MESETAS, SOLITUDINI METAFISICHE – Lucia Guidorizzi: Viaggio verso Santiago di Compostela – capitolo II

lucia guidorizzi-mesetas

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Carrion de los Condes – Leon – Santiago ( 24/6/2016 – 2/7/ 2016)

 

CARRION DE LOS CONDES

Nella chiesa gialla
Circonfusa di luce occidua
Nuestra Senora del Camino
Mi ha donato una stella
Per orientarmi per vivere

C’erano altri con me
Che raccoglievano lo stesso dono
In un silenzio commosso
Ognuno con la propria attesa
Ognuno con il proprio destino

L’indomani sono partita
Sconosciuta ed euforica
Nell’aria frizzante del mattino
Consapevole d’esser parte del mistero
Che le case di pietra
Mi confermano</span

Non sapevo che sarei divenuta
Viandante per sempre
Procedendo nell’oscurità
Che si diradava
Immersa nel profumo
Della terra

Ogni passo
Scandiva una preghiera
Nel procedere
Verso la meta
Da “Pietra Esile”, Supernova 2017

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lucia guidorizzi-mesetas

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La mia prima parte del Cammino inizia dal cuore delle mesetas: percorrere le solitudini immense che le caratterizzano è come immettersi in una corrente magica in cui la dimensione simbolica prende il sopravvento. Alzarsi con il buio, cominciare a camminare e subito sentirsi parte di un disegno più grande, ricevere il saluto “Buen Camino” da altri viandanti che procedono con te, con il medesimo intento è un’emozione indescrivibile. E poi immergersi nello spazio illimitato del paesaggio, percepire l’odore che esala la terra quando comincia ad albeggiare, mentre la luce che si fa più profonda espandendo il suo chiarore. Nel diffondersi della luce, mi giunge incontro un’autentica visione: un uomo guida un calesse a cui sono aggiogati due cavalli, uno bianco ed uno nero. Impossibile non pensare al mito del carro platonico descritto nel Fedro. L’auriga mi saluta e procede in senso inverso al mio andare. Più in là incontro un cane bianco e nero che ribadisce il dualismo simbolico dell’incontro precedente.
Camminando, l’attenzione si fa più vigile: i sensi percepiscono ogni segno, ogni disegno. Sarà lo spazio così ampio, la luce, ma ogni pensiero si amplifica e rivela nuove sfumature di senso. Mi accorgo che, camminando verso Ovest (e per lo più si cammina di mattina) il sole è alle nostre spalle, per cui l’ombra viene proiettata davanti al corpo.  Andando verso Occidente, percorrendo l’antica via dei morti, è inevitabile dialogare con la propria Ombra, con le proprie paure, con i propri fantasmi. E dialogando con lei, affiorano ricordi lontanissimi, esperienze irrisolte, traumi mai superati, antiche ferite, si impara ad andar loro incontro. Sul cammino stati d’animo e situazioni cambiano all’improvviso: un momento prima si è soli, il momento dopo hai al fianco dei compagni di viaggio ai quali racconti  di te cose che non hai mai detto a nessuno, un momento prima subisci l’agguato di qualche ricordo tormentoso, un attimo dopo ti tuffi nella leggerezza, nella levità un’ immagine che  ti emoziona e cattura.

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lucia guidorizzi- shogun

 

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Sul Cammino capita anche di perdersi: a me è capitato nel momento in cui ho cominciato a seguire qualcun altro, un pellegrino davanti a me che camminava attraversando campi gialli di stoppie. Mi pareva così sicuro del suo andare che mi sono messa dietro i suoi passi, ma dopo un po’ mi sono accorta che non era quella la strada giusta. Mentre tornavo indietro, ho provato a chiamarlo per avvertirlo, ma lui, col suo zaino, sfumava in lontananza con ampie falcate, sparendo alla mia vista. Meglio non seguire mai i passi di qualcun altro.
Per dormire ci sono albergues accoglienti ricchi di atmosfera con splendidi e calorosi hospitaleros nei quali però si celano insidie: una notte l’ho trascorsa attaccata dalle cimici che mi hanno martoriata. L’indomani però sono partita lo stesso, provata ma contenta! Non sono state certo le cimici a togliermi la voglia di camminare.
E poi, l’hospitalero Pepe mi ha abbracciata, augurandomi “Buen Camino” e questo mi ha compensato di ogni disagio e di ogni puntura di cimice.
Camminare è pura felicità. Ad ogni passo il paesaggio si amplifica, vengono incontro dettagli nuovi, ciò che era lontano si avvicina, ciò che era vicino sfuma in lontananza.
S’impara ad andare incontro ai luoghi alle persone e ai paesaggi, ma anche a lasciarli andare: non possiamo trattenere nulla se non nel ricordo che rimane in noi.
Lungo la strada è bello fermarsi per bere l’acqua alle fontane, riposare brevemente per poi riprendere il Cammino con rinnovata energia.
Sostare nei paesi assolati, avanzando sotto il sole feroce, tra muri arroventati dalla calura, bere una birra ghiacciata insieme ad una tortilla in un luogo di ristoro sul Cammino, procura una profonda serenità e soddisfazione.
Nella calura ardente delle mesetas può capitare di avere delle strane percezioni: con la coda dell’occhio mi è sembrato che ci fosse anche Santiago in veste di viandante che mi camminava al fianco, col suo bordone e la sua bisaccia. Percepivo la sua presenza silenziosa e partecipe che si mescolava a quella degli altri viandanti.
Il Cammino coinvolge tutti gli stati dell’essere: è un’esperienza nella quale si è totalmente presenti al momento in cui si vive.
Sul Cammino si fanno molti incontri: ogni cammino tiene in serbo per te dei compagni di viaggio speciali che con le loro storie, il loro modo di affrontare le circostanze della vita, con la loro fragilità ed il loro coraggio, con la loro unicità, ti trasmettono significati profondi.
Percorrere insieme un tratto di strada crea un’intimità ed una complicità uniche che durano per tutta la vita: non importa se ci si incontrerà di nuovo o se le strade si divideranno per sempre, l’importante è stato aver camminato insieme in veste di pellegrini e questa è un’esperienza che lega per sempre persone che altrimenti non si sarebbero mai incontrate.
Via via che si procede, il paesaggio muta: il mio primo assaggio di Cammino sta per terminare, mi sto avvicinando a Leon, la città in cui cesserò di essere pellegrina e tornerò ad essere turista (da Leon prenderò il treno per raggiungere Santiago e da li l’aereo per tornare a casa).

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lucia guidorizzi- ponte bernesga leon

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L’ingresso in città è lungo, difficile: le mesetas cominciano ad ibridarsi con capannoni industriali, officine, autostrade, cavalcavia, è un magma indistinto di edifici disposti in disordine, procedo in mezzo a questo squallore, rendendomi conto solo ora della limpida assoluta bellezza dei luoghi che ho attraversato.
Le mesetas sono caratterizzate da un paesaggio ondulato, lunghi rettilinei, campi di grano e girasoli che si estendono a perdita d’occhio : non tutti sono in grado di sopportare questi spazi aperti e sconfinati, per qualcuno divengono addirittura intollerabili e li vive in modo angosciante, percependoli quasi come una minaccia incombente; per altri invece sono l’immagine stessa della libertà e dell’apertura.
Superata l’interminabile periferia di Leon, si entra nel cuore della splendida città: subito lo spirito del luogo mi viene incontro con la sua fiera bellezza.
Qualcosa muta, cambia il mio modo di sentire, ho perso di vista i miei compagni di cammino, torno ad essere una turista qualsiasi.
La sensazione non mi piace, la trovo angosciante: vedendo altri pellegrini attraversare il ponte sul fiume Bernesga, andando oltre, provo già un’acuta nostalgia e mi viene da piangere perché  il mio Cammino è terminato ed io vorrei continuare ad andare.
Mi riprometto che l’anno prossimo tornerò qui e proprio da questo ponte ricomincerò il mio Cammino.

 

 Lucia Guidorizzi

 

 

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