi. Non avevo niente contro Montale e Ungaretti, mi piacevano anzi, ma non potevo credere che fossero le colonne d’Ercole della poesia italiana.

Mi misi a sfogliare le pagine del manuale senza metodo e senza uno scopo, finché la mia attenzione non venne catturata da parole che, sia pure comuni, scintillavano l’una contro l’altra come pietre focaie. I versi procedevano con uno strano incedere, ora distesi ora concitati, si allungavano ritmicamente, si ritiravano in una parola sola; avevano la stessa musica del mare, la stessa maestosità e ostinazione.

Né di Pagliarani né de La ragazza Carla avevo mai sentito parlare. Cercai il poemetto, lo lessi e poi lo lessi ancora nel corso degli anni. Mi conquistò per la dimensione narrativa e per l’assenza di lirismo che gli permetteva di guadagnare – per un ingenuo paradosso – un’inedita umanità.

Più avanti studiai l’intera produzione poetica di Pagliarani, ne scrissi, conobbi la moglie, ci dimenticammo l’una dell’altra, accettai il rammarico di non averlo mai potuto ascoltare recitare dal vivo le sue poesie – tenendo il ritmo col piede, facendo ondeggiare il braccio come in un grande solfeggio – passai avanti, mi dedicai ad altro, crebbi. Ma quando la misura tra ciò che sono e ciò che sono stata mi pare incolmabile riprendo la sua opera completa, rileggo qualche verso sottolineato a matita e provo lo stesso sentimento che si prova nel tornare a casa.

Se la noia mi aveva fatto scoprire che c’era un altro modo di fare poesia, Pagliarani mi aveva insegnato che nella poesia c’è spazio per tutto: per i camion della frutta, per il cielo colore di lamiera, per il mondo atomico delle particelle elementari, per il tempodenaro che «frammenta la vita in cose e sottocose identiche», per Carla Dondi di anni diciassette e in fin dei conti per lo spirito umano, che «ha più bisogno di piombo, che di ali».

 

La ragazza Carla

Di là dal ponte della ferrovia
una traversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.

Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.

……………….Chi c’è nato vicino a questi posti
……………….non gli passa neppure per la mente
………………come è utile averci un’abitudine

……………………………Le abitudini si fanno con la pelle
……………………………così tutti ce l’hanno se hanno pelle

Ma c’è il momento che l’abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
……………………………………………o fa contatto
……………………………………………………….o prende la tangente
allora la burrasca
…………………………periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto

………………………….Solo pudore non è che la fa andare
………………………….fuggitiva nei boschi di cemento
………………………….o il contagio spinoso della mano.

Elio Pagliarani, da “La ragazza Carla”, 1959

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jean arthur -the mask

 

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Paolo: Pure io ho scoperto Pagliarani all’Università. A Genova seguivo i corsi di Letteratura Italiana di Edoardo Sanguineti.  Era la fine degli anni Settanta. Di “Laborintus” avevo letto sì e no la prima sezione, ma il fatto di poter citare a memoria quei versi modernissimi che aprivano il poema (“composte terre in strutturali complessioni sono Palus Putredinis”), ancora insuperati allora per audacia stilistica dopo venti e più anni, mi autorizzavano a proclamarmi discepolo avanguardista e a schierarmi, più per naso che per cervello, più per intuizione che per studio approfondito, sulle barricate di chi sosteneva che  la fabbricazione di un linguaggio poetico era già in partenza una scelta di campo ideologica. Odiavo Milo De Angelis e tutte le ipocrite anime belle che sostenevano la sua stucchevole poesia che registravo come miserevole ritorno a un passato sentimentale. Pagliarani era dalla mia parte, faceva parte del gruppo 63, anche se superficialmente lo consideravo meno sperimentale e dunque meno coinvolgente di Sanguineti. “La ragazza Carla” in qualche modo mi riportava alla mente la signorina Felicita e la nonna Speranza di Gozzano, peraltro poeta considerato cruciale da Sanguineti, e oggi, a pensarci bene, il nesso mi pare evidente. Gozzano descrive la ritualità e l’oggettistica di una borghesia tardo ottocentesca che sta perdendo il suo smalto e che dovrà rinascere agguerrita dalle ceneri della prima guerra mondiale. Pagliarani descrive la borghesia italiana nel momento cruciale del boom economico: i pescecani che nuotano in acque locali possono essere ancora scambiati per pesciolini lacustri, trote, cavedani. Candore e ingenuità apparentano i due momenti e anche la forte attrazione per una poesia narrativa, per il romanzo in versi. Ma se Gozzano allaccia la fine di un mondo a riflessioni di carattere esistenziale, Pagliarani descrive la nuova strutturazione capitalistica, la razionalizzazione del lavoro imprenditoriale e impiegatizio, con un nuovo sguardo critico e con una scelta di linguaggio tra il cronachistico e il fenomenologico. La Nostalgia, pure presente qui in nomi (Nerina), nel ricordo della terra di provenienza (i camion della frutta di Romagna), nella descrizione languida dei passanti, viene travolta da un tram velocissimo uscito da un dipinto di Boccioni e tutto cade giù dal ponte, con effetto straniante sia per il cuore di Carla, che per il lettore di liriche tradizionali.

Maria: A proposito di quello che dici su De Angelis, le anime belle e certi sentimentalismi, mi viene in mente una frase di Manganelli che ha molto a che fare col Gruppo 63: «Non eravamo tutti d’accordo sul significato della parola “parola”. Ma eravamo tutti d’accordo che si scrive con le parole e non coi sentimenti». Ho sempre apprezzato e condiviso questo modo di riferirsi alla scrittura come esercizio spietato, questo inchiodarla a un piano di lucido e assoluto artigianato. Tuttavia, credo che perfino nella più asettica e meccanica delle composizioni d’avanguardia (penso per esempio a un testo come Tape Mark I di Balestrini), rimanga il riflesso impuro di un’intenzione. E un’intenzione è già espressione di un io, di una coscienza. Non esiste insomma, dal mio punto di vista, una poesia che sia pura forma o che nella sua pura forma non contenga un germe vivo, un fatto umano, un cuore. Il campo di discussione tuttavia rimane aperto e sdrucciolevole: se soggiace un principio formalista è vera poesia? La forma può davvero comunicare un contenuto? Fino alla più logora e irrisolta delle domande: insomma, alla fine, che diavolo è la poesia? È vero quello che dici su Sanguineti – forte la tentazione di chiederti che tipo di professore fosse, simpatico? Allegro? Un po’ buffo? Io così lo immagino – e credo che la sua poesia abbia toccato picchi di sperimentalismo personalissimi e tuttora inarrivati. Ed è vero quello che dici su Pagliarani: all’interno del Gruppo 63 fu forse uno di quelli che sperimentò meno o comunque in maniera diversa rispetto agli altri. Il suo intento era quello di far sì che la parola agisse foneticamente – meglio, musicalmente – e narrativamente. Questo nella Ragazza Carla emerge in modo chiaro. È un poemetto che si divertiva a recitare quasi solfeggiandone i versi, e che in questa dimensione musicale acquistava spessore narrativo, vividezza di storia oltre che di immagini. Ma se lasciamo per un attimo Carla alla sua macchina da scrivere e ci spostiamo in avanti di circa quindici anni incontriamo un altro testo di Pagliarani sicuramente più sperimentale e per certi aspetti più ostico: Rosso corpo lingua. Ha un titolo bellissimo, un titolo che ti rigiri in bocca finché non prende colore. Io, quando ho capito che i mezzi della ragione non mi bastavano per comprenderlo, mi sono arresa; ho proceduto, come diresti tu, “più per naso che per cervello”. Ho lasciato che la poesia rispondesse a una delle sue prime e più profonde missioni: evocare, chiamare fuori, portare nel mondo la voce di un altro mondo.

Paolo: Chiunque ne abbia a che fare in modo cosciente e non si diletti a scrivere versi solo la domenica, sa che la poesia è essenzialmente una questione di parole. Un tempo le parole dovevano sottostare alle rigide regole della metrica, che oltre ad essere una maestra con molte pretese, riusciva però con i suoi ancoraggi e i suoi passaggi obbligati, a offrire anche una rete dalle maglie più o meno larghe, con cui le parole potevano essere catturate. La metrica tradizionale era un potente mezzo di selezione, dunque un aiuto. Pure oggi che ce ne siamo sostanzialmente liberati, le parole, anche nella composizione della poesia più sperimentale, si fondano su scelte di ragione fonetica e ritmica. Ma come in una specie di rito magico, ancora questi gesti precisi all’interno di una forma cerimoniale, richiamano improvvisamente proprio quei significati che volevamo scoprire. Improvvisamente il tracciato dalla danza riempie il cielo vuoto di nuvole gonfie di senso. E la pioggia cade, scroscia, fertilizza.

Sanguineti, che è stato uno stregone portentoso, sosteneva l’artigianalità della poesia e la sua assoluta materialità. Era molto lontano ovviamente da una concezione idealista e dall’idea del poeta che pensa di essere investito di chissà quale predestinazione, anima bella, eccezione della società e del creato. Ho messo un suo verso in un quadretto e me lo studio per bene ogni volta che prendo una penna in mano o digito sui tasti: il verso è “Faccio scrittura e non sono scrittura”. È un estratto sintetico, ma fulminante, da un componimento della raccolta “Bisbidis” del 1982. Io mi stavo per laureare con lui ed era un po’ difficile trovarlo in Facoltà perché era stato eletto come parlamentare, indipendente del Pci.

Erano i cosiddetti “anni di piombo”, Genova era nell’occhio del ciclone e Sanguineti credo avesse voluto dare un segnale di impegno che andasse oltre la sua professione di insegnante e di fabbro linguistico. A lezione era sornione, ironico, gentile, fumava una Gauloise dietro l’altra, non aveva più un solo dente in bocca, anche se aveva varcato da poco i cinquant’anni. Durante i miei anni di corso proponeva il Decameron, ma da lì arrivava a Walter Benjamin e alla sua predilezione per i racconti brevi e gli oggetti minuscoli, a Bachtin, alla cultura del Carnevale e, perché no, alla barzelletta, un detto sagace non riportato a casaccio per risultare simpatico, ma meta ridicola e liberatoria di un percorso concettuale precedente. E infine, ovviamente, l’Inferno di Dante Alighieri. La precisione penso sia una delle eredità più preziose di Sanguineti, perché il caos anarchico della Palus Putredinis non avrebbe potuto essere creato senza uno studio attentissimo e uno sforzo supremo di concentrazione. In questo momento sono molto attento a scrivere ciò che mi detta il cuore, ma il formulario delle mie parole sente il bisogno di un estremo controllo, ovvero di una assoluta necessità. Sto rileggendo il Tractatus logico-philosophicus e sto cercando di capire cosa veramente possa significare la proposizione finale di Wittgenstein, spesso citata a sproposito o addirittura esibita bellamente su qualche t-shirt: “Su ciò di cui non si può parlare, occorre tacere”.

Maria: “Faccio scrittura e non sono scrittura”. È una buona mossa avere un verso simile sempre sotto gli occhi. Eppure nella scrittura, come in altre forme d’arte, si consumano allo stesso tempo un equivoco e un desiderio: confondersi con l’opera, diventare l’opera o annullarsi in essa. È una delle strade possibili, dipende dalla sensibilità e dalle intenzioni dell’autore, dipende dall’idea stessa di scrittura. Scrittura è l’atto dello scrivere; è lo sguardo che interpreta il mondo. Scrittura è discernimento tra ciò che serve e ciò che non serve. Scrittura è mirare alla bestia; disserrare la voce. Scrittura è agire da palombaro, da levatrice, da scultore. Scrittura è assecondare ciò che detta il cuore, ma talvolta può anche essere un vasto e profondo silenzio.

Qualcuno diceva che uno scrittore è tale anche quando non scrive. Anche quando non scrive uno scrittore guarda e agisce guidato dalla scrittura e indirizzato a lei. Diverso dal motto pirandelliano che trovavo allettante da ragazzina, con quella scansione ordinata di due tempi complementari – la vita che si vive, la vita che si scrive – che si alternavano come stagioni di un ciclo perenne. La scrittura è invece per me come quella morte che si sconta vivendo. Ragione per cui quel verso che tu hai racchiuso in un quadretto suona alle mie orecchie come una consolazione e, insieme, una minaccia: faccio scrittura e non sono scrittura, sono molto di più, i miei confini non coincidono coi suoi, sono più vasti, esistono un mondo un tempo e uno spazio in cui lei non c’è e io sì e sono il mondo il tempo e lo spazio in cui mi allaccio le scarpe, mangio i chicchi delle melagrane, scaccio la zanzara che mi disturba mentre apparecchio la tavola, sciolgo i capelli prima di mettermi a letto. Ma faccio scrittura e non sono scrittura, sono molto meno di lei che ha sempre compreso l’universo intero e non me soltanto e non sarò mai come lei né sarò mai abbastanza per lei e potrò sempre continuare ad allacciarmi le scarpe, mangiare le melagrane, maledire le zanzare e sciogliere i capelli ma dimenticherò tutto se non l’avrò scritto, se non l’avrò scritto mi sembrerà che niente sia mai esistito, che niente abbia mai avuto senso. Quindi non sono sicura che la scrittura possa essere effettivamente intesa come puro artigianato, perché se è vero che uno scrittore è un artigiano è vero anche che non è solo un artigiano. Così come è vero che si scrive con le parole e non coi sentimenti, ma se non ci fossero sentimenti da scrivere, da descrivere, da nominare, dopotutto, a che servirebbero le parole?

Paolo: Quando scrivo che ho messo in un quadretto i versi di Sanguineti, uso ovviamente un’iperbole.

Ho tanti difetti, ma non quello del feticismo e non credo che neppure il poeta sarebbe contento di un culto tanto ossessivo dei suoi versi memorabili. Così non vorrei essere frainteso per la questione fondamentale dell’artigianalità della scrittura poetica. Il fattore artigianale ovvero il lavoro con le parole, riguarda l’ultima fase della stesura, ma sono d’accordo con te, Maria, sul fatto che lo scrittore è tale anche quando non produce direttamente. Tra le tante comparazioni a cui ti riferisci, mi colpisce molto quella del “mirare alla bestia”.  I proiettili che io uso quotidianamente non sono però letali, perché sono convinto che la bestia deve rimanere ben viva e vegeta dentro di noi. Le pallottole possono essere solo narcotiche oppure possono rimbalzare contro la scorza dura dell’ossessione e ritornare al mittente con tutto il loro carico devastante di sofferenza. Ho sempre scritto perché sono un disadattato e perché, nonostante questo, sento dentro me una forza vitale che la scrittura assorbe e diffonde. Ho scritto da giovane quando i riti a cui pure partecipavo mi parevano vuoti e superficiali e la mia angoscia invece di diminuire, aumentava; ho scritto quando ho scelto di essere padre, ma la tenerezza non riusciva a compensare la fatica della dedizione e gli obblighi sociali a cui ero chiamato; scrivo ora vicino alla maturità, isolato tra queste nuvole, tra queste voci disincarnate e queste superfici specchianti verso cui ognuno di noi si sporge.  Forse anche la ragazza Carla, dopo i suoi obblighi di dattilografa, avrà avuto ancora voglia di scrivere, ma per sé. Scrivere è tra gli strumenti di analisi il più efficace e la poesia deve scendere a sondare il substrato mitico su cui la nostra personalità cresce o si aggrinzisce. La scrittura deve scavare, per poi erompere e aprirsi al confronto con gli altri. Le parole se non servono a questo, non servono a nulla. Sì, visto che tu hai evocato una dimensione organica, forse sono insieme a noi come i capelli, che si tagliano, si lasciano liberi, si acconciano artificialmente o cadono inesorabilmente. Sì, se le parole se sono artigianali, lo sono come il legno, la lana, la farina. Le parole sono parte del nostro corpo, le parole sono biologiche.

Paolo Gera

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Maria Lo Conti è nata a Messina nel 1985. Si è laureata in Italianistica a Roma, dove ha lavorato come editor e redattore editoriale. È stata finalista al Premio Laurentum per la poesia (XXVII edizione), vincitrice del Premio di Poesia Città di Castorano (X edizione) e del Premio Letterario Formebrevi (II edizione) per la sezione poesia. Suoi testi di critica e narrativa sono stati pubblicati su svariati blog letterari, tra cui minima&moralia, Abbiamo le prove e Cadillac magazine. È autrice della raccolta poetica Addomesticare le bestie (Formebrevi Edizioni, 2018).

 

Elio Pagliarani, La ragazza Carla- Il Saggiatore

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7 thoughts on “T9 – LE PAROLE INCOMPLETE- Paolo Gera e Maria Lo Conti discutono de “La ragazza Carla” di Elio Pagliarani.

  1. Credo che questa rubrica passo dopo passo stia offrendo suggestioni e spunti di riflessione sempre più interessanti e credo anche che, senza saccenteria accademica, ma scegliendo questa forma di botta e risposta possa rendere il confronto sulla poesia ancora più vivo e autentico. Forma e contenuto: le componenti essenziali di ogni poesia, il Giano bifronte con cui l’arte del verso si deve confrontare. Solo dalla loro commistione organica ed equilibrata può nascere una creazione poetica fruibile, percepita tale. Ho tuttavia sempre creduto che sia la forma, l’originalità espressiva a fare la differenza: il materiale poetabile è condiviso fra tutti i poeti (tutti i poeti possono parlare dell’affetto figliale, di amore, di natura, di mondo cittadino e urbano, di mondo impiegatizio o ruralità, etc..) ma è la personalità poetica con cui questo materiale viene elaborato a fare la differenza. La poesia non si misura dall’intensità del sentimento esperito (che ciascuno in quanto essere umano prova) ma dalla capacità di scriverlo, forgiarlo in verso. Ogni autore racchiude in sé tutta la poesia passata e presente, le sue letture, i suoi modelli, i versi memorabili che lo hanno colpito, sceglie di usarle e di citarle, ed è la sua capacità di rielaborare questo sostrato, questo scambio culturale che lo rende personale, vero. La poesia obbedisce in fondo al principio di Lavoisier, è pura trasformazione e in quanto tale non appartiene a nessuno, ma al tempo stesso è di tutti.

  2. Un buon romanziere deve leggere le opere che sono le pietre miliari del genere( Balzac, Flaubert, Dostojevskij, Tolstoj) e poi procedere nel Novecento attraverso una differenziazione che segua le sue inclinazioni personali ( nel mio caso, ad esempio, Camus e Vonnegut). Uno che scrive poesie a volte può pensare che basti mettersi in contatto con le proprie emozioni per trovare una corrispondenza di stile valido e riconoscibile. No!
    Soprattutto in poesia bisogna farsi il proprio bel bagaglio storico, mettere salde radici nel terreno organico degli altri e arrivare a quella rielaborazione del sostrato, che come giustamente fa notare Fabrizio, è essenziale per produrre buona poesia Al presente questa operazione di scambio è più difficile perché la proliferazione attuale dei poeti, ha dato vita a un bosco e a un sottobosco in cui si è tanto stretti e avvinghiati, pur essendo lontani e isolati, da rendere difficile l’identificazione del simile meritevole e imitabile. Ma è verissimo che il poeta sia un ladro e che, consapevolmente o no, tiri fuori scrivendo i modi e le immagini che ha accumulato nella sua caverna di Alì Baba. Bello è che il “sesamo apriti” lo possano conoscere tutti e tutti possano attingere, anche se oggi va di moda il gollum e ” il mio tesssoro”. Questa rubrica nasce da due considerazioni: 1) spezzare la coazione autoreferenziale del blog attraverso la preziosa arma del dialogo;2) proporre in un contesto che privilegia le voci del presente, l’esperienza dei classici e discuterne, senza essere troppo ossequiosi, l’attualità. Ma ogni testo presentato non parte da una scelta arida da cattedratico, ma dal dono vivo e formativo che questo è stato per uno dei dialoganti. Fatevi avanti e proponete, grazie!

  3. Penso che tutto appartenga al principio che nulla si crea nulla si distrugge e tutto si av-vita a quell’eccentrico che è il bi-lancio tra vita e morte, entrambi artefici di quanto è (e) muta. Poesia è quel tu sempre attivo, ombroso versatile, illuminante versatile che deglutiamo e respiriamo mentre saliva, non vista, umida rende la lingua. Leggermente in-vasi-va totalmente eva- si -va per ogni strada cambiando il suo pro-filo che ricama la nostra bocca

  4. La poesia “La ragazza Carla” descrive un mondo nuovo, in trasformazione, che protende verso quello nostro, attuale, ricco di cose, capitalistico in cui i sentimenti sono “sbandierati” in TV o sui social.Pagliarani ha la straordiaria capacità di evocare stati d’animo, di suggerire i sentimenti, le cose, le azioni che la ragazza compie sono come delle epifanie, suggestioni rivelatrici che il lettore deve cogliere, attraverso la musicalità del verso, delle parole, per potere entrare dentro l’animo di Carla e rispecchiare il proprio in esso. Qui sta a mio parere la grande capacità del poeta, di chi è poeta: attraverso la scelta accurata di parole, schemi, ritmi riuscire a dire, esprimere ciò che è umano, costringere il lettore a guardarsi dentro; “Io faccio scrittura, non sono scrittura” certo, ma non è da tutti risucire a leggere il mondo in modo scritto, sapere scrivere il proprio mondo, o almeno parte di esso; utopico però pensare di contenere una vita in un numero di pagine che, per quanto elevato, è pur sempre limitato. La forma in cui si scrive poesia: beh per me deve rispecchiare l’animo di chi scrive, concordo però sul fatto che chi scrive deve prima essersi nutrito di tanta letterautura, conoscere gli schemi, i fondamenti della metrica, della retorica per poi sevìrvirsene, fosse anche per metterli in discussione e distruggerli da dentro per dare vita a nuove forme. Io non sono un poeta, credo mi manchi quel coraggio che voi avete di affermare me stessa, il mio sentire tracciando un segno indelebile sulla carta. Una volta scritto, indietro non si torna, sei tu, quello lì che hai traccaito;l’indefinito ti lascia la possibilità di essere cento, mille esseri diversi, come Proteo. I poeti sono coraggiosi, anche denunciando la loro fragilità e il loro non sapere chi essere, dichiarano che sono.

  5. Tra le varie considerazioni fatte alcune mi colpiscono particolarmente. Mi colpisce la riflessione di Fabrizio quando parla di “sostrato”, perché dichiara consapevolezza. Credo che la poesia sia la piccola parte visibile di un sentire più profondo, di un sapere più vasto. E’ un concetto simile a quel principio dell’iceberg di cui parlava Hemingway in un’intervista pubblicata più di vent’anni fa in traduzione dal Nuovo Melangolo: la scrittura è quello che si vede, ma tutto quello che non si vede dà forza, sostegno alla scrittura stessa.
    Mi colpisce anche la bella espressione che usa Emanuela: “leggere il mondo in modo scritto”. Mi colpisce perché sì, è vero, sono d’accordo, scrivere è un modo per leggere le cose del mondo. Un autore che si prende il carico, la responsabilità di dire in forma scritta è un autore che sta dando voce alla propria voce, alla propria visione e interpretazione del mondo.
    Uno scrittore – o una scrittrice, non ricordo – diceva che si scrive sempre contro qualcuno, qualcuno che ci ha preceduto, qualcuno da cui ci sentiamo diversi, qualcuno rispetto al quale vogliamo affermare noi stessi. Sento anch’io nella scrittura (e nella letteratura, in senso più ampio) quel gesto di rivolta, quella forma ineducata di dissenso, quella sfrontatezza di dire a dispetto di. Credo anzi che sia proprio questa la forza della letteratura, la sua spinta vitale.
    C’è una poesia molto bella di Silvia Bre (che ritengo una delle migliori poetesse contemporanee) che in qualche modo parla di questo gesto unico, coraggioso, rischioso e primordiale che è scrivere. Desidero condividerla con voi:

    “Impasto sabbia rossa con acqua del mio fiume
    per un’idea non esatta quanto l’intenzione. Invento.
    Qui con me nessuno. Adesso
    tento l’impresa di spostare
    la freschezza del fiore che ho in mente
    su un pensiero duraturo da guardare:
    voglio che la voce del suo nome
    s’alzi e s’alzi ancora dall’argilla
    e tuttavia persista eternamente.
    Se non è magia chi noterà il mio gesto?
    Eppure vivo nel mio delirio
    un grande inizio.

    Sono Lish, di Uruk, sumero.
    In questo fermo silenzio universale
    primo nel tempo
    scrivo.”

  6. Siete così interessanti che mi avete tirato dentro, anche se ho pochissimo tempo. Considero la parola di per sé qualcosa di potente e misterioso -detto senza misticismi – per la sua polivalenza che, pur indagata in tanti modi, lascia sempre aperte fessurizzazioni inesplorate ed eclatanti. Se penso -anzi: immagino – solo a come possa essere nata, per fare ‘presente’ con un fiato da condividere con gli altri del gruppo, qualcosa che invece ‘non era presente’, non era lì, lontano o vicino che fosse quell’altrove, mi pare un’invenzione (cercata e tentata o solo trovata per caso) così geniale, da essere considerata la principale. E ancora oggi quella ‘presenza dell’assenza’ che ‘magicamente’ evoca la parola mi affascina come il coniglio che emerge dal cilindro vuoto. L’indice della madre puntato verso qualcosa, a dirigere la linea dello sguardo del figlio, e poi la parola che lo nomina quel qualcosa, e lo insegna al bambino. Dopo, non saranno più separati, fiato del nome e oggetto nominato, e sarà avvenuto dentro una relazione iomadre-tufiglio. La parola porta qui anche il lontano o l’assente, la parola distingue ciò che nomina da tutto il resto e dà ordine al caos del molteplice (senza perderlo del tutto), la parola unisce il ‘difuori’ e il ‘didentro’ di noi, la parola dialoga; in lei si incontra, anzi, è tutt’uno quella materia-forma che spesso tendiamo a dicotomizzare. In poesia è come se la parola tornasse a immergersi nella molteplicità originaria, aprendosi con la sua polisemia, con la sua capacità di adiacenza, a tutto, potenzialmente a tutto. Non solo, ma aggregandosi secondo modi che ci vengono da un luogo di noi (per non nominarlo con concetti attinenti a discipline psicoanalitiche), dove l’ambiguità è verità, e dove, proprio in noi, carne e pensiero si mescolano, si aggrovigliano, lottano, ma anche si plasmano reciprocamente, si fanno conoscenza primaria; ecco che la parola poetica diventa una forma specialissima ed irrinunciabile di conoscenza. Che continua ad aggregare, disconnettere, rovesciare, illuminare, ombreggiare ciò che c’è, ma in un modo che non conoscevamo e allora anche ciò che già c’è diventa altro, nuovo, sorprendente. La ‘meraviglia’ leopardiana! Certo, anche per l’intervento del nostro pensiero logico, in un’azione aperta e contaminata da sentimenti, emozioni, fantasie. Ecco perché possiamo da millenni dire sempre delle stesse cose in poesia. Perché non sono mai le ‘stesse’. La ragazza Carla è stato un incontro di gioventù mediato dal mio ‘maestro’ Luciano Anceschi. A me non fu facile approssimarmi a Pagliarani e a tutti quei ‘novissimi’, e poi furono altri che elessi a guide, ma comunque di loro mi affascinava la genialità con cui ancora facevano della parola un medium del tutto ‘nuovo’.

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