E COME FRECCIA DESIDERANTE VARCARE IL PONTE- Lucia Guidorizzi: viaggio verso Santiago di Compostela. Capitolo III

lucia guidorizzi- leon un anno dopo

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LEON

Per la città del Leone
Per Nuestra Senora del Camino
Per la Cattedrale che accoglie
Tutti coloro che vi giungono
Sono giunta fin qui
Per placare la mia sete
Nella Piazza del Mercato
Del Barrio Humedo
Sola e felice
Con lo zaino leggero
Col cuore libero
Con la mente aperta
Con gli occhi pieni
Di gialla luce occidentale
Con gratitudine ringrazio
I compagni di viaggio che ho incontrato
I cui racconti mi hanno insegnato
Le cui storie mi hanno illuminato
Facendomi dimenticare di me stessa
Dentro al Cammino
Ho lasciato affiorare
Le mille ombre
Che mi abitano
Che mi hanno parlato
Dicendomi quanto
Non volevo sentire
Dicendomi quanto
Non avrei mai immaginato
Di sentire
Ho continuato ad andare
Facendo pace con me stessa
Accettando i miei fantasmi
I buchi neri gl’incubi
So solo che mi chiama
Quel Campo pieno di stelle
Che si trova verso Finisterre
All’Estremo Occidente dell’Europa
Mi chiama mi chiamava da sempre
Ed ora mi convoca dentro
Al mio Cammino

Da “Pietra Esile”, Supernova 2017

Dopo un anno, tornare a Leon e varcare finalmente il ponte che attraversa il Rio Bernesga, lasciandomi alle spalle il centro della città gloriosa, è pura felicità.
Mi sono subito ritrovata dentro quel flusso magnetico che mi fa comprendere come tutto il tempo trascorso non sia stato altro che una parentesi, una pausa del Cammino.
Ora sono qui per onorare la mia promessa e ricominciare da dove la mia avventura era terminata. La periferia di Leon sembra non finire mai, ma io non vedo altro che las flechas amarillas che mi indicano la direzione. Finalmente imbocco una strada che si snoda in salita e, lasciandomi alle spalle capannoni industriali, officine e prati incolti, mi ritrovo in un paesaggio surreale, costellato di abitazioni che fanno pensare alle case degli gnomi, col tetto d’erba e bizzarri camini sbilenchi.
Procedo sola, leggera e contenta e gli spazi si fanno aperti, silenziosi, deserti, tra scrosci d’acqua e lampi di sole, finalmente sono tornata ad essere straniera, pellegrina.
(la parola “peregrino” deriva dal latino per –ager e significa “colui che va attraversando i campi.”)
.La solitudine sul Cammino è rigenerante, ma poi gli incontri accadono, accadono sempre. Ci sono contingenze, sbalzi di energia, variazioni apparentemente impercettibili, che creano
varchi all’interno della solitudine del viandante, preparando il terreno per l’incontro che diviene epifania, sacra rivelazione dell’Altro.
Un momento prima sei completamente solo, un attimo dopo qualcuno ti cammina al fianco e questo perfetto Sconosciuto, diventa subito per te una preziosa Presenza, diventa colui col
quale dividerai la fatica, il sole, la pioggia.
Ogni incontro è un dono che sorprende, che era in serbo da tempo, l’estraneo che ti cammina al fianco quasi sempre finisce per raccontarti le luci e le ombre della sua vita e tu a lui riveli
cose che non avresti mai detto a nessuno.
Poi, esaurito il suo compito, che era quello di rivelarti un Enigma, questa persona il più delle volte si allontana, scompare, così come era venuta, ma il calore della sua presenza continuerà
a riscaldarti per tutta la vita.
I primi giorni di questo cammino sono ancora immersi nella solitudine delle mesetas, di paesaggi vasti e sconfinati che via via sfumeranno per lasciar posto ai Montes, caratterizzati
da valichi impervi fino ai territori del Bierzo che preannunciano l’alto passo del monte Cebreiro e poi i boschi fitti ed umidi e le nebbie stregate della Galizia.

In cerca dei miei amori
andrò per fiumi e monti,
non coglierò più fiori
né temerò le fiere
e passerò per forti e per frontiere

San Giovanni della Croce “Cantico Espiritual

San Giovanni della Croce, mistico e poeta inarrivabile, mi accompagna e scandisce il ritmo dei miei passi dando al mio andare la forza indomita delle sue parole.
Dopo aver sostato a Foncebadon, paese fantasma dove il freddo è quasi invernale, si raggiunge la Cruz de Hierro, uno dei punti topici del Cammino.
Impossibile restare indifferenti al genius loci, l’atmosfera è carica dell’energia di tutti quelli che sono passati di qui, di quelli che passeranno. Peccato non si veda nulla perché il tempo è
pessimo, piove a dirotto. Qui, ai piedi della Croce, ogni viandante lascia un sasso, un pensiero, un oggetto, una fotografia, un peso che si portava da casa. Qualcuno, lungo il Cammino, lascia anche la vita, non è raro trovare sparse sul percorso lapidi di pellegrini caduti sulla strada che conduce a Compostela, come accadeva anche nel Medioevo.
Procedendo oltre, si arriva a Manjarin, una baracca fumigante nelle nebbie, popolata da cani, gatti e personaggi assai pittoreschi, tra i quali l’ hospitalero Tomàs che afferma d’essere
l’ultimo discendente dei Templari. Si resta pervasi da uno stupore profondo nel vedere come questo luogo mantenga intatta l’antica e suggestiva atmosfera del Cammino.
A Ponferrada c’è una festa in costume e per la cittadina girano templari di tutti i tipi, ma sono tutti taroccati, l’unico vero discendente dei Templari, seppur sedicente si trova a Manjarin.
Ogni luogo che tocco sembra generosamente offrirsi nella sua bellezza e nel suo splendore.
Raggiungo la luminosa cittadina di Villafranca del Bierzo, dove si trova la Porta del Perdon, una sorta di premio di consolazione per i pellegrini malati che non erano in grado di raggiungere Santiago e che qui ottenevano comunque l’indulgenza plenaria. Nella cittadina è in corso un festival di poesia e fogli colorati con poesie sono appesi ovunque sui muri. Un
anziano fotografo con un grande cane bianco al guinzaglio si mette a chiacchierare e racconta che il segreto dell’immagine sta tutto nella luce: mi suggerisce l’inclinazione giusta
dell’obiettivo per cogliere le immagini più belle. L’albergue di Villafranca del Bierzo invece ha in serbo per me altri doni: le cimici che nuovamente mi mettono a dura prova, come nel
cammino precedente, anche se questo non riesce ad intaccare il mio buonumore.
Ora inizia la parte più ardua del Cammino: l’ascesa del Monte Cebreiro. Si tratta di una tappa impegnativa con settecento metri di dislivello. La salita è impervia, faticosa, ma arrivare sulla vetta al tramonto compensa di tutta la fatica. In cima alla montagna regna un clima esultante, si beve birra, si ride, si è felici di avercela
fatta.

.lucia guidorizzi- compagni di cammino

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Ritrovo molti compagni di strada : la Princesa, una pittrice rumena dalle toilettes impeccabili nonostante la viandanza, Pepe, un distinto spagnolo trapiantato in Inghilterra che somiglia a Sean Connery che parla quattro lingue ed ogni anno torna sul Cammino, il Professore, uno spagnolo di Leon che cammina mal equipaggiato, con scarpe sfondate e che si diletta a manifestare in modo logorroico le sue molteplici conoscenze, Antonio, un ragazzo di Logrono che si è deciso a partire perché vedeva tutti i viandanti passare attraverso il suo paese e poi i miei compagni di cammino Cristina, Giada, Ferdi.
Dopo una notte tormentata, funestata dal russare stentoreo dei dormienti della camerata e dal prurito dei morsi delle cimici del giorno prima, mi alzo prestissimo e parto che è quasi ancora buio. Discendendo passerò per boschi antichissimi ed avrò l’emozione indimenticabile di contemplare un castagno vecchio ottocento anni, una vera e propria divinità silvestre,
circondato da una sacra aura. Sento la magia della Galizia farsi avanti con la sua anima celtica, i suoi racconti oscuri e misteriosi.
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lucia guidorizzi- il castagno verso triacastel

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Arrivo a Triacastela, da dove, con una deviazione, mi reco a visitare lo splendido monastero benedettino di Samos, poi raggiungo Sarria e Portomarin. Purtroppo da Portomarin mi toccherà prendere il taxi e saltare le due tappe di Palas del Rey e di Arzua, perché il mio tempo sta per scadere: ho fissato il volo di ritorno e non posso prolungare il percorso.

Ricomincio a camminare da Arzua, in modo di fare le ultime due tappe a piedi. I boschi stregati della Galizia mi catturano con il loro fascino. Ultima sosta a O Pedrouzo: qui la magia del Cammino si disperde, la moltitudine dei pellegrini aumenta, ci sono comitive, gruppi di scouts, molti fanno solo gli ultimi cento chilometri per ottenere la Compostela, il certificato che attesta che hanno svolto il Pellegrinaggio. I viandanti più elitari li chiamano con disprezzo “turigrinos”. Fattostà che O Pedrouzo è un posto rumoroso e sgradevole. La strada principale che taglia il paese è attraversata da camion che passano ad alta velocità carichi di tronchi d’albero segati nelle antiche e sacre foreste.
L’indomani parto per Santiago: attraverso i boschi, che si diradano, si cominciano a vedere le case con i tipici horreos galiziani, granai poggiati sopra pilastri di pietra per preservare i
prodotti della terra dall’umidità. Raccolgo un fascio d’ortensie blu, lasciate a terra da dei giardinieri che potavano una siepe e con questi fiori raggiungo il Monte do Gozo, il Monte della Gioia, da cui i pellegrini, esultanti, potevano finalmente vedere delinearsi la città tanto agognata.
Depongo i fiori all’interno di una chiesetta che si trova sul Monte. Non vedo nulla: c’è una fitta nebbia, ma non m’importa, l’immagine di Santiago me la porto
dentro e va bene così.
L’ultima parte del Cammino passa accanto all’aeroporto di Lavacolla, sento rombare gli aerei sulla mia testa, e il rumore di una strada trafficata. Finalmente arrivo a Santiago, insieme a tanti altri, e non sembra vero di aver percorso a piedi quasi trecento chilometri. Mi torna in mente la frase di una canzone di Claudio Rocchi che citava Lao Tzu: “Il viaggio più lungo comincia col muovere il piede di un passo…”. E’ così per davvero.
Lungo la strada che porta alla Cattedrale, vedo gente crollata a terra per la stanchezza, altri che barcollano coi piedi e le ginocchia fasciate, altri ancora che gambe e piedi non ce li hanno
e che sono ugualmente arrivati. Si staglia davanti ai miei occhi la Cattedrale, solenne, nonostante la sua facciata in restauro, un grandioso magnete che attraverso i secoli ha attirato sin qui i corpi e le anime di tantissime persone e continua a farlo.
Qui le parole si fermano. Eppure non basta, non basta ancora. Sento una voce dentro di me che dice: “Il prossimo anno sarai di nuovo in Cammino.”

Lucia Guidorizzi-  Leon – Santiago di Compostela (26/6/2017 – 8/7/2017)

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