L’USO DELLA MEMORIA ASSOCIATIVA – per un confronto tra “La néva – I” di Tolmino Baldassari e “The wast land – I The Burial of the Dead” di Thomas Stearns Eliot

ellie davies

.

Univocamente, nei seminari, negli interventi critici e di rilettura dell’opera di Tomino Baldassari, è stato sottolineato come la poesia di Baldassari si inserisca a pieno titolo nell’ambito della poesia europea del novecento, in particolare nella poesia percettiva, conoscitiva delle memorie umane, oggetti d’uso, natura, limiti percepiti, situazioni, metafisica funebre, in una linea che tracciata può partire da Giovanni Pascoli giungendo sino a Seamus Heaney. L’opera, ed il lirismo, di Baldassari, sono in realtà contemporanee a tutta la poesia del novecento europeo, che ha condiviso gli accadimenti storici e metastorici del secolo, l’evoluzione antropologia italiana ed europea, se, come è già stato scritto, si tratti di lirismo puro quello di Baldassari, che parta sì dal Pascoli, ma che ambisca ad un Mallarmé.
E’ da questo presupposto che il redattore della presente notarella, condividendo l’asserzione, intende, in modo del tutto preliminare e soggettivo, individuare i rapporti che intercorrono tra il primo paragrafo del poemetto “La néva” (1980) di Baldassari e il primo paragrafo de “The Waste Land” (1922) di Thomas Stearns Eliot (di nazionalità statunitense, naturalizzato britannico nel 1927), ovvero “The Burial of the Dead” (Il seppellimento dei morti). Si tratta qui in particolare dell’operazione assai personale di verificare alcuni punti di convergenza tra i due primi tempi delle opere citate, pur essendo presenti punti di contatto anche nei successivi paragrafi delle due opere. Per scongiurare possibili fraintesi si dirà da subito come la poesia di Baldassari non condivida con Eliot alcuni punti cruciali della poetica modernista de “The Waste Land”, in particolare è da segnalare l’assenza nella poesia di Baldassari della città alienante e irreale, lo squallore urbano dell’anonimato; inoltre non pare esistere in Baldassari una crisi totalizzante senza remissione dell’intero mondo occidentale, e la conseguente perdita della fertilità, l’annegamento.
Il germoglio di questo piccolo esperimento è stato dettato inizialmente dall’epigrafe che Baldassari inserisce ne “La Campâna” del 1979, proprio di T.S. Eliot: «Noi moriamo con quelli che muoiono:/ Ecco, essi partono, e noi andiamo con loro./ Noi nasciamo con i morti:/ Ecco, essi tornano, e ci portano con loro» (“Quattro quartetti – V Little Gidding”).
Se si tiene conto che “La néva” è pubblicato nel 1980, questo elemento ci può far pensare che almeno dal 1979 Baldassari avesse familiarità con l’opera di T.S. Eliot (forse tra le carte di Baldassari potrebbe trovarsi qualche elemento a conferma; sicuramente è citato, anche se non in posizione centrale, nella autobiografia “Qualcosa di una vita”). Nell’epigrafe de “La Campâna” è presente un’altra importante citazione, al fine del nostro discorso, ovvero di Eugenio Montale: «Con te anch’io mi affaccio alla voce/ che irrompe nell’alba, all’enorme/ presenza dei morti; e poi l’ululo/ del cane di legno è mio, muto.» (“La bufera e altro – Ballata scritta in una clinica”).
Da questo germoglio, è sorta la personale ricerca dei punti di contatto tra le due opere. Prima di tentare un approccio sul particolare e esaminare alcuni elementi puntuali (vocaboli ed immagini) è necessario fare un appunto, che pare al sottoscritto significativo, sull’atmosfera generale delle due opere (in entrambe le opere è presente una atmosfera vocativa, che ricorre permanentemente), e sulla loro tecnica compositiva.
Per prima cosa vorrei prendere in esame l’atmosfera di crisi dell’io che è presente nelle due opere. Evidentemente questa crisi è uno dei presupposti de “The Waste Land”, anzi si è già detto che questa crisi coinvolge, per Eliot, in modo totalizzante il mondo occidentale. Per quanto concerne “La néva”, dall’amplio saggio che Brevini ha dedicato a “La néva” appunto, citiamo: «L’angoscia esistenziale ha vinto le certezze razionali, … verso l’interiore in cui il tempo è dissolto e gli affetti non finiscono mai. Intimità, memorie e sogno sono gli strumenti di una sciagurata resistenza alla precarietà ed all’iniquità dell’esistenza.». Ebbene questa indicazione di Brevini mi pare sostanzialmente condivisa con “The Burial of the Dead”; anche se la filosofia della crisi dell’io, in Eliot consiste in una crisi totalizzante del mondo occidentale (come citato precedentemente), mentre in Baldassari la crisi dell’io trova subito sutura nella presenza condivisa del mondo. Volendo fare una corsa in avanti, il superamento di questa crisi nelle successive opere di Eliot è favorita dalla prospettiva religiosa più dogmatica, confessionale (della chiesa anglicana, in particolare), mentre il superamento di tale elemento nelle successive opere di Baldassari è la prospettiva di una religiosità onnicomprensiva del mondo, della natura, degli uomini. In ogni caso nella produzione lirica di Baldassari, solo ne “La néva”, è così evidente come l’autore stia per essere vinto da una tensione, un’ansia interrogativa sulla propria identità personale; come non si ravvisa nelle precedenti e successive raccolte poetiche.
Tornando all’argomento, e come secondo elemento significativo generale, appare evidente la condivisione della tipologia compositiva delle due opere, ovvero una struttura nata per frammenti di istanti (anche per variazioni dinamiche, diacroniche): catene di sogni, memorie, che riaffiorino via via ottenendo momenti di illuminazione da un tempo altro, ma che divengano da subito condivisi nel tempo della narrazione. Per un esempio tra i molti possibili: « en caminé int al strêdi…», « u s’ha fat l’òmbra un cocal», « e’ vent giazê u s’à truvê…», per Baldassari; «L’inverno ci tenne caldi…», «L’estate ci sorprese…», «ci fermammo nel colonnato…», per Eliot. E così, questo andamento compositivo, evolve per entrambi gli autori tra gruppi di immagini che producono un senso di sospensione, spezzati da elementi concreti, riportati in luce dalla memoria (che è selettiva e quindi travisata in sogno dall’uomo). Questa atmosfera di sospensione, è ottenuta ne “La néva” con la tecnica del correlativo oggettivo, propria di Eliot, ovvero tramite le cose (oggetti, ma anche situazioni, ambienti, il tempo atmosferico, la neve appunto, la pioggia), la cui presenza permette l’oggettivazione dell’emozione attraverso il susseguirsi di paesaggi di cose, oggetti, nature. Permette oltre che la nascita, il mantenimento di una sospensione, a differenza del simbolo, il cui significato si compie solitamente in modo esplicito nel testo a cui appartiene. Nel saggio di Eliot del 1919 sull’Amleto di Shakespeare si legge “L’unico modo per esprimere una emozione in forma d’arte consiste nel trovare un correlativo oggettivo; in altre parole, una serie d’oggetti, situazioni, una catena di eventi che costituiranno la formula di quella particolare emozione”.
.

ellie davies


.

Significativo è come anche nella poesia di Eugenio Montale (anch’esso citato ne “La Campâna”) questo metodo, a partire da Le occasioni, venga utilizzato per travalicare la descrizione di uno stato d’animo, passando all’oggettivazione dello stesso; permettendo di unire contestualmente l’immutabilità della forma concreta alla sua permeabilità nella memoria umana.
Ne “La néva”, Baldassari, stira la maglia di questa teoria fino al limite, ottenendo quindi la sensazione, durante la lettura, di una memoria senza termine, infinita, perpetua o che si perpetua forse per sempre. Questo obbiettivo è raggiunto da Baldassari realizzando una cesura di significati tra un verso e l’altro, ovvero addirittura i versi, in special modo nei primi versi, non hanno coniugazione logica, narrativa, non un nesso di causa/effetto, ma una memoria associativa e drammatica: sensazioni che sembrano venire da altrove e che si depositano l’una sull’altra (come fiocchi di neve?). La sensazione di sospensione è regolata e limitata consapevolmente da Baldassari con squarci di figure o luoghi costituiti da una caratterizzazione reale, precisa (propria del correlativo oggettivo), anche citando persone reali (spesso con un nome proprio): “Töni e’ falignam”, “Sidin”, “e’ ba”, “e’ circo d’Piripicchio”, “Pia de’ Fin”…etcc. In Eliot: “dall’arciduca/ mio cugino”, “Marie”, etcc.. Tali elementi permettono agli autori di scongiurare il pericolo che l’andamento fratto produca uno spaesamento totale, tale da rendere vana la comunicazione dell’emozione stessa.

Dopo questi elementi significativi generali comuni: quello della crisi dell’io e quello compositivo delle opere, si vuole portare in luce la presenza di elementi di contatto puntuali tra le due opere, anche se è sempre imprudente e riduttivo, per entrambe le opere esaminate, cercare esatte sovrapposizioni. Tale ricerca, in cui si evidenzieranno solo alcuni dei molti esempi possibili, è però necessaria per circostanziare al meglio il senso condiviso della memoria.

a) L’Aprile.

April is the cruellest month, breeding (Aprile è il più crudele dei mesi, genera) – Eliot

l’abrìl ungn’è mai stê (l’aprile non c’è mai stato) – Baldassari

Evidentemente il primo verso de “The Waste Land”, uno dei più ricordati, addita ad una accezione negativa dell’aprile, il mese crudele di Eliot. In Baldassari, l’Aprile, citato al quinto verso de “La néva”, è il mese positivo della Liberazione, della epifania della Resistenza, che in tutta l’opera e il pensiero di Baldassari è un elemento caratterizzante la gioia, la gioia per la ripresa della vita civile italiana. La negazione di un elemento positivo come la liberazione tende quindi a far divenire negativo il mese di aprile che ci indica Baldassari.

b) La neve ed il suo caldo.

Winter kept us warm, covering
Earth in forgettful snow, feeding

(L’inverno ci tenne caldi, coprendo/ la terra di neve obliosa, nutrendo)

– Eliot

e’ chêld dla néva ch’la zircònda i mur
e’ spiàzz uss slêrga incóra 

(il caldo della neve che circonda i muri/lo spiazzo si allarga ancora)

– Baldassari

La neve diviene un elemento della memoria che non vale per il freddo, solitamente associato al tempo meteorologico invernale, ma associata ad un elemento di calore, di protezione. Sicuramente per Baldassari legata al ricordo materno della neve, come primo elemento del ricordo, come ci narra l’autore nella sua autobiografia “Qualcosa di una vita” (e la mamma che dice: “A vit, babin, cvela l’è la néva”). La neve tiene al caldo i defunti, di Eliot, li protegge in un qualche luogo della nostra memoria, li oblia alla realtà

c) La scivolarella.

And when we were children, staying at the arch-duke’s .
My cousin’s, he took me out on a sled,
And I was frightened. He said, Marie,
Marie, hold on tight. And down we went. 

(E quando eravamo bambini, e stavamo dall’arciduca/, Mio cugino, lui mi condusse in slitta,/ e io presi uno spavento. Mi disse, Marie,/ Marie, tienti forte. E giù scivolammo.)

– Eliot

i burdèl cun di zigh i fa la sbressa
un zet da néva 

(i ragazzi srillando fanno la scivolarella/un silenzio da neve)

– Baldassari

Il gioco dei bambini che scivolano sulla neve. La sospensione finale è data per Eliot con il lancio nel vuoto della slitta, mentre per Baldassari è il silenzio da neve.

d) Il suono della pietra.

And the dry stone no sound of water
(e l’arida pietra non dà suon d’acqua)

– Eliot

un sass ch’ui piôv in sò férm int la corta 
quel ch’a sen nun quânt a sunen e’ viulen

(un sasso che gli piove sopra fermo nel cortile/quello che siamo noi quando suoniamo il violino)

– Baldassari

La lettura dei versi sopra riportati basti a porre l’attenzione sulla differenza tra la terra desolata di Eliot, nei cui versi permane una dichiarazione di sterilità (la pietra non dà suono), ed i versi di Baldassari dove la pioggia crea sulla pietra qualcosa di vivo (la pietra suona colpita dall’acqua, come il suono di un violino quando sia usato dall’uomo). Naturalmente è condiviso anche il correlativo oggettivo dell’acqua/pioggia e della pietra/sasso, ma per Eliot sono segni sterili, aridi, e per Baldassari vivi, quanto, o più, l’uomo.

Si dà qui evidenza di quanto precedentemente indicato, ovvero che Baldassari trova nella stessa Néva, la sutura della sua stessa ferita interiore, attraverso quel mondo condiviso tra natura e uomo che è una delle basi delle successive opere di Baldassari.

e) L’Albero.

And the dead tree gives no shelter,

(e l’albero morto non dà riparo,)

– Eliot

u s’ha fat l’òmbra un cocal

(ci ha fatto ombra un noce)

– Baldassari

Ancora, valgano i versi citati ha evidenziare il punto di contatto, e nel contempo la differenziazione sostanziale delle due opere. L’albero è sì elemento naturale, ma senza alcuna clemenza per Eliot, mentre un elemento di protezione per l’uomo, di tutela.

In conclusione, anche se sono molti altri gli elementi che possono essere meditati. A cosa è servito questo breve excursus? Innanzitutto, ad un primo livello, a evidenziare la condivisione dell’uso della memoria associativa nelle due opere citate, al fine di sottolineare il respiro europeo dell’opera di Baldassari. Più addentro a metter in luce l’importanza de “La néva” e la profondità del suo autore, che ha elaborato la sua propria crisi dell’io in un opera che contiene in se stessa la sua stessa sutura. E’ stato, anche in modo preliminare e soggettivo, provato come ne “La néva” vi sono sì gli stilemi della crisi umana, ma anche le radici della sua stessa guarigione. In effetti ne “La néva” gli elementi di crisi sono presenti: «en ciamê quaicadun ch’u n’ha badê» (abbiamo chiamato qualcuno che non ha badato), come il Tiresia in “The Waste Land”, che predice il futuro, ma non è ascoltato. Ma certamente Baldassari ci dice « la néva ch’la ciutèss tot ignaquël/ e sota dêss la vósa par truvêss» (la neve che coprisse tutto/ e sotto a darci il richiamo per trovarci), per ritrovarci comunque tra di noi, e i fiocchi di memorie associative che i versi ci portano, depositandosi, formano il manto condiviso della nostra vita.

Alex Ragazzini

1 Comment

  1. Molto interessante questa comparazione. Ma forse l’uso del dialetto in Baldassarri è più vicino alla stagionalità della natura, ai suoi cicli e dunque anche a una sua possibilità di rigenerazione. Adone muore e viene sepolto, ma rinasce vegeto/ale in tutta la sua viride forza prorompente. Senza dubbio il grande Eliot parte da posizioni più concettuali e il correlativo oggettivo nasce da una predisposizione più astratta. Nei poeti dialettali mi affascina questa capacità affabulatrice, questa capacità di tirar fuori metafore che sembrano ardite con assoluta naturalità, come le patate che mio padre da bambino mi faceva estrarre dalla terra tirando la cima verde della pianta.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.