RECENSIONE- Anna Maria Curci: gli “Alfabeti segreti” di Fernanda Ferraresso

chris maynard

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Con alfabeti segreti si leggono e si creano codici, si esplora, si seziona, si ricompone l’esperienza, ché altro non è la poesia: fare un’opera perenne, perché in perenne divenire, ininterrotta, incessante, di codifica e decodifica del dato sensibile che giunge alla coscienza, oppure del bagliore di un lampo afferrato, dell’intuizione strappata nel corso di una immersione temeraria, là dove non osa addentrarsi chi si accontenta della conoscenza monodimensionale.

Questa concezione attiva, proattiva e reattiva della poesia è ai miei occhi alla base di tutta l’opera di Fernanda Ferraresso. È senz’altro caratteristica rilevante in questo suo libro, Alfabeti segreti, apparso in questo anno 2018 nella collana “Parole di cristallo” della casa editrice Terra d’ulivi.

Si tratta di alfabeti segreti in una molteplicità di accezioni. Sono infatti alfabeti secreti, distillati dalle più profonde, dalle più intime considerazioni, esplorazioni, perlustrazioni; sono alfabeti nascosti, dal momento che l’astuzia del passaggio del testimone si avvale di codici accessibili solo a chi è disposto a fronteggiare lo strazio del transitorio, per superarlo e pervenire agli «alfabeti impossibili dell’oltre»; sono alfabeti reconditi, a cui è possibile attingere dopo aver affrontato rischi per raggiungere recessi inesplorati; sono alfabeti intimi, profondamente legati a un lessico che non si spaventa del privato e del visionario e che necessita dunque di chiavi di accesso inusuali.

Ritroviamo, anche qui, come in opere precedenti di Fernanda Ferraresso – per esempio nel libro Nel lusso e nell’incuria del 2014, anch’esso pubblicato da Terra d’ulivi – con la stessa funzione fondante di crocevia, nel dispiegarsi di alternative, lo stilema che consiste nell’avvicendarsi di parole che hanno in comune la sillaba o le sillabe iniziali. Le «arnie» e gli «arnesi» che appaiono le une di fianco agli altri in uno dei componimenti centrali della raccolta si fanno catalizzatori del senso e narrano di una precisa nozione circa operosità e strumenti del dire poetico.

L’architettura dell’edificio degli Alfabeti segreti si presenta articolata innanzitutto in due grandi ali, che sono le due sezioni che lo compongono, intitolate rispettivamente, in modo ricco di suggestioni, di richiami e di progetti compositivi, Lontano così lontano e L’armatura della rosa: anelito e slancio al distante, canto dell’assenza e epica della tensione-tenzone per il quid, l’oggetto della ricerca, l’«oltre a oltranza», così come per la misura della parola, per la parola-tenda (come non pensare al Zeltwort, “parola-tenda”, appunto, di Paul Celan?) e per la parola-pane.

Angoli, scale, prospettive, fughe, saloni, stanze secondarie e locali sotterranei – metri e lunghezze dei testi hanno una varietà che rende il percorso di lettura un vivace alternarsi di escursioni e incursioni – animano questo edificio, che talvolta si fa imbarcazione, con tolda, carena e «stiva di memorie», talaltra si manifesta come «una casa occupata/ da lettere e assenze».

Alcune immagini si imprimono – squarci scorci vedute – per non lasciar più il repertorio delle memorie e delle rappresentazioni di chi legge. Ne scelgo, tra le tante, dense e incisive, due, entrambe prova di un impegno totale all’esistenza come opera poetica perenne: «questo inchiostro che non sporca le mani/ è il nero della mia notte/ la guerra continua/ che mi natura e matura» e «l’attimo gravido/ di un molteplice riflesso/ il gioco che sempre mi mette al giogo/ e l’aria in piena/ nonparole mi comunica/ sfiorendomi/ per quell’unico soffio/ sua voce amata e sempre sconosciuta/ la gazza ladra che mi ruba la vita.».

L’architetto di un edificio così articolato e affascinante non teme di apparire, dunque. I passaggi riportati testimoniano la presenza costante di un io che vive e scrive, ricostruisce e ritrae: «tutto ciò che scrivo tutto è un autoritratto/ il continuo monologo con tutte le altre forme/ mai costruite a cui do voce/ in un inchiostro simpatico/ che affiora vagamente in ogni rivisitazione/ di questo o quel fatto». Ma mai come in questo caso sarebbe falsa e del tutto fuorviante la separazione tra poesia lirica e poesia civile, la semplicistica ‘etichettatura’. Nello stesso componimento, infatti, l’io diventa un noi che prende in carico il compito di dare voce al mondo che da interiore si fa universale e cresce e nutre, parola-pane: «scrivere la fortuna di poter essere/ tutto quanto la parola crea correa di una nuova distanza/ che lascia alle nostre spalle tutto quanto era dolore e dolo/ per ricominciare ogni volta da capo/ il nostro personale colpo di stato/ per dare voce a tutte quelle eco che sono il mondo/ dentro di noi/ mangiato respirato e conservato in cellule/ e sillabari segreti da dilapidare senza paura di perdite/ un universo tutto nostro/ scritto in lettere di pane non più d’inchiostro».

Anna Maria Curci, 12 luglio 2018-
testo presente in  “
Versante ripido. Quadrimestrale di cultura poetica e letteraria” – Terra d’ulivi edizioni- settembre 2018

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Fernanda Ferraresso, Alfabeti segreti- Terra d’ulivi 2018

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“Versante ripido. Quadrimestrale di cultura poetica e letteraria” – Terra d’ulivi edizioni- settembre 2018

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