L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE o del vedere delle donne- Milena Nicolini: Un poemetto inedito di Annalisa Ballarini

riccardo filianoti

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Il lascito di Ulisse

A lei lasciava una promessa
coniugata in un futuro prossimo,
da tessere di giorno, quando gli alberi
erano mondi di silenzio
e le mani ordivano, solerti.

Il buio riavvolgeva le parole, declinate
in un’erranza incerta, mentre gli alberi,
inumani, meditavano

e lei riandava alla lettera iniziale:
alla bocca che l’aveva pronunciata.

.

Il sogno di Penelope

Ti ho sognato come si sognano i santi,
come cosa sacra che appare per fede
o per pazzia

-forsizia e tarassaco straniti
di un giallo improbabile, accesi:
pigmento unito a pigmento
piegati nel nimbo del santo –

e mi sarebbe bastata una rosa
per tornare
se l’oro non fosse fiorito
tanto puro
dove nascono le rose.

Nel nodo del legno il volto
trafitto indifferente trafigge

-vertigine di pollini –

In un pulviscolo d’occhi
mi disperde.

.

riccardo filianoti

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Circe

Finché giunse a Penelope
la voce suadente di una donna.
Valoroso guerriero, diceva…

-tu non sai
i miei giorni pronunciati come un mantra
né i respiri che misurano equinozi,
ho ampolle trasparenti, tu non sai,
dove mescolo l’inganno con code di chimere
per vedervi comete, io che conosco
il suono traboccante dalla grondaia, la persiana
delirante al vento, ti passerò
un capello nell’asola di un gesto
per incantarti i polsi –

Forse era solo il vento.1

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Meditazione degli alberi in una notte stellata

Tornare a sé, Penelope, tornare a sé, al nucleo
corruttibile, alla pulsazione puntiforme, contare
la propria carenza come gli occhi misurano
la distanza tra gli astri, tornare a sé
in un vuoto senza attese e farne grazia,
grazia neutra, e quasi gioirne, presenti ora e ora e,
più che mai, considerati mortali

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riccardo filianoti

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Gli interrogativi dell’aedo

Gli alberi la esortavano, dunque, a dimenticare?
Lei ne ascoltava la voce senza suono, potente
come un canto di sirena. Interamente mortale
è, dunque, colui che si affida a un sé
privo di speranza. che fa della propria carenza
un bisogno tanto presente da essere
percepito come tale in ogni istante? o tanto
vasto e richiedente da dover essere colmato
di ciò che si possiede? Penelope
guardava il mare farsi sempre più scuro,
permeata dalla voce senza suono, potente
come un canto di sirena. Aveva solo il cuore
e in quel vuoto – ora e ora – lo lasciò cadere.

 

Nausicaa

Non ti dirò della notte
che mi augurasti serena,
se mai ti rivedrò, un giorno,
di nuovo naufrago lontano,

di quella notte avvoltolata
lungo le mie braccia – era la notte?
o era forse il mare? – non ti dirò del mare
emerso dai tuoi occhi, eroe multiforme,

quando ti accolsi sulla spiaggia senza temere
i tuoi abiti di sale – era il mare?
Cos’altro poteva essere? – Allora
ebbe inizio la mia mutazione,
come armonia che sulle corde avanza
in continuo modulare: un giorno
saranno nuovi i canti! – Erano forse
le palme delle mani, sognate,
del giovane a me promesso? – Ti parlerò
del temporale, invece, che all’alba benedisse l’aria
e della luce piena, svelata, che seguì.

(Nausicaa dalle bianche braccia avanzava ornata di gelsomini…)

 

La supplica di Calypso a una sconosciuta
Dammi la mano

ora parlalo tu, che hai voce di donna, il verbo
di Calypso, di colei che replicò inascoltata –Amore –
a chi volle rendere al mare la sorte di Ulisse, tu
che stringi nel palmo un addio: di’ il canto senza fine
dei fiumi di Ogigia, di’ che Calypso ancora
e ancora ha fede nell’Amore Immortale…

Ulisse
Ciò che temevo era accaduto. Seduto a un tavolino della caffetteria, compresi che non c’erano più: tutte quelle donne, persino Calypso l’Immortale, non c’erano più. Neppure del mio viaggio era rimasta traccia, per non parlare del mare. Da lì non lo si poteva nemmeno immaginare: quella sarebbe potuta essere la piazza di una qualsiasi cittadina dell’entroterra. Solo i pini marittimi e un paio di palme malmesse ne tradivano l’indole. Non c’era più nessuno. Loro se ne erano andate e presto me ne sarei andato anch’io, ma dove?
Mi rivolsi a un cameriere. “Qui non si può fumare? Non c’è un solo portacenere sui tavoli”. “Certo” rispose “si può. Li togliamo perché li rubano.”
Non credo che mi abbia sentito mentre mormoravo: “Allora qualcuno ha rubato Itaca”.

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riccardo filianoti

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Amo questo poemetto, inedito, non titolato e forse incompiuto – che però io sento tremendamente concluso: da una donna, come sanno a volte tremendamente concludere le donne. Vedendo così da vicino che, appunto, il loro occhio va oltre la lente terminale del cannocchiale.

Penelope.  E’ lei il “lascito” di Ulisse, è lei stessa l’incarnazione della “promessa” – bugiarda nel suo coniugarsi ad “un futuro prossimo” – che l’ha trasformata, quella Penelope che era esistita di necessità propria, di individualità intangibile e distinta da lui-Ulisse, in una perenne tessitrice della tela dell’attesa di lui. Duplice, antitetica, bugiarda tela: “di giorno” ordita (il termine è preciso: si tratta dell’ordire degli inganni, degli agguati, dei tradimenti) – ma, attenzione!, neanche sono nominati i Proci, e l’inganno canonico a loro detrimento. Contro chi allora è ordita la tela con mani “solerti”? Contro la voce di verità degli alberi, che di giorno sono “mondi di silenzio” nel chiacchiericcio degli umani. Contro la consapevolezza dell’inganno odìsseo che si affaccia di notte, quando gli alberi – universo che tutto abbraccia e contigua del globo 2, inumanamente, nel potente senso che Lispector ha dato alla parola in La passione secondo G.H. e cioè strettamente interconnessi  e medesimi col tutto materico– offrono la loro meditazione e accompagnano nel buio il disfacimento della tela di Penelope, che sta a significare la sua indagine critica che riavvolge il filo delle parole di lui, “declinate/ in un’erranza incerta”, dove ancora il termine scelto si apre al duplice significato di un’“erranza” come esperienza di un vagare senza meta e scopo, e come errore, inganno, dispersione. E le parole erranti di lui si fanno tutt’uno, carnali, col corpo assente di lui, ridotto ormai solo alla bocca che le ha pronunciate, che ha promesso una bugiarda promessa. Però, anche se non arrivasse mai il giorno che acceca la meditazione, comunque Penelope è invischiata nell’inganno: della tela, di Ulisse, dell’amore.

Perché  Penelope comunque ama. E comunque sogna l’amore che ama. Sacro. In estasi visionaria, metafisica e carnale, come amano le mistiche: “cosa sacra che appare per fede/ o per pazzia”. La sacralità scardina la ragione e l’oro purissimo dell’aureola del santo-amato trasfigura la realtà (“forsizia e tarassaco straniti,/ di un giallo improbabile accesi”), anche se la donna che ama non se ne fa separare del tutto: l’oro che fiorisce a lui-santo come a Re Mida viene da fiori; e un residuo differente desiderio della donna di “tornare” a sé, si esprime ancora attraverso un fiore, “una rosa”, impedita e invasa – certo – nel suo “dove” dall’oro. Un oro “tanto puro” che fa dell’ amato-santo un cristo crocefisso, anzi un “volto” emergente nel “nodo del legno”. Quale “legno”? Di una croce? Del fusto del roseto? Mi piace pensare, qui, invece, che si tratti di quella grande ‘o’ di legno di cui parlava Shakespeare, del palcoscenico, mondo vuoto e spoglio, ma totalmente compiuto dall’immaginazione di chi guarda, dalla sua emozione, dal suo farsene trascinare alla veggenza. Veggenza della finzione. Questo “volto” quasi di cristo “trafitto”, infatti, “trafigge”, e non solo: “indifferente”. Se c’è “vertigine” amorosa che afferra la donna Penelope, però i “pollini” non solo resteranno infecondi, ma la faranno implodere-esplodere, disperdendola nel niente.

Non a caso l’autrice ha messo in exergo al poemetto alcuni versi di Wallace Stevens che qui acquisiscono un forte significato ermeneutico per il suo senso:

Era poi Ulisse? O era il calore del sole

Sul guanciale? Il pensiero le batteva dentro come il cuore.

I due continuavano a battere insieme. Era solo il giorno.3

Circe. E qualcosa cambia. Arriva a Penelope da una donna “la voce suadente” – capace di condurre dove lei vuole, voce-maga, ma soprattutto capace di convincere: lui-l’avventuriero, certo (peraltro molto disposto a farsi sedurre), ma anche lei, la fedele-dell’attesa, anche se per adesso lei ascolta come fosse solo una fantasia del “vento”. Circe è potente, una donna che affronta alla pari il “valoroso guerriero”: padrona del proprio tempo-respiro, che misura sul ritmo di formule sacre in precise scansioni naturali – “equinozi” e “comete” – che controlla, quindi, ma nel rispetto di una  devozione che è al contempo preghiera e meditazione; mescola e manipola “inganno” e “chimere”, in un modo che “tu non sai” –gli dice- perché l’intento suo è di arrivare a vedere ciò che davvero  c’è nelle “cupole di cielo”: la impalpabile misteriosa – forse metafisica –  “polvere” delle comete, così come già lei sa, vede, conosce le piccolissime, apparentemente insignificanti –per il “valoroso guerriero” – cose del più comune quotidiano (“il suono traboccante dalla grondaia, la persiana/ delirante al vento”). Che lui non ancora ha imparato a capire nel loro profondo significato: ecco perché sarà facile incantargli i polsi, legandolo con un semplice capello in uno qualsiasi dei suoi tanti gesti dispersivi, estranei al nocciolo delle cose.

I saggi alberi. Quel “vento” che ha portato Circe da Penelope, sono  gli alberi a dirigerlo coi loro semi alati, di ramo in ramo, di tronco in tronco, di mare in mare. E se Penelope ancora non ha capito il messaggio di Circe, sono loro a farsi direttamente saggi veggenti: è necessario “tornare a sé”, cioè alla semplice realtà umana, alla “propria carenza”, che non ha garanzie divine né può sottrarsi al destino del disfacimento, ma che esiste nel mistero dell’assoluta irripetibile individualità (trovo bella quest’immagine dell’individuo cuore come “pulsazione puntiforme”), le quali cose una totale consapevolezza sa “contare” e misurare con esattezza, come “la distanza tra gli astri”. “Tornare a sé”, cioè liberandosi delle “attese”-chimere che, come i sogni amorosi e le promesse odìssee, non riempivano il vuoto, ma lo sprofondavano infinitamente senza possibilità di conoscerlo e in qualche modo di contenerlo, configurarlo, perimetrarlo. Possedere il vuoto, fino a “farne grazia”, qualsiasi cosa possa essere per una donna questo trasformare il vuoto della realtà che ha trovato in sé: “grazia neutra” è un indizio, di nuovo riportandoci in quell’indistinto materico di Lispector dove tutto è in con-tatto e convive ed è divino, comunque divino. Il vuoto si riempie del tutto. Fino “quasi gioirne”, sentendo infine la potenza – infinita, atemporale – e l’importanza di ogni singolo attimo nel suo esistere: “ora e ora e”. Che non cancella la loro morte, la loro finitezza. Ma – e mi si permetta qui di citare per l’ennesima volta Lispector:

“Il mondo non dipendeva da me (…) il mondo indipendeva da me, e non capisco ciò che vado dicendo, mai! mai più comprenderò ciò che dirò. Perché, come potrei parlare senza che la parola menta per me? come potrò dire se non timidamente: la vita mi è. La vita mi è, e non capisco ciò che dico. E allora adoro…………………………………………………………………………………………………………………………………………….”  4   

Penelope raccontata. E’ così forte e difficile la proposta degli alberi che lo stravolgimento di Penelope ci è

mediato dall’aedo, dal canto della poesia, possiamo osare pensare dalla poeta stessa Annalisa Ballarini. Perché da adesso in poi tutte queste donne odìssee, messe in contatto tra loro dal vento trasportato dagli alberi, diventano quasi una sola, non cassando di ognuna il proprio modo d’essere, ma congiungendosi insieme nella nuova tessitura della consapevolezza reciproca e sororale. Trovarsi, sa Penelope, significa non solo staccarsene, ma proprio dimenticare  Ulisse. Questo dice “la voce senza suono” che gli alberi fanno circolare, e pare tremendo nelle sue implicazioni: chi lascia svanire ogni speranza, ogni illusione che trapassi la realtà si ritroverà “interamente mortale”, interamente di qua nel mondo, dove il limite, la mancanza, la “carenza” saranno la costante consapevolezza di un bisogno inappagato. A cui riversare solo, per necessità disperante, “ciò che si possiede”, ciò che davvero ci sta tra le mani, anche se milionesimamente inutile, piccolo, dappoco. Ma che pare abbia comunque la capacità di colmare. Il mondo si spoglia delle lucentezze dell’oro, Penelope guarda “il mare farsi sempre più scuro” dentro la terribile “voce senza suono”. Che però è “potente” e in modo nuovo porta un “canto” magico, quello delle sirene. Penelope allora lascia cadere “in quel vuoto” l’unica cosa che possiede, “il cuore”. E quel vuoto subito si moltiplica di tanti “ora e ora”, ognuno differente, essenziale, per sempre unico ed irripetibile.

La mutazione di Nausicaa. Ormai, come in un arpeggio che fa scorrere le dita da una corda all’altra, le donne odìssee accorrono nella “voce senza suono” e si dicono come una sola. Nausicaa ricorda, ormai passata oltre, quell’incontro con il naufrago dagli “abiti di sale”, quello spontaneo accoglierlo “senza temere” gli occhi da cui emergeva il mare, perché quale mai altro poteva essere il suo segreto se non quel mare che si lasciava alle spalle? E ricorda la notte immediatamente seguita accesa di sconosciuta passione, quando, “avvoltolata/ lungo le mie braccia”, neanche capiva cosa le stava succedendo. Lui, Ulisse, le aveva augurato una notte “serena”, quasi un sortilegio, da “eroe multiforme” quale lui era, che aveva dato inizio alla sua “mutazione”. In donna. Donna innamorata. A cui si concretizzavano per la prima volta “le mani, sognate” dell’amore. A cui presto, però, caddero i gelsomini che ornavano le “bianche braccia” e le molli membra. Ma non gli rivelerà, se mai lo incontrerà, di nuovo naufrago, Ulisse, le emozioni intimissime di quella notte, né la fascinazione che l’aveva avvolta dagli occhi di lui. No. Anche la purissima eterea fanciulla che lo aveva accolto, ora donna, sa. Perché dopo quella notte di passione sognata, venne la tempesta. Dolorosa. Ma “che all’alba benedisse l’aria” e fece seguire una “luce piena, svelata” e svelante, aggiungo io. Di questo potrà, sì, parlargli.

Il rimpianto senza fine di Calypso. La ninfa si rivolge a un “tu, che hai voce di donna”,  come a colei che è ora nel ruolo di chi parla “il verbo” d’amore che era stato suo. Inascoltato da chi restituì Ulisse al mare: più che gli dei canonici dell’ingiunzione alla ninfa qui pare trattarsi di un’entità strettamente connessa all’eroe, suo destino, sua sorte, suo carattere istintuale. Ma Calypso non si pone in antitesi a questa donna: “dammi la mano” le chiede ed è una congiunzione emozionale profonda, un affidamento del proprio amore. Poi, quasi leggesse da zingara quella mano, “stringi nel palmo un addio”, le predice. Oppure semplicemente anche questo le affida, con l’amore: il proprio dolore dell’addio; che è poi la stessa cosa, se questo addio pare la conclusione inevitabile dell’amore di tutte le donne odìssee. E infatti, forse, a tutte le donne odìssee Calypso si sta rivolgendo col suo lascito immortale: “il canto senza fine/ dei fiumi di Ogigia” e la “fede nell’Amore Immortale”. Potrebbe sembrare una contraddizione, dopo che la “voce senza suono” ha così ben pontificato contro  “attese” e “speranza”. Potrebbe sembrare un insensato voler rimanere nella condizione di chi poi sarà di nuovo deprivato dell’illusione e ricacciato nella condizione dell’addio. Ma ci sono delle gigantesche maiuscole – “Amore Immortale” – e la sordina dei puntini di sospensione. Ironia consapevole, come uno strizzare d’occhi? Non così improbabile, dato quello che segue. Ma potrebbe anche semplicemente riprendere e chiarire quel “cuore” di Penelope, ultimo residuo di sé, che lei lascia cadere nel vuoto da colmare. Maiuscolo ed “Immortale” allora l’“Amore”, perché ben altro e più vasto di quello dedicato al singolo eroe Ulisse: universale, aperto, senza spegnimento possibile, perché mai finisce l’oggetto universo a cui si rivolge…

Ulisse ondivago. Tutte le sue donne sono sparite, gli hanno voltato le spalle. Il fascinoso eroe, seduto da solo a un caffè di una scadente stazioncina balneare, in una squallida piazzetta dove neanche arriva l’odore del mare, senza nemmeno più una meta, si chiede se davvero mai c’è stata una qualsiasi Itaca nella sua vita. In prosa. Che più si addice allo sfocamento del finale.

Milena Nicolini
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riccardo filianoti

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Note al testo

1 Con qualche modifica questo testo è presente nella silloge di Annalisa Ballarini, Specchio a figura intera, LietoColle, Como 2017

Oggi finalmente cominciamo a capirne e vederne qualcosa, grazie a studi e divulgazioni come quelli di Stefano Mancuso, ma i più antichi o ‘primitivi’ – decisamente nel senso di un rapporto immediato con la natura – già ne conoscevano molto.

Wallace Stevens, Il mondo come meditazione, a cura di Massimo Bacigalupo, Guanda 2010

Clarice Lispector, La passione secondo G.H., Feltrinelli, Milano, 1991, p.164

4 Comments

  1. Ringrazio Fernanda Ferraresso, che ha ospitato questo mio poemetto insieme alle immagini di un giovanissimo fotografo, mio figlio Riccardo. Ringrazio Milena Nicolini, che vede oltre la lente terminale del cannocchiale e che, con le sue parole, ha dato voce ai significati più profondi delle mie poesie, compresi quelli a me sconosciuti.

  2. La fine di Ulisse scritta da un’anima femminile…Ulisse solo, abbandonato nel suo squallore prosaico, senza riscatto.
    Bellissimo poemetto che racconta una nuova Storia.
    Complimenti!

  3. due momenti compiuti: il procedere lirico di Penelope e lo stare in regresso di Ulisse. Esperienze dell’abitare il tempo e le relazioni definite benissimo nella scrittura

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