T9 LE PAROLE INCOMPLETE- Paolo Gera e Fabrizio Bregoli dialogano su “La pietà ingiusta” di Vittorio Sereni

petros koublis

Petros Koublis -ardor

.

Fabrizio:- Ho scelto come poesia che mi possa rappresentare al meglio “La pietà ingiusta” di Vittorio Sereni, tratta dalla raccolta “Gli strumenti umani” del 1965, una delle pietre miliari della poesia del secondo Novecento, un’opera che rappresenta uno spartiacque fra un modo di fare poesia ancora legato al canone ermetico-lirico e una nuova forma di realismo poetico, legato ad un linguaggio più aperto e comunicativo. Si tratta senz’altro di un testo conosciuto di Sereni, anche se non uno dei suoi più celebri; per cui la scelta di questa poesia va nella direzione di farla riscoprire a chi l’avesse in qualche modo trascurata. Per ogni autore o lettore di poesia che sia nato e viva in Lombardia il realismo, inteso come confronto con il mondo, è un elemento imprescindibile del sostrato culturale in cui si trova a muoversi, lungo quella strada che ha avuto una prima radice nei lavori, ciascuno con la propria personalità e cifra stilistica, di Parini, Manzoni e Porta. Misurarsi con questi autori, la tradizione che ne è nata e con Sereni in particolare è quindi una forca caudina che è necessario affrontare.

Ho inoltre scelto questo testo perché credo che nella nostra epoca, questi anni di avvio del nuovo millennio, e che ho già avuto modo di chiamare “tempi di tumulti” o ancora “dirupo dei tempi”, il confronto con la nostra storia e la nostra memoria sia un obbligo innanzitutto etico. La poesia, ancora più di ieri, deve costringerci ad uscire dallo stato di sedazione sistematica e pianificata in cui le convenzioni sociali del nostro tempo ci confinano, con il preciso intento di indebolire e vanificare ogni forza di pensiero autonomo ed alternativo e quindi favorire un processo di conformismo di tipo totalitario, verso un pensiero unico che è in realtà il sovvertimento della libertà di azione e di coscienza. Rileggevo proprio in questi giorni “La fattoria degli animali” e “1984” di Orwell per dover constatare come molti degli ammonimenti che vi vengono veicolati siano oggi di assoluta attualità. Il prezzo della cosiddetta “pace sociale” è quindi l’accettazione dell’ingiustizia come un male necessario, da rimuovere freudianamente e sublimizzare purché sia, perché ciò che conta è apporre la firma, sottoscrivere il proprio contratto assolutorio ex ante, disconoscere responsabilità e colpe. La poesia di Sereni serve proprio a farci riflettere su questa condizione per incitarci a rimettere completamente in discussione un assunto di questo tipo che è contrario alla missione stessa che all’uomo spetta. Poesia come impossibilità del compromesso, chiarezza e coerenza di dizione.

.

 

.

Paolo:- Parto da un dato che riguarda la rimozione, non so sino a che punto artistica o storica. Nel gran bazar di Internet, dove si trova veramente di tutto, è stato oggettivamente difficile rintracciare questo testo di Sereni. Se scrivi il titolo “La pietà ingiusta”, non compare nulla, oppure compaiono studi sul lavoro complessivo del poeta lombardo, in cui questa poesia viene citata senza approfondirne i significati peculiari. Ma torno al testo. La struttura della poesia è singolare: si parte da un tableau vivant scritto in una lingua straniera, il francese, appunto, e sembra di essere davanti a una scena teatrale o addirittura alla sequenza di un film in cui, dopo le atrocità della guerra, vincitori e vinti siedono alla tavola delle trattative. Von Clausewitz affermava che la guerra è una continuazione della politica con altri mezzi. Per ritornare alle funzioni abituali del gioco diplomatico è necessario che una figura non sia invitata al banchetto dove la pace verrà sancita da bicchieri di vino alzati e piatti nuovamente sostanziosi: la pietà. Dopo la scena iniziale, sembra di precipitare in una voragine che la ragione vorrebbe riempire di terra fresca, ma che l’inconscio collettivo continua a scavare e a tenere vertiginosamente aperta, sino alle immagini, che sono diventate un topos, dell’orrore dei lager: il fumo che esce dal camino, la cenere. Alla fine di questa parte centrale, a documentare come dicevi tu la forte esigenza di realismo dell’operare poetico di Sereni, pare di scorgere le foto di Cartier-Bresson, che ha documentato la disfatta dell’esercito tedesco e non è difficile credere che lo scrittore le abbia proprio esaminate e fatte proprie, quando descrive “quella faccia di infortunio, di gioventù in malora/ con la sua vampa di dispetto di bocciato/ di espulso dal futuro”. Mi vengono in mente le sequenze straordinarie e terribili degli adolescenti sulle macerie di Berlino in “Germania anno zero”, di Roberto Rossellini. Nella parte finale si chiude questa pala d’altare con il ritorno alla smemoratezza colpevole e all’indifferenza necessaria da cui nascerà questa nostra nuova Europa.
Ma la pietà se muore una sola volta, morirà per sempre. Dopo l’episodio dell’Aquarius, duplicato poi alla fine dell’estate dal rifiuto a far scendere i profughi della Diciotti, io ponevo a me e agli altri poeti queste domande che ora ti rigiro: la poesia deve in determinati momenti rinunciare alla sua vocazione lirica e farsi canto di cronaca? Quali sono le forme specifiche che deve adoperare per provare a denunciare senza cadere nella retorica? Quale la prospettiva? Quale la lente attraverso cui guardare la vergogna indicibile degli avvenimenti passati e presenti??

Fabrizio: Parlare di poesia civile credo sia sempre più una necessità, tanto ne è oggettivamente deserta o desertificata l’attuale scena poetica italiana (con le doverose eccezioni). Spesso la poesia civile (o presunta tale) che capita di leggere in alcuni autori contemporanei si riduce a versi d’occasione estemporanei per qualche calamità, dettati dall’emotività dell’attimo, subito dopo archiviato. Spesso prevale un concetto di poesia invece civile-intimistica, che diventa poesia del quotidiano o della cronaca contingente, anziché poesia che abbracci una reale prospettiva collettiva di interpretazione della storia: insomma la poesia civile autentica, alla maniera di Pasolini.
Ho sempre creduto che forma e contenuto in una poesia siano essenzialmente la stessa cosa, per cui una poesia civile deve saper veicolare il proprio messaggio con un registro linguistico pregnante che nel caso specifico poco si sposa sia con l’altisonante – che rischia di suonare pomposo e falso – sia con l’elegiaco – che rischia invece di amplificare l’aspetto sentimentale e quindi consolatorio della parola poetica – Serve allora un linguaggio oggettivo, che denunci le contraddizioni e gli egoismi dell’uomo, gli errori (o gli orrori) della sua storia, senza scendere a compromessi, col rischio anche di far venire meno il canone estetico nell’accezione tradizionale, non rinunciando ove necessiti all’ironia tagliente, al sarcasmo,  ad una colloquialità probante.

Credo che “La pietà ingiusta” sia esemplare in tale prospettiva perché ci inchioda all’evidenza, ci fa sentire tutto il peso di quel voler “firmare” a tutti i costi, accettare il male con l’alibi che sia necessario ai fini di un bene più generale, quando in verità il male va rigettato in sé, per la sua natura ontologica, per la sua inaccettabilità. E in ciò viola definitivamente il canone ermetico che lo stesso Sereni aveva praticato. Scriveva, sempre in quegli anni, Franco Fortini: ”Gli oppressori tranquilli / parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso / credo di non sapere più di chi è la colpa.” (da Traducendo Brecht). E certamente l’obiettivo di determinate manipolazioni o edulcorazioni della realtà più gretta è proprio questo: confondere le vere responsabilità a favore di un’indulgenza plenaria complessiva, in cui si possa in tutta serenità dolcemente smemorare. Il dovere del poeta allora è, citando di nuovo Fortini, denunciare e dissociarsi, scrivere il proprio nome fra quello dei nemici – per quanto l’unica arma in suo possesso sia forse la più imbelle nel nostro tempo, la poesia.

Paolo:- Poesia che possa essere interpretazione della Storia, denunciare, dissociarsi…io sottoscrivo in pieno queste affermazioni, ma Pasolini e Fortini  che avevano intessuto un interessante dialogo fra loro proprio sulla questione della poesia di impegno ( al proposito Fortini scrisse “L’altezza della situazione o del perché si scrivono poesie”), vivono ancora in un quadro in cui l’ideologia determina scelte e posizioni. Ma oggi che si vive nel post e tutti noi ‘postiamo’ incessantemente? Io mi domando come un poeta del 2018 possa ignorare come la proliferazione di Internet e la nascita di un suo linguaggio specifico, stiano influenzando postideologicamente ogni tipo di comunicazione e dunque anche la poesia. E chi scrive poesia continua a ripetere i vecchi moduli lirici o civili, in figura di bella addormentata? Ma Rimbaud non diceva che “il faut être absolument moderne”? Tu all’inizio dell’articolo citavi guarda caso 1984 di Orwell. Occorrerebbe al poeta cosciente dei cambiamenti, assumere una posizione foucaultiana di ‘archeologia del sapere’ e interrogarsi in maniera approfondita su quali articolazioni del potere siano nascosti nella galassia imperturbabile della Rete, dove ormai essere nemico, come qualunque altra determinazione del soggetto, viene rapidamente assorbita dalle sabbie mobili del messaggio zero al quoto, per citarti, dalla eco infinita senza possibilità di replica, dalla sequenza alfabetica ipertrofica in cui ogni voce di protesta si annulla. Mi pongo e ti pongo, dunque, un’altra questione fondamentale, che è quella avanguardistica dell’ideologia e del linguaggio. Per essere civile oggi la poesia non dovrebbe prendersi la briga di inventare nuove possibilità espressive più consone alla trasformazione epocale e in grado, utopicamente, di combattere dall’interno, con i nostri strumenti di scrittori, il nuovo linguaggio-potere? Che fare?
.

petros koublis

petros koublis11

.

Fabrizio: Le domande che poni sono molte e complesse e non possono avere risposte compiute nello spazio di questo breve scambio. Per cui mi limiterò ad alcune considerazioni necessariamente parziali e non necessariamente organiche fra di loro.
Ho sempre pensato che la poesia è innanzitutto la scelta di un linguaggio; a distinguere un genere letterario dagli altri (romanzo, poesia, teatro, saggio) non è ovviamente il contenuto che tratta – ciascun genere può trattare qualunque contenuto – ma la forma in cui questo contenuto viene veicolato al lettore. La specificità del genere poesia sta nella capacità di restituire il valore pieno alla parola, farla riverberare nelle pause di silenzio, offrire una visione alternativa del mondo avvalendosi della proprietà creatrice (appunto poiesis) del linguaggio, permearlo di sé.

Affrontando la specificità della tematica civile, il linguaggio deve specializzarsi per la finalità che si è dato e deve essere, naturalmente, costruito su una lingua viva, scattante – quasi necessariamente anti-lirica per evitare la caduta elegiaca. Tuttavia la poesia si differenzia dagli altri generi non tanto nella volontà di dire, quanto piuttosto nella capacità di reggere l’equilibrio con il silenzio e, per così dire, nel capire quando è bene tacere, evitare la bulimia verbale (l’esatto contrario di ciò che la comunicazione contemporanea via social richiede). Ricordiamo sempre la lezione di Cristina Campo che “ha scritto poco e le piacerebbe avere scritto meno”: quindi condensazione di senso, concentrare in poche parole la massa di una stella di neutroni, evitandone il collasso, ridurre gli interventi poetici all’essenziale per non auto-screditarli. Questo comporta la sfida obbligata di saper ideare un proprio universo linguistico e stilistico e, perché sia davvero personale, un certo grado di sperimentazione verbale, innestare nuovi tralci nella tradizione. Spesso, tuttavia, la controindicazione nelle gemmazioni di linguaggio più ardite può essere però quella di sacrificare a tale fine la tenuta estetica della poesia, rispetto ai canoni più consueti in cui lettore spera di ritrovarsi; insomma, il rischio è di allontanare il lettore, che si vorrebbe invece sensibilizzare a certe tematiche, perché la decifrazione del messaggio poetico risulta troppo ardua. Quindi la bilancia fra chiarezza dell’esposizione e ricerca sul linguaggio va sempre bene calibrata.

Scrivevo mesi fa in una nota che qui ripropongo: “L’avvento dell’era elettronica, con gli sviluppi nel campo della cibernetica e i progressi dell’informatica fino al paradigma delle reti sociali, rinnova la sfida sul limite plausibile per il poetabile. Se presto i calcolatori, fatte proprie le logiche neuronali e sinaptiche, potranno per successive combinazioni associative ed apprendimento esperienziale divenire essi stessi generatori di versi, assemblatori di poesia prefabbricata, è prospettiva oggi difficilmente prevedibile.  

Di certo alla poesia che ambisce a preservare il proprio ruolo di logos creatore spetta il confronto dialettico con la macchina, scendervi a patti: l’ibridazione del linguaggio come strumento di catarsi dalla frusta comunicazione quotidiana e al contempo immersione indispensabile nel contemporaneo. Quindi occorre davvero tendere un ponte fra letteratura e scienza, compresa la sua declinazione tecnologica, per ambire ad un neoumanesimo che non sia rigetto di ciò che è irrevocabile esito del nostro millennio debole, ma scandaglio del suo confine d’ombra.  

Integrare anziché escludere come spazio d’elezione della poesia.” E mi sento di poter sottoscrivere ancora oggi questo punto di vista.

La poesia del futuro sarà combinazione linguistica di materiale grezzo da rielaborare avvalendosi anche dell’ausilio di calcolatori allo scopo (già Balestrini fu pioniere in tal senso con la poesia combinatoria in “Tape Mark”)? O impiego del metalinguaggio tecnico, ad esempio i linguaggi di programmazione informatica, i comandi macchina, la manualistica e i suoi acronimi che da gergo diventino codice linguistico con dignità equipollente al linguaggio? O una sempre maggiore migrazione verso la multimedialità per un ritorno al prevalere della fruizione orale (magari con l’aggiunta del mondo 3D virtuale) sulla scritta, ossia un ritorno agli aedi, sebbene nella variante telematica? O ancora la disgregazione stessa del linguaggio per approdare a nuovi mezzi espressivi sempre di natura verbale ma sovvertitori della lingua come oggi è comunemente intesa?

Sono tutte domande a cui è impossibile oggi rispondere, se non con il rischio, come in “2001 Odissea nello spazio” di Kubrick, di pensare a un futuro con innovazioni talmente avveniristiche da non essere state ancora raggiunte, ma in cui la principale periferica per il calcolatore rimane il lettore di schede perforate: chi avrebbe pensato che potevano esistere floppy disk, dischi ottici, dischi a stati solidi, etc.? Pensare il futuro oggi significa azzardare un domani zavorrato dall’eredità archeologica di un ieri che ritorna come pietra d’inciampo.

Viviamo in un periodo storico in cui tutto diventa anacronistico in pochi mesi o anni; quanto può pensare di “durare” una poesia? Quali elementi la fanno durare? Per quanti lettori il linguaggio e il messaggio veicolato da “La pietà ingiusta” può dirsi oggi attuale o potrà dirsi tale fra cent’anni? Forse la poesia deve cercare la propria specificità proprio nell’aspirare a un nuovo paradigma che ne assicuri la durabilità rispetto al deteriore dissolversi di qualsiasi altra forma di conoscenza ed esperienza che oggi viviamo.

Paolo:- Quelle che individui riguardo all’apertura della poesia verso gli strumenti tecnologici attuali e futuri sono sicuramente prospettive interessanti. Probabilmente i dadaisti avrebbero fatto salti di gioia di fronte all’idea di una macchina che potesse produrre liberamente poesia! Non so se siano state elaborate macchine in grado di provare spontaneamente emozioni: la programmazione immagino possa introdurre all’interno di una struttura cibernetica una memoria emotiva basata su una casistica di reazioni numerabili, ma da qui ad arrivare a una ispirazione reale e alla redazione di poesie umanamente coinvolgenti e stilisticamente originali, il passo da compiere è ardito. Oppure già la simulazione, lasciata come campo aperto alle leggi del caso, potrebbe essere in grado di adempiere a questo compito? Forse, in fondo, ogni poeta ha nella sua scrittura il repertorio infinito di tutti i versificatori che lo hanno preceduto. Ma ritornando a Sereni, alla poesia civile e al linguaggio a questa più appropriata, vorrei citare Antonio Delfini che dichiarava meravigliosamente:” è mio dovere scrivere la malapoesia”. Ebbene, nelle sue “Poesie della fine del mondo” (1962) lui componeva i suoi pezzi ritagliando e incollando frasi di articoli di giornale, offrendo uno sguardo impietoso sulla società del suo tempo e raggiungendo vette di delirio immaginifico e passionale veramente notevoli. Ma quella era l’epoca del boom della carta stampata. Si potrebbe fare qualcosa di analogo oggi con l’immenso materiale offerto dalla galassia dell’informazione 2.0? Ma la pratica più destabilizzante, in questo tempo di totale soggettivismo, di nuvole irrimediabilmente separate, di scrittura autocelebrativa, di burattini monologanti, sarebbe la pratica di una scrittura poetica dialogante o addirittura collettiva e i mezzi di comunicazione velocissima attualmente disponibili, favorirebbero pratiche di questo genere. Poeti, a decine, che mettano insieme versi, contro la direttiva del potere, in questo caso editoriale, che vuol fare di ogni singolo scrittore un produttore/ acquirente delle proprie opere. Falansteri di poeti!

Questo T9, ad esempio, è un minuscolo tentativo di sviluppare, intorno a un nucleo poetico, la riflessione critica di due tu e non di un unico io. Lo spazio dei commenti, come è successo per altri numeri, mi sembra in questo caso particolarmente adatto non a semplici apprezzamenti, ma per allargare coscientemente il discorso sui temi affrontati.

Paolo Gera

Annunci

13 thoughts on “T9 LE PAROLE INCOMPLETE- Paolo Gera e Fabrizio Bregoli dialogano su “La pietà ingiusta” di Vittorio Sereni

  1. Pingback: Su “Carte Sensibili” | La poesia di Fabrizio Bregoli

  2. Pingback: T9 LE PAROLE INCOMPLETE- Paolo Gera e Fabrizio Bregoli dialogano su “La pietà ingiusta” di Vittorio Sereni | La poesia di Fabrizio Bregoli

  3. Non venga letto come desiderio d’apparire presuntuoso, ma nell’inserirmi nelle vostre riflessioni – che molto mi prendono e mi costringono a pensare con tanta bella fatica – voglio rimandare a parecchie cose che in proposito già ho detto nell’articolo “La resistenza della poesia” – postato nella rubrica L’occhio alla fine del cannocchiale su Cartesensibili il 28 maggio 2018 – e che qui non riprendo, ma da lì ripropongo. Ritengo la questione della ‘poesia civile’ tanto difficile quanto essenziale e centrale oggi, in questo mondo che non solo osa spingersi oltre limiti etici, biologici, ecologici, ritenuti finora insuperabili per la stessa sopravvivenza umana, ma anche muta e propone inimmaginate novità a una velocità che il nostro cervello, nella sua totalità complessa, fatica a ‘sistemare’. ‘Poesia civile’. La proposta di un poeta come Sereni, gli accenni alla tradizione realistico-oggettiva della poesia lombarda, mi hanno fatto tornare alla foga di certe discussioni intorno alla poesia (e all’arte in genere) degli anni sessantottini e successivi, quando io, allieva limitata e tra le ultime di un autentico ‘maestro-mentore’ di poeti come Luciano Anceschi (che aveva – si può dire – tenuto ‘a balia’ Sanguineti e sostenuto e diffuso i Novissimi, che credeva fermamente in una ‘linea lombarda’ della poesia), cominciavo invece a toccare con mano -non voglio dire il fallimento, ma il degrado, sì, di una linea di poesia che, se aveva cercato non tanto di cavalcare l’onda della ribellione, ma proprio di essere, di proporsi in sé rivoluzionaria – nasceva prima del ’68-, adesso sempre più si riduceva a stilemi vuoti, schemi maniere ripetitivi ed inefficaci, formali non sostanziali, manieristici. Quando “avanguardia” stava diventando una delle tante classificazioni letterarie. Ricordo certe parole amare del mio ‘maestro’ quando constatava che troppi dei suoi ‘discepoli’ erano atterrati nei centri di potere e avevano perso la carica rivoluzionaria. Non voglio dire che certa poesia, come appunto quella di Sereni, Sanguineti, ecc., possa smettere di essere provocatoria e denunciante e attiva civilmente. Voglio solo dire che, comunque, inventare “nuove possibilità espressive più consone alla trasformazione epocale”, con tanto di possibilità elencate da Bregoli, quando poi egli stesso si pone una questione potente, alla fine, quella della “durabilità”, non sarà una soluzione ‘forte’: da una parte il rischio della ripresa modaiola, soprattutto in un tempo come oggi dove i mezzi di comunicazione ci mettono un minuto a stravolgere, scopiazzare, distruggere un’autenticità, una differenza significativa; dall’altra il rischio per proposte davvero nuove di “allontanare il lettore”. Mi chiedo seriamente: cosa ha fatto ‘durare’ fino ad oggi e con quell’intensa profondità certi eventi – tutto sommato gossip del tempo – raccontati da Dante nella Commedia? Certo, d’accordo con Bregoli, il linguaggio con cui li ha messi in scena. Il linguaggio della poesia fa conoscere il mondo in un modo che altrimenti non conosceremmo, e ogni volta diverso: ecco perché si fa poesia d’amore o di morte da quattromila anni e forse più senza che si senta il bisogno di smettere. Io ci credo molto. Ma allora, mi viene subito da dire che ha dignità ogni poesia – qualsiasi sia il contenuto – che riesca a far vedere ‘nuovo’, a dire il ‘mai così detto prima’. Cioè, sono preoccupata di certi possibili sottintesi a parole come “poesia civile”, “soggettivismo”, “elegia”, “lirica”, in cui potrebbe trasparire un rifiuto, un’interdizione o una sottovalutazione della poesia che non tratta immediatamente, oggettivamente, realisticamente di mondo inteso politicamente, socialmente, economicamente, consumisticamente, ecc. Per intenderci, poesia che tratti di ‘io’, di emozioni, di interiorità, eventi individuali ecc. Che per me sono comunque pezzi, importantissimi, della realtà. Certo non sto difendendo la poesia ‘brutta’. Leggere certe belle poesie sull’interiorità, sulle emozioni, magari in relazione con terribili ambiti ancora sconosciuti come la vecchiaia inoltrata, l’alzheimer e l’esserne testimoni e a cura; oppure certe vedute più che filosofiche sulla vita la morte, la conoscenza, la percezione delle cose, personalmente mi fa crescere come scientificissime aperture. “Nasceremo senza colpa, un giorno,/ altrove, da un parto senza doglie,/ guardando l’incontro negli occhi/ della madre, solamente l’incontro/ per qualcosa che prima non c’era.”. Questi versi di Ballarini mi hanno fatto capire e vedere più di un saggio di psicanalisi sul rapporto madre-figlia. Sia ben chiaro che non sto sminuendo la portata,il bisogno, la potenza di una poesia che oserei chiamare decisamente ‘politica’ (vengo dal ’68 dove si diceva che tutto era politico); vorrei solo che non si ricadesse, per affermare una proposta, nell’antico vizio di negare qualcos’altro, definito tout court diverso e quindi contrario. Quindi. Non credo, Paolo Gera, nelle “poetiche collettive”: se va bene si rischiano gli antichi salotti letterari coi loro bravi “ismi” assoluti. Credo invece in tutto quanto si può inventare (non certo i vari festival come sono organizzati oggi, secondo logiche da supermercato e con tempi da catena di montaggio) per fare incontrare davvero i poeti, farli davvero dialogare, discutere del mondo, ipotizzare azione. Poeti che fanno magari poesia civile e magari no, poesia soggettiva. Ma che, magari, come uomini e donne, oltre ad essere poeti o proprio perché poeti, hanno una gran voglia di agire nel mondo, di lottare, di segnare la storia col loro esserci critico.

  4. Quando scrivevo di “falansteri” di poeti la mia voleva essere una provocazione, anche se la necessità di incontri e confronti fisici mi sembra oggi più necessaria che mai. Sono il primo a non credere nel termine “poesia civile”, è vetusto probabilmente, anche se richiama al termine ‘civis’, ‘cittadino’ e dunque a uno spazio pubblico e di discussione delle forme dello scrivere e dei loro contenuti. Si dovrebbe pensare a un nuovo temine: ‘poesia d’impegno’ credo sia già stato utilizzato, io avevo proposto in altre sedi e proprio al Festival Internazionale di Genova, per essere una volta di più polemico, ‘poesia no selfie’. Ma alla fine a cosa servono queste etichette? E’ giusto scrivere poesie che si attengano il più possibile al nucleo mitico-personale dell’autore e trovare un linguaggio preciso e appropriato che possa comunicare al lettore esperienze e concetti. Non bisogna per forza essere sperimentali. La sperimentazione non è una scelta coatta, ma un’esigenza che dovrebbe nascere spontaneamente dalla ricerca sul linguaggio del poeta e sul limite del suo dicibile. Claudia Ruggeri era una grande sperimentatrice, ma perché era la sua sofferenza a indirizzarla in questo senso. Così, non fingiamo, ma siamo e lavoriamo con serietà. Concludo con versi proprio di Sanguineti: “faccio poesia e non sono poesia”

  5. Mi introduco in questo dibattito cercando di esprimere la mia opinione sia rispetto al destino della poesia oggi, sia sulla funzione e /o necessità di una poesia civile.
    Inizio riferendo di due esperienze da me vissute quest’anno: la lettura pubblica di testi poetici delle poetesse Anna Maria Farabbi e Mariangela Gualtieri; la prima utilizzava il verbo “cantare” per indicare l’azione di leggere ad alta voce i suoi testi, la seconda definisce le letture delle sue poesie “rito sonoro”. Ecco, è qui il nucleo centrale di quello che per me è poesia: un canto, la scelta accurata di parole che definiscono suoni, armonie; la letteratura occidentale nasce come un canto, i poemi omerici sono stati scritti in versi, con la scelta accurata di parole che definiscono un ritmo che fa scaturire emozioni e riflessioni all’uditore. Tutto ciò che è differente dalla scelta di parole che producono suoni armoniosi che rimandano al non detto e che sono in grado di muovere, commuovere l’uditore, non è poesia: calcolatori, internet, ritagli i giornale sono altro, non nego il loro valore, ma devono assumere un altro nome. La poesia va letta, declamata ad alta voce, è un messaggio che giunge al cuore, fa scaturire una riflessione, anche quando è giocosa o ironica: combina rime. assonanze, metafore; insomma è il poeta che è artefice di tutto ciò. Demandare la poesia ad un calcolatore, significa decretare la fine della poesia, e con la fine della poesia, arte con cui nasce la letteratura occidentale, per me finisce anche la stessa cultura occidentale. Sarò drastica, ma credo nei versi di Foscolo che ne “Dei sepolcri” vv.288 – 291 afferma: “Il sacro vate, /Placando quelle afflitte alme col canto,/I prenci argivi eternerà per quante /Abbraccia terre il gran padre Oceàno ” E’ il canto che eterna le imprese degli eroi, fintanto che ci sarà un canto, l’essere umano non morirà, con la morte del cantore, con la fine della poesia, finirà anche la nostra civiltà, per lo meno così come la abbiamo conosciuta.
    Credo fortemente nella capacità della letteratura e della poesia di incidere nella società: credo perciò che un canto impegnato, una poesia civile, come quella di Vittorio Sereni, siano quanto mai necessarie oggi, in un mondo sempre più omologato, in cui la proliferazione delle cosiddette fake news rende difficile distinguere la realtà dalla fantasia, in cui esseri umani cresciuti davanti a schermi che propongono scene terribili, talmente assuefatti a queste, non riescono neppure a provare un briciolo di pietà. La registrazione di film, video fa sì che tutto sembri potersi ripetere e rivivere all’infinito, per cui non si dà valore all’unicità dell’attimo, non si ha la consapevolezza che una firma può cambiare la vita radicalmente di milioni di persone, oppure se la si ha, si è totalmente indifferenti, come denuncia Sereni. Un canto, una poesia letta invece costituisce proprio quell’attimo irripetibile, che va dritto al cuore: la poesia può scuotere le coscienze, la denuncia delle ingiustizie perpetrata dalla poesia civile è oggi quanto mai utile: è una delle poche voci fuori dal coro, una voce che grida nel deserto: chi la ode, riscopre il senso profondo dell’essere umano, distingue ciò che umano da ciò che umano non è.

  6. Riporto considerazioni di Ennio Abate su Facebook:
    QUALE POESIA IN QUEST’EPOCA DI GUERRE, DI MIGRAZIONI PLANETARIE, DI SGRETOLAMENTO DI CIVILTÀ NAZIONALI?
    Una replica a Paolo Gera e Fabrizio Bregoli

    È un tema che ci poniamo in diversi (qui su Poliscritture una discussione: http://www.poliscritture.it/2017/02/22/i-poeti-in-tempo-di-guerra-non-pensano-abbastanza/) e sullo scambio di pareri tra Paolo Gera e Fabrizio Bregoli vorrei lasciare queste brevi note:

    1. Esiste in Italia una certa mitologia della “poesia civile”. I vostri riferimenti a Sereni, a Fortini, a Pasolini mi paiono per del tutto decontestualizzati dalla storia del secondo Novecento e mifanno pensare che la poesia civile venga da intesa un po’ in astratto come « dovere del poeta», come «impegno». Vorrei ricordarvi che proprio Fortini era ostile ad una poesia “impegnata” e che una impostazione “doveristica” secondo me non aiuta a porre il problema di quale poesia oggi *possa* essere scritta per stare almeno accanto agli avvenimenti tragici senza risultare retorica, «civile-intimistica» , «altisonante», scolastica o, appunto, non farci vergognare di averla scritta.

    2. Il punto dolente è che manca oggi « una reale prospettiva collettiva di interpretazione della storia» che ai tempi di questi padri-poeti c’era: il marxismo ad es. per Fortini e Pasolini. Essa sosteneva la loro ricerca critica *anche* in poesia (e non solo). Questo vuoto non è colmabile – credo – dai soli poeti. Né i poeti si debbano aspettare che altri lo colmino.

    3. È sbagliato dare un’importanza eccessiva alla « proliferazione di Internet e [al]la nascita di un suo linguaggio specifico, [che starebbero] influenzando postideologicamente ogni tipo di comunicazione e dunque anche la poesia». Non perché tale fenomeno non ci sia, ma perché questo vostro discorso sembra spingere verso un mero adeguamento, una mera modernizzazione delle forme («Ma Rimbaud non diceva che “il faut être absolument moderne”?») o verso un neo-neoavanguardismo (dadaistico o balestriniano o delfiniano che sia), che ancora pretenderebbe « di combattere dall’interno, con i nostri strumenti di scrittori, il nuovo linguaggio-potere» e cioè di condurre una “guerra” soltanto linguistica. Mentre c’è da interrogarsi proprio sulla funzione politica che la Tecnologia svolge nel cambiare i rapporti sociali e culturali (e linguistici) in favore dei dominatori e contro la maggioranza dell’umanità ( compresi i poeti).
    4. Mi pare poi in contrasto con la prospettiva “ammodernante” appena detta ( e che non condivido) quest’altra astrattamente “classicista” che compare nel vostro scambio: «forse la poesia deve cercare la propria specificità proprio nell’aspirare a un nuovo paradigma che ne assicuri la durabilità rispetto al deteriore dissolversi di qualsiasi altra forma di conoscenza ed esperienza che oggi viviamo».

    5. L’ipotesi dei « poeti, a decine, che mettano insieme versi, contro la direttiva del potere, in questo caso editoriale, che vuol fare di ogni singolo scrittore un produttore/ acquirente delle proprie opere. Falansteri di poeti!» s’avvicina in parte al discorso che ho svolto sui «moltinpoesia», ma se non coglie gli elementi ambigui e ambivalenti di questo fenomeno poetico-sociale di massa, mi pare ingenua e “populistica”.

  7. Rispondo all’intervento di Ennio Abate e mi scuso per il ritardo con cui lo faccio. Faccio una premessa doverosa: il difetto della rubrica “T9- le parole incomplete” è che vuole essere una specie di resoconto in diretta e a caldo di un dialogo tra due individui che conoscono un po’ di letteratura e che non c’è nessuna revisione dei pensieri che vengono scritti. E’ come una partita a scacchi a distanza. ma lampo: non c’è molto tempo per riflettere, l’intuizione e il ragionamento devono essere fulminei, non è una specie di piccolo saggio, ma i pensieri corrono liberi e possono in alcuni punti non essere proprio centrati, come fa notare Abate. Il pregio della rubrica è che vuole aprire – e lo sta facendo con un certo riscontro – lo spazio dei commenti non a un semplice lascito di banali piacevolezze, ma a una ulteriore e polifonica riflessione sugli argomenti proposti. Ora provo a rispondere alle obiezioni, punto per punto:

    1) Non devo scrivere poesia civile, non me lo impone nessuno. Io sono uno stilnovista, sto ben attento a ciò che mi detta il cuore. Ma il cuore ha gli occhi e vede lo sfacelo che c’è in giro.
    2) Sono d’accordo in parte sul secondo punto. Ma il crollo dell’ideologia marxista non significa che le sue parole siano state cancellate e soffiate via dalla lavagna della storia. Le macerie servono anche per nascondersi e attaccare di nuovo. Sono semmai d’accordo con una visione debordiana dell’attacco. Si fa guerriglia a cominciare dai luoghi meno canonici per farla.
    3) Non solo guerra linguistica, ci mancherebbe altro. Ma ognuno lotta con le armi che si ritrova in casa, fossero anche cavatappi e mestoli. Sono d’accordo che ci vorrebbe un Foucault ad analizzare i nuovi rapporti tra il potere e il controllo linguistico fornito dai nuovi mezzi di comunicazione.
    4) Una buona lettura critica fa notare giustamente le contraddizioni, ma come ho prima anticipato i pensieri corrono e non hanno simpatia per le categorizzazioni.
    5) Quella dei falansteri è una provocazione, che inneggia a nuove possibilità di dialogo e partecipazione. Ma perché se Abate è tanto vicino a questa idea, non ha accettato di discutere l’articolo mio e di Bregoli su questo territorio di pubblici commenti e ha invece lanciato il suo intervento dal suo profilo Facebook? Ogni tanto non fa male giocare in trasferta…tra i mali peggiori che imputo alla poesia italiana c’è questa idea di territorialità esasperata, questa mancanza di slancio nel varcare i propri confini. Libera circolazione almeno tra le case dei poeti.

    Ringrazio comunque Ennio Abate per averci letto e per l’analisi critica da lui condotta. Da parte mia lo andrò sicuramente a trovare su http://www.poliscritture.it.

  8. ……………………..PREMESSE

    – in forma di flash, chi desidera può approfondire in rete (ossimoro: farlo nell’internet che esclude il testo di“La pietà ingiusta”…indi meglio se confrontando più fonti credibili)

    – queste righe non sono in antitesi a o a supporto di, semplici riflessioni personali e qualche dato

    – sto volando basso, senza pretesa di maggior altitudine

    ………………………INIZIO

    …..o è buona poesia o non lo è…o è neppure poesia

    …..poesia e impegno civile?
    al riguardo: la distanza fra il poeta la cui poesia contiene anche realtà collettiva (non solo) scomoda e chi usa realtà collettiva (non solo) scomoda per esser considerato, o esserlo di più….- specchietto per allodole, come dir…

    la circolarità temporale della poesia di Sereni…
    l’iniziale eleganza formale (anche al tempo, in certi ambienti, dei periodo\realtà evocati) nella formulazione dell’ “invito”…il viaggio all’indietro nel tempo a mostrarci l’orrore che fu…la disfatta totale negli occhi del giovane soldato che non sfugge all’obiettivo di Cartier-Bresson…e il ritorno all’inizio con l’oggi dell’invito. e del silenzio

    …l’affare, il “business” che compra il silenzio, il silenzio che cancella la storia…
    business… non solo denaro…
    business…e silenzio

    – vedi alla voce Wernher Von Braun, maggiore delle SS, padre delle V1 e V2 (bombardamenti di Londra) costruite col lavoro forzato e la morte degli schiavi del lager di Dora…circa 20.000, come dir, alla voce morti…
    – vedi alla voce Wernher Von Braun, il padre dell’Uomo sulla Luna, la bandiera statunitense piantata sulla Luna…
    …vedi uno specchio a forma di svastica evaporato nel volo dalla Germania agli U.S.A… fra Peenemünde e la N.A.S.A….

    e dopo il tempo del silenzio viene quello della voce opposta…e forse l’ex SS della poesia

    – ucraino? italiano? Magari anche si…Battaglione Vendetta …Battaglione Debica…Mariano Comense…Trieste …Adriatisches Küstenland…lager di San Sabba…

    dopo aver brindato alla conclusione dell’affare controlla lo stato dell’uniforme nell’armadio…
    e un seme d’ipotesi che un bambino appena nato si ritrovi un giorno con

    “…quella faccia d’infortunio, di gioventù in malora
    con la sua vampa di dispetto di bocciato
    di espulso dal futuro…”

    intanto…

    la fila
    per il posto di kapò
    più lunga di ieri ..(…haiku da “Auschwitz e simili”…dazio pagato all’ego…)

    ……………………….FRAMMENTI

    di silenzio…

    1945 San Sabba, Trieste: entro tre giorni dalla liberazione una mano ignota cancella le scritte dei deportati. Negli anni seguenti l’amministrazione alleata (U.S.A. e Regno Unito), che amministra la città, fa sparire gran parte dei documenti inerenti il campo.

    di fatti…

    2017 Il Comune di Trieste leva i finanziamenti e nega il patrocinio (gratuito) ai Viaggi della Memoria fatti dagli studenti al lager di Auschwitz

    1938 promulgazione delle leggi razziali
    2018 “Ammorbidire il manifesto per non accendere rancori né da una parte né dall’altra”
    il Sindaco di Trieste reputa poco prudente che ci sia la parola “Razzismo” – assieme alla prima pagina de Il Piccolo, quotidiano locale, riportante le leggi antiebraiche – sul manifesto della mostra di un liceo che commemora le leggi razziali…la mostra viene sospesa e ha luogo più tardi, in sede meno centrale rispetto a quella inizialmente stabilita

    2018 tweet dell’eurodeputata Alessandra Mussolini:
    +++ Avviso ai naviganti +++ legali a lavoro per verificare il “politically correct” di FB e altri social nei confronti di immagini e/o frasi offensive nei confronti di Benito Mussolini: monitoraggio e denuncia a Polizia Postale

  9. Interessante la risposta di Piccini con questa scrittura così frammentaria e schematica, a mezzo fra il report dei fatti e la stoccata riflessiva, ma al contempo incisiva nell’inchiodare alle responsabilità. Anche questa è una possibile espressione di questa alterità di linguaggio di cui si controbatteva fra di noi.

  10. Sono d’accordo. Piccini ha elaborato un commento il cui contenuto fortemente critico è stato evidenziato anche a livello di forma. Sono lusingato e anche un po’eccitato, perché Toni ha capito benissimo le nostre intenzioni ed ha elaborato un testo che nella sua progressione risponde anche a livello stilistico ai nostri dubbi e alle nostre sollecitazioni. La denuncia sugli ultimi fatti triestini è fondamentale. Ma come proprio Trieste, colpita dalle ondate del male da due sponde diverse, sospende la mostra scolastica sulle leggi razziali? Proprio Trieste blocca i fondi per i viaggi della memoria ad Auschwitz? Ma non sono sorpreso più di tanto. 1938: promulgazione delle leggi razziali. 2018: chiusura dei porti italiani alle navi dei migranti. La storia sta tornando indietro. Evviva il revisionismo e i governi del rifiuto! Come insegnante potrei poi aggiungere che dalla prima prova della maturità è stato tolto quest’anno il tema di carattere storico e che nei primi anni degli istituti professionali lo studio della storia è stato portato a un’ora settimanale.

  11. Il commento di Piccini colpisce a fondo, centra il bersaglio: la sua scrittura, la forma lapidaria, l’elenco di fatti, gli spazi bianco a commento che invitano il lettore a colmarli con riflessioni proprie; anche questa è una riflessione poetica, che in parte mi ricorda il linguaggio del fumetto in cui, lo spazio bianco tra una vignetta e l’altra deve essere colmata dal lettore. Quel bianco che stacca, divide gli eventi tremendi del secolo scorso e quelli attuali, una città, Trieste, patria di alcuni tra i più grandi letterati del 900, cito Svevo e Saba, Trieste città cosmopolita e multietnica, Trieste città contesa, irredenta, nel cui territorio il fascismo fu totalizzante, il cosiddetto “fascismo di confine” impedendo la conservazione della propria identità culturale alle etnie differenti da quelle italiane che, covando per questo odio nei confronti degli italiani, arrivarono a compiere le atrocità degli eccidi e delle foibe. Vittime diventano carnefici che diventano vittime nuovamente e poi a loro volta carnefici: come spezzare questa catena?

  12. Prima di tutto ringrazio Fabrizio Bregoli, Paolo Gera ed Emanuela per l’apprezzamento e le parole con cui è stato espresso…
    amo il senso del “noi”

    e pardon se haiku e tanka tratti da Auschwitz e simili – Auschwitz and the like ,
    non per spot ma per sintesi vi ricorro, che al momento altra pregna non ne ho

    e in fondo a queste righe un link che porta a immagini di

    Principio di cronologia geografica (vedi post di Emanuela), indi da qui riparto…lascio da parte le foibe, pronto a ritornavi anche immediatamente, e continuo sul focus del fiume di cenere

    TRIESTE

    quasi due anni
    sotto il governo tedesco
    Trieste perde se stessa —
    un forno crematorio
    snellisce i convogli

    Mauthausen, Dachau,
    San Sabba, Auschwitz,
    Sobibor, Treblinka, Dora
    facce rotolanti
    di dadi nazisti

    si faccia attenzione, fuori dalle mura di questa città…qui in città non c’è no-vax che tenga, né ipotetico vaccino che attenui: lo senti crescendo, e lo tocchi con speranza di non venir toccato

    (ricordo i dialoghi con persone non di Trieste, ai tempi delle elezioni del pre ventennio attuale “No, non posso votare per..” non capendo che il necessario non era votar “per” ma uno “contro a” e che la scelta del profumo preferito a volte è lusso non concesso…- non apriam ora tema sul “voto utile”, che non di questo né del suo abuso si trattava\tratta qui. n.d.r.-)

    caro Sereni,
    lato buono della morte è il non veder le nefandezze del dopo…
    tu ci hai donato “La pietà ingiusta”, e se vedessi ora com’è bruciato quel suo inizio in francese e passato da valenza a carta nel cestino della spazzatura…. non ce n’é più bisogno, non è più necessario per concludere l’affare, mentre intanto l’affare si moltiplica, spezzato il filo si allargano le perle della collana nera…

    AUSCHWITZLAND…

    Gamba di Legno a capo del campo…Paperon de Paperoni a tenere i conti dell’oro e di altro razziato…Paperina a dirigere il bordello, Minnie e Trudi le SS-Aufseherin…Archimede Pitagorico a far di conto e geometria con parti di corpi umani…Paperino sonderkommando…la Banda Bassotti, con al guinzaglio Pluto, a dirigere i kapò

    no Vittorio Sereni, non rivoltarti nella tomba pensando stia dileggiando te e la storia, sono solo fotografo d’una sintesi, una maglietta nera con disegnata l’entrata del lager e sopra scritto Auschwitzland (in cui evocazion di parco giochi, non autartico)

    non è psichedelia la mia macchina fotografica, riproduce ciò che è…
    diaframma, obiettivo, tempo d’esposizione li ho messi, per una volta, in funzione “Automatica” ove nulla può il fotografo, tranne inquadrare e scattare…..si…hai ragione, sono intervenuto poi un po’ sull’accentuazione del colore ricorrendo a protagonisti d’un fumetto, ma la foto è reale e ciò probabilmente farà rivoltare la tomba, non solo te…

    e pensa Vittorio, le denunce legali per quell’ “Auschwitzland” sono in preparazione solo da fuori Italia, dal Museo del Lager e dal proprietario del font usato per la scritta…
    ora ti saluto, non voglio recarti altro dolore.
    comunque grazie, ancora grazie

    prima di Auschwitland…

    la tolleranza e Popper nel cestino della spazzatura, vorremmo mica essere si poco tolleranti da non lasciar spazio all’intolleranza?

    “Oh pardon Dottor Goebbels, non sapevo il posto fosse occupato, levo subito il cappotto…Tutto bene con la famiglia? La signora Magda come sta? Non è venuta? Non le piace forse Bejart? Ah, è vero, capisco, sei figli piccoli si, non sempre può venire a teatro…”
    e sei piccole fiale di cianuro a salvarli da mani bolsceviche

    dormi Vittorio, non ascoltare più, dormi, fidati che è meglio…tu il tuo l’hai fatto bene, non sei tu che

    intanto qui viene chiesto il ripristino della festa nazionale dell’anniversario della vittoria nella prima guerra mondiale…perchè “unificante”…perchè quella della Repubblica e il 25 Aprile “divisive”

    un negazionista
    brucia libri di storia
    nel suo forno da cucina

    e nel reale Premier (aka Vicepremier) eccheggia un “Chi si ferma è perduto!” intanto che il “Me ne frego” è in stand by

    …………………………………………………………………………ora le immagini…(alcune delle)

    https://www.thehaikufoundation.org/thf-haiga-galleries/photo-haiku-from-auschwitz-e-simili-by-toni-piccini/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.