INTERVISTA: Alessia Bronico- Antonio Alleva, la parola della Resistenza.

gran sasso

.

Alleva è un poeta che canta e incanta, lo fa dall’esilio, ci parla dal villaggio. Un villaggio che mi sembra così familiare, sarà l’essere della stessa terra, un Abruzzo esotico, gentile e a volte insolente. Sarà la lingua che suona così naturale persino nella mia bocca. Alleva è un poeta raffinato ed equilibrato, dal suo rifugio ai piedi del Gran Sasso racconta della terra che trema, degli umori e dei dolori. Insegna a comprendere che quando tutto crolla non necessariamente bisogna ricostruire: a volte le macerie vanno lasciate, a volte bisognerebbe spostarsi, non riedificare o edificare ancora, ma migrare. Perché è la natura imprevedibile che dirige, dovremmo assecondarla. La parte centrale della raccolta, quella in vernacolo, è la più intensa e confesso di essermi ritrovata nella dimensione del paese, di essermi rivista bambina sulle scale di una chiesa a chiacchierare, perdere il sonno. La poesia di Alleva è catartica perché allena a stare nell’illusione, ad assecondare il verso che sopraggiunge dopo la fatica, anche quando la festa è altrove, sempre per altri. La poesia di Alleva è delicata, è carezza anche quando dice la verità, quando ci ricorda che è possibile fare poesia fuori dai social media ed essere nella realtà, stando nella dimensione antica, tradizionale e assolutamente umana. Stando nel tempo.

Antonio Alleva canta e incanta.

.

Intervista

  1. Di recente è scomparso il poeta Christian Tito, hai un ricordo, un verso che ti lega a lui?

Purtroppo non lo conoscevo. Solo in occasione della prematura scomparsa ho saputo del suo legame con Nino Iacovella, mio fraterno amico. E che c’era anche lui a Milano, lo scorso novembre, alla presentazione di “Ultime corrispondenze dal villaggio”.

  1. Cos’è che bisogna << soffiare, soffiare, soffiare>>?

Occorre soffiare sulle ustioni del mondo, e sulle ustioni che il mondo – da che mondo è mondo – produce in noi. Occorre soffiare sull’assurdo, rovente impasto di cui siamo fatti, ingredienti agli antipodi che confliggono violentemente: ma che possono anche fondersi in mirabili altezze: da un lato i nostri istinti animali con gli orrori che ne conseguono, dall’altro le nostre sofisticate elaborazioni culturali che ci innalzano sino a sfiorare la barba di dio. Orrore e genio nella stessa dimora, è il mistero che ne governa l’intreccio, a me sembra un clamoroso errore di progettazione.

  1. Com’è stato scrivere versi in dialetto?

La lingua degli avi, il dialetto. Che preferisco chiamare in «nostra lingua». Mi pare più preciso. Di solito, in letteratura il dialetto viene usato nel modo più ingenuo (escludo chiaramente i settori di primissimo piano della poesia italiana che da decenni ha curato sopravvivenza e nuove fioriture…) Lo si usa per esprimere nelle varie forme e sfumature la nostalgia, uno dei più potenti palpiti del cuore: nostalgia dell’infanzia, della giovinezza perduta, degli amori finiti, del borgo natio… o anche per immortalare calde emozioni evocate dal paesaggio, oppure per umoristici acquerelli vernacolari. Rispetto profondamente chi utilizza così la lingua degli avi (ossia quel che ne rimane dopo le mutazioni subite nel tempo). Ma il canto dei sentimenti, di quel che fu e non è più, del dolore del ritorno e della finitudine, non mi appartiene. Lo ritengo un campo di combattimento compassione monco, manca l’oltre: sfiorare dio nel campo aperto successivo, non stancarsi di chiedergli – accogliendo ma rompendo le catene delle dolci sirene del ricordo – perché nasciamo senza volerlo e senza volerlo dobbiamo morire. Perché dovremmo alzare bandiera bianca dinanzi a tale nonsenso della condizione umana? Può sembrare ingenuo, lo so. A me continua a sembrare di no. E sono convinto che durante questo cammino, occorre imparare a recidere persino le proprie radici, a portarsele dentro puntando dritto per dritto verso l’altrove. Ecco, a partire da tale visione, il dialetto mi prese per mano e mi bisbigliò di provarci: a dire con la sua superiore potenza espressiva un ventaglio più ampio dell’essere e del sentire.

Per rispondere alla domanda più compiutamente, occorre ricordare il crimine commesso da scuola e famiglia tra la fine degli anni ‘50 e i ‘60 quando, abbacinate dal boom economico e dal mito del nuovo, ci impedirono fin da bambini di usare il dialetto definendolo un «parlare sporco».

  1. Tu scrivi che la poesia è una «strega che rovina la vita», e come sono le streghe, Antonio?

Naturalmente una faccia della medaglia. Chi scrive sa, come lo sanno tutti gli artisti, che in certi giorni si vorrebbe “sentire” in modo diverso, essere semplicemente uomini, tra gli uomini fare volentieri a meno del diavolo interiore che non si accontenta e smania. Nel mio caso la strega di quei giorni si chiama Gërtrud, suono che scelsi per esprimere la depressione (e il disagio e la sofferenza che comporta): Gërtrud è un suono nordico, duro, ostico, ricorda un’austera, algida signora in nero, ma vera tiranna e in quei momenti non consente nessuna fuga. È l’esatto contrario di Lisann la signorina paziente che la sera ci apre e ci nasconde.

  1. Bisogna appartenere per allontanare l’appartenenza?

Certo, anche questo risulta dato di fondo della condizione umana: per superare, senza semplicemente schivare, bisogna affrontare intensamente ciò che intendiamo superare. Attenzione, però: chi vive a proprio agio nell’appartenenza è esonerato dall’allontanarsene. Ci mancherebbe. Quando invece l’appartenenza ci risulta monca e foriera di inquietudine, sarà bene chiuderci i conti, elaborarla fino al sereno congedo. Dirottando altrove l’inquietudine.

“Ultime corrispondenze dal villaggio” segna esattamente questo passaggio.

.

Risultati immagini per antonio alleva ultime corrispondenze dal villaggio

.

  1. Che vuol dire essere un poeta del villaggio?

Godere di un privilegio: poter continuare a vivere il quotidiano accanto alla màdia e agli schietti sentimenti e valori di un tempo, e all’unisono poterlo usare come altare da cui guardare – con più lucido distacco – il crinale smottato dell’Occidente. Ivi compresi scintillii e tragedie del villaggio globale.

  1. L’Abruzzo e Nocella di Campli sono i luoghi presenti nella raccolta. Qual è il tuo legame con il Gigante che dorme?

A me non piacciono i riferimenti biografici. Tant’è che non ho mai usato né riferimenti geografici né nomi reali. Persino nelle dediche, una esclusa. Sono persuaso da tempo che la «letteratura vivente», come mi piace chiamarla, deve tendere sul serio alla piena sparizione dell’Io e del suo habitat autobiografico. Il Gigante che dorme, ad esempio, mi suona espressione lirica, rimanda alle lingue degli indiani d’America, mi suggestiona… ma come vedi nemmeno qui cito il nome reale della montagna cui ti riferisci, né la catena in cui svetta, figurati le melodie che ha ispirate e ispira. Il Gigante che dorme per me e simbolo di una mera regione geografica, che sia la mia, dell’io biografico, risulta del tutto secondario e poi non amo la montagna, i suoi riti, i suoi miti.

  1. Lascia a chi legge: un poeta, una poesia, una parola.

La parola: Resistenza.

Tre poeti (solo uno non ce la faccio): Szymborska, Carver, Ungaretti.

Tre loro frammenti:

[…] ogni tanto, ogni 25 minuti circa,
sento 30.000 voci riunite in un solo grido.

[…] la limpida meraviglia
di un delirante fermento…

[…] la poesia/ cos’è mai la poesia?
Più di una risposta incerta
è già stata data in proposito

ma io non lo so, non lo so

e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.

.

gran sasso

.

LI CHJACCHJARATE ‘NGHE BATINE

(Sentirsi fuori dalla festa)
Stame simbre lundine da la feste, Batì,
lundine, e fore:
ca ce sembre simbre chë la feste
sfiamme, arcrëje l’iddre addrove.
Allora so sfuggëtë l’uccasionee
me so venute allucà ‘ngërne a stu rnuratte
accande a sta belle capanne de purnmadore, accande
a tutte lli hore chë cià passite Piere, Piere d’Andoniette,
pë falli era ce bille, pa’rgalalli a lu patrone dëll’horte,
a lu zëje, a Màrje su Pëstoje.
Allore me so venute allucà ‘ngëme a la Tour Eiffel, Batì,
e ‘nmezze a llu ponde ju balle a Istanbùl,
allora me so venute allucà a Dubbai, ‘ngërnc a llà terre che gëre
e arcoje lu vende
allore më so vënute allucà sopre a stu vespre rose e cëleste
e tò, fattëla pure tu na bbuccate de fëne staggione:
jë aè mije c’arsfugge l’uccasione,
chë chjute l’ucchje e m’allundane – Batì,
chë nern’rna joggne pure jë
a stu rusarje chë më sta sgranenn lu core.

.

LE CHIACCHIERATE CON SABATINO

(Sentirsi fuori dalla festa)
traduzione letterale
Siamo sempre lontani dalla festa, caro Sabatino
lontani, e fuori:
che ci sembra sempre che la festa
sfiammi, gratifichi gli altri altrove.
Allora ho sfuggito l’occasione
e son venuto a sedermi sopra a questo muretto
accanto a questo bel filare di pomodori, accanto
a tutte le ore che gli ha dedicato Piero, Piero di Antonietta,
per farli crescere belli, per regalarli al padrone dell’orto,
a suo zio, Mario di Pistoia.
Allora son venuto a sedermi in cima alla Tour Eiffel
e in mezzo a quel ponte giù a Istanbùl,
allora son venuto a sedermi a Dubai sopra alla torre che gira
raccoglie il vento
allora son venuto a sedermi su questo vespro rosa e celeste
e tiè, fattela pure tu una boccata di fine stagione:
io è meglio che risfugga l’occasione,
che chiuda gli occhi e m’allontani – caro Sabatino,
che non mi aggi unga pure io
a questo rosario che mi sta sgranando il cuore.

dico scirocco dico soffiami sugli occhi
dondolami nell’aria salvia e celeste
                                                  sgonfiami
da botti e risonanze sgonfìami
da tutta questa stanchezza
soffia sull’infantile anelito a sorreggere i corpi
a volerli salvare tutti, porta per porta,
a voler essere io il vero, magnifico, liberante dio
e soffia su questa montante precisa follia
che non s’è accontentata della percezione del sangue
ma mi ha voluto spingere
                                                fin dentro l’assurdità della sua sorgente.

 

Alessia Bronico

.

Note sull’autore

Risultati immagini per Antonio Alleva

Antonio Alleva è nato e vive a Nocella di Campli (TE). Ha pubblicato Le farfalle di Bartleby (Tracce 1998, Carnaiore Proposta 1999), Reportages dal villaggio in 7 poeti del Premio Montale 2000 (Crocetti 2001) e La tana e il microfono (Joker 2006). Presente in antologie, riviste, volumi collettivi, tra cui Ombre come casa salda. Il purgatario letta dai poeti Canti I-IX (II Ponte del Sale 2009). Nel 2014, sempre per Il Ponte del Sale, ha curato insieme a Patrizia Vernisi il volume postumo di Raymond André, Rue des étranges. Ultime corrispondenze dal villaggio (II Ponte del Sale, 2017).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.