QUADERNI DI ALESSIA- Alessia Bronico: TESTI e INTERVISTA a Isacco Turina

bourbouze-graindorge

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Isacco Turina, in  I destini Minori, Ponte del sale editore 2017, scrive un libro sincero, versi misurati e limpidi venuti allo scoperto dopo una lunga gestazione. Sei sezioni che ci proiettano in una realtà caustica e a volte malinconica, piena di corpi e di solitudini. La sesta, “Ritorni”, possiede la lingua materna, dialetto veneto che il poeta armonizza con sapiente musicalità, e chiude il lavoro con cadenza perfetta.

Vi lascio una scelta di testi e una breve intervista che, con gentilezza, il poeta mi ha accordato. Buona lettura.

 

Mi chiedi un figlio. Ovvero: come un dono
di carta colmo d’acqua, l’animale
che non posa sui rami e non sprofonda,
lama che divide le spighe
dai gambi e il portatore sottopelle
di radici che ignora. La creatura
che stancherà i tuoi muscoli
fino a conoscerne ciascuno
e a tramandarti viva, ma staccato
il tuo viso da te come un affresco
mentre tu diventi muro. Mi chiedi
un figlio, dici, perché questo imbuto
che sentiamo d’essere, soffocato
di sabbia bagnata e muto benché
nutrito di tutte le parole
e d’altro ancora, restituisca infine
un granello alla terra, a tutti i libri
almeno una sillaba.

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Ricordo la ragazza che a lezione
– anoressica, in larghi pantaloni
che esponevano gialle le caviglie –
scendeva con rumore gli scalini
di legno e si piegava sulla cattedra
a copiare le carte del docente,
distaccata e mai presa dal sorriso
come un ramo abitato da un’idea.
Scesa da un crocifisso in mezzo a noi
ancora incerta tra la carne e il verbo.

Ci è capitato di essere poeti
come arriva un esproprio sulle case
per una strada in costruzione
che quasi non ci riguarda.

Dormivamo, e le ustioni del giorno
erano pelle nuova al risveglio.
Ci è capitato di essere poeti,
ambulanze che portano
un carico di sangue estraneo.

E intanto il movimento
di pettini antichi ci lascia
in testa capelli di morti.

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bourbouze-graindorge

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INTERVISTA

A. B. – Quanto ci corrisponde la parola, quanto la parola deve essere come chi la scrive, la dice, la agisce?

I.T. – L’albero non sa i propri frutti. Eppure, è da quelli che noi possiamo riconoscerlo. Penso che con la parola poetica le cose stiano più o meno allo stesso modo. Esiste, verosimilmente, una continuità fra la personalità dell’autore e la sua opera. Ma – a mio parere – non sta all’autore occuparsene. Suo compito è quello di portare a maturazione frutti che non conosce, cibo per altri.

Un discorso differente pertiene invece alle convinzioni esplicite che lo scrittore può nutrire sul significato, la funzione, la forma e il decoro della letteratura. Questo è il piano delle battaglie, delle poetiche, degli scontri ideologici che investono anche l’ambito della creazione letteraria, facendola partecipare alla storia.

A questo livello, posso dire di apprezzare una certa coerenza, purché il suo perseguimento non vada a spese della materia propriamente artistica. In particolare nel periodo in cui viviamo, che è di svendita e conformismo della parola e di suo asservimento ai pregiudizi del presente – primo fra tutti il proteiforme dio dell’attualità, che divora sé stesso e i suoi seguaci – credo che una forma di dedizione al valore etico della letteratura e alla sua autonomia dal mercato, dai media, dalle semplificazioni e persino dalle cause del momento – comprese quelle “buone” –, possa avere più che mai un senso.

A.B. – Capita «di essere poeti»?

I.T. – Può capitare, forse a tutti. Chi prende sul serio queste occasioni, cerca poi di fare di sé stesso un nido il più possibile accogliente e invitante per la parola poetica. Ma l’ispirazione rimane un uccello capriccioso e non domesticabile, che sceglie da solo dove posarsi e quando deporre. Tale almeno è sempre stata la mia esperienza: di essere ricettacolo di una poesia che nasce altrove, da vene e risonanze del tutto inconoscibili. Mio è soltanto il lavoro di preparazione del nido, e la lunga pazienza della speranza.

A.B.- Il tuo può essere considerato un libro del tempo, nel senso che indaga le stagioni della vita e della natura?

I.T. – Se vi è un aspetto ciclico in questa raccolta, penso sia quello più arido ed essenziale di “nascita, accoppiamento, morte”. Per il resto, io vi posso leggere – e con chiarezza – alcune fasi della mia vita, ma allora in un movimento lineare e indelebile, piuttosto che ricorsivo. Per me insomma si tratta di eventi unici, non di regolarità. Volendo risalire a schemi archetipici, mi sembra che il sentimento dominante sia quello cristiano di grazia e dannazione, anziché quello pagano della natura. Ma si tratta, com’è ovvio, di una mia interpretazione: l’opera è bifronte e l’autore ne vede la faccia dell’individualità; agli altri, se del caso, ravvisare quella dell’universale.

A. B. -“I destini minori” abitano quali luoghi?

I.T. – Nessun luogo definito, temo. In questo senso, trovo che siano liriche troppo astratte, di sensazioni, intuizioni e immagini distillate in forma quasi pura, ma proprio perciò povere di elementi realistici come descrizioni o personaggi. Non difendo questa linea. Ritengo al contrario che una maggiore aderenza allo sguardo e ai suoi piaceri, così come alle peculiarità dei luoghi, delle persone e delle situazioni, sarebbe un arricchimento. Ma, se non si sceglie di essere poeti, ancor meno si può decidere quale tipo di poesia creare: vorrei essere autore dantesco e mi escono solo, quando va bene, versi petrarcheschi. Intendo dire maniacalmente puliti, intransigenti e schizzinosi, che escludono, anziché metabolizzarli, la multiformità delle lingue e il contagio del concreto. La poesia che preferisco non è quella che sono capace di scrivere. Anche questo, forse, è un destino minore.

A. B. – Poesia e social network, dimmi che ne pensi.

I.T. – Non li frequento in prima persona e quindi, per essere sincero, non sono in grado di rispondere.

A. B. – Si sente dire spesso che scrivere è un’esigenza, un’urgenza. Sei d’accordo?

I.T. – Posso testimoniare che questa è anche la mia percezione, almeno se parliamo della scrittura poetica. Infatti, come giustamente facciamo con altri tipi di urgenze, trovo che nella maggior parte dei casi sarebbe opportuno rimuovere, o quantomeno occultare alla vista, i bisogni in questo modo espulsi. È una questione di igiene, oltre che di rispetto per gli altri.

A. B. – Lasciami un luogo, una poesia, una magia.

I.T. – Ti lascio un inedito.
Stammi bene,
Isacco

PROFUGHI

Beati coloro che non sanno
che proveranno invidia per un cane.
Solo un fischio nella cucina buia,
poi la notte ha impolverato il cielo.
– Hai sentito lo strillo dalle case
vicine?
– Vieni, bambina, ti voglio
tagliare i capelli. Si salva chi è
più leggero…
I soldi nascosti
nel pane, i sandali addosso. Che cosa
se ne faranno i topi
delle scarpe che abbiamo abbandonato?
Ora danziamo sull’orlo dei continenti
come tappeti sbattuti dal vento.

Beato chi mai inciamperà
negli attimi eterni
che ci inghiottirono farfalle
per risputarci vermi.

 

Alessia Bronico

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Isacco Turina, I destini Minori, Ponte del sale editore 2017

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Note bio-bibliografiche sull’autore

Isacco Turina è nato a Villafranca di Verona nel 1976. È ricercatore in sociologia presso l’Università di Bologna, dove insegna Sociologia delle religioni. Ha pubblicato i saggi I nuovi eremiti (Medusa, 2007) e Chiesa e biopolitica (Mimesis, 2013). Sue poesie sono apparse in riviste (“Pagine”, “Atelier”) e antologie (L’opera comune, Nodo sottile 4, La stella polare). Questa è la sua prima raccolta.

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