IL TESTIMONE- riflessione di Paolo Gera su una poesia di Fabrizio Bregoli

 

  haneul kim 

 

Riflessione di Paolo Gera su una poesia di Fabrizio Bregoli, introdotta da una poesia di Piero Marelli

 

Abito una geografia di nebbia perpetua.
Qui non esiste neppure l’attesa, sono un’orbita sconsolata
che gira e non sa dove vuole andare, completata
da occhi cavi e ininterrotti, perché questo è il solo modo
per dimenticare, l’idea della felicità passata un modo
per mentire a se stessi, nel luogo che non ha fame
né sete, calma in questa quiete che è l’insulto
all’eternità, facce imperiali che qui, come nei musei,
hanno perso il loro naso, bambini sciocchi che hanno ragnatele
come occhiali, una pianura senza vento
dove l’unica cosa d’imparare è il silenzio,
cedendo a una solitudine come ultima ricompensa.

Continuando a credere in quelle parole che hanno bisogno
di misurarsi con gli sguardi prima della loro scomparsa
nei giorni sottili dell’abbandono, mancando il respiro
che era la mia dedizione impossibilitata a essere un’altra
e tu cerca un altro pensiero, nella figura dei vecchi
che non vogliono andarsene, nella sedia lasciata vuota,
nel vestito nuovo lasciato nell’armadio: possono essere loro
le domande nella vena profonda del tuo rimorso, ma, adesso,
ascolta, siediti vicino al fuoco e non ricordare,
c’è un’altra vita da vivere, altro tempo da consumare,
gli dei non vogliono la mia ombra e quella faccia,
che rivedrai nello specchio in fondo al corridoio,
sarà quella di un’altra e sarà in questo modo che le ore
torneranno a spiegarsi, chiuse nel cerchio del mio ritorno,
nel secondo respiro per essere ancora signora delle farine
e del pane, delle pietre che non muoiono. Non aspettarmi.
Sono una consuetudine pronunciata dalla distanza.

Piero Marelli, da “Il respiro di Alcesti”, PM edizioni, Verano Brianza 2017

 

Hai ragione, Piero, siamo alberi
spicchiamo frutto, da radici che
non ci appartengono, o meno ancora
saprofiti che ineriscono a schegge
di corteccia, ad una cruna di verde,
e come dici, poesia è questo
porgere la mano, sperare prossimo
il cambio della guardia, e continuare
nella corsa, passare la staffetta
già sapendo la meta irraggiungibile
fragile la parola, perché l’unico
eterno che perdura è l’impossibile.
Perfetto nel non darsi.

Restano mani abrase, franto il fiato
l’orlo di buio che ci ha arato il viso.

Fabrizio Bregoli, da “Diversa densità degli infiniti”, in “Zero al quoto”, puntoacapo edizioni, Pasturana 2018

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haneul kim aka


haneul-kim.

La poesia del chiamare in causa, dell’evocare un complice, reale o fittizio, da portare con sé come compagno di viaggio nella navigazione sulla pagina che via via si scrive, ha origini antiche e illustri. In poesia se si evoca un nome diverso dal proprio è per odio o per amore, per dileggio o per fratellanza. Nella poesia epigrammatica greca e latina l’acredine si spreca e arriva, attraverso un filone mai sopito, sino alla ferocia anche autocritica di Pier Paolo Pasolini (”A me stesso”). Dante in “Guido, io vorrei…”, scrive versi che sembrano d’occasione, ma che, a ben guardare, evocano in maniera soave la comunanza spirituale dei poeti stilnovisti. Arsenio, interpellato da Montale, non è una figura reale, ma un correlativo oggettivo personale (“oh troppo noto delirio, Arsenio, d’immobilità…). L’Ellie di Sanguineti in “Laborintus” è un principio archetipico e una riflessione sulla propria complessità organica e psichica (”riposa tenue Elllie e tu mio corpo infatti tenue Ellie eri il mio corpo”). Ma se cerco un’apostrofe di uguale ascendenza, che possa legarsi alla recentissima poesia di Fabrizio Bregoli che qui propongo, non può venirmi in mente altro che il “Vero è ben, Pindemonte!” di Ugo Foscolo ne “I Sepolcri”. C’è la stessa convinzione che due amici si siano parlati e confrontati realmente. C’è la stessa tensione etica, c’è il riflettere sul valore salvifico della testimonianza. C’è il tema della religione delle illusioni, del continuare prometeicamente nell’assurdo tentativo di preservare una scintilla- il senso, la memoria – e di trasmetterla a chi prenderà il nostro posto, anche se si potrebbe pensare che ogni sforzo sia vanificato dall’inerzia della vita e dall’impossibilità della durata. Il Piero che ha ragione del primo verso e che ha scritto la poesia iniziale, ha un’identità biografica ben precisa. Si tratta di Piero Marelli, poeta brianzolo, anche dialettale, traduttore dei poeti Provenzali e delle “Elegie duinesi” di Rilke, attento conoscitore del mito greco e capace di declinarlo sia nella dimensione di lettura della poesia che in quella del movimento di parola e corpo del teatro. L’avere ragione non è un’asserzione totalizzante, è un punto di partenza da cui si dipartono invece le trame del ‘ragionare’ sull’oggetto che accomuna Fabrizio e Piero, ovvero la ricerca poetica come facevano i provenzali e gli stilnovisti. Scrivere poesie sulla poesia è di nuovo pratica antica e il delineamento di uno spazio archetipico offre la spinta metaforica essenziale alla parte iniziale del componimento. Gli uomini, si scrive, sono alberi e questo tentativo di coglierne la naturalità contraddice l’artificio di ogni pratica umana, dunque anche della scrittura e lega invece l’atto dello scrivere alla fissità e alla casualità del ciclo biologico. Gli scrittori non sanno dove ha radice la propria ispirazione o addirittura questa si innesca sul cascame della materia in decomposizione. Eppure tutto si ricostituisce in un nuovo butto, in un innesto che per garantire  la nuova fioritura, deve essere compiuto a regola d’arte. In“ Hai ragione Piero”, accuratissima è dunque la raccolta delle parole, come la ricerca del loro posizionamento all’interno della struttura compositiva. “Cruna di verde” segna il passaggio dalla riflessione sulle insorgenze naturali a quella sulle attitudini che possono dirsi semplicemente e puramente umane. Cruna è un passaggio strettissimo, è una prospettiva difficile di speranza, è un’invocazione di umiltà. La seconda parte della poesia questo offre: non il gesto egoistico del singolo, ma la partecipazione collettiva, l’impegno assiduo in un’impresa di custodia e di trasmissione. Io non sono un maestoso albero, ma sono il reticolo dei licheni che ne ricopre la corteccia. Io non sono l’alchimista che crea un homunculus che gli obbedisca e possa mostrare al mondo stupefatto sino a quali altezze di creatività abbia saputo spingermi. Io sintetizzo l’oro non per accumularlo nella mia cassaforte, ma per spargerlo gratuitamente e per rinnovare il mondo. Non è vero che l’oro è perenne: viene smangiato giorno dopo giorno. Uno da solo non può farcela. Siamo in una staffetta – forse in quest’epoca di egoismo e di catastrofi più che in altre – e per arrivare al traguardo irraggiungibile dobbiamo passare il testimone a un altro. Anche la forma della poesia di Bregoli, sospesa tra il tributo alla tradizione e la spinta verso una nuova ricerca, indica la conservazione della memoria, il passaggio, la tensione verso il futuro.

La coppia finale di endecasillabi, allitterazioni dolenti e parole scabre, ci parla di questa fatica assurda, ma irrinunciabile. La realtà ci porta via la pelle e ci sfiata, ma il buio che viene ad ararci il viso ci prepara per una nuova semina.

La poesia è inclusa nella nuova raccolta di Fabrizio Bregoli, “Zero al quoto”, nella sezione “Amba Alagi”. Per chi volesse avere una visione più ampia dell’opera in questione, rimando al link:

https://golfedombre.blogspot.com/2018/09/paolo-gera-recensisce-fabrizio-bregoli.html

https://golfedombre.blogspot.com/2018/09/paolo-gera-recensisce-fabrizio-bregoli_6.html

 

Paolo Gera

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3 thoughts on “IL TESTIMONE- riflessione di Paolo Gera su una poesia di Fabrizio Bregoli

  1. Pingback: Su “Carte Sensibili” | La poesia di Fabrizio Bregoli

  2. Ringrazio Paolo Gera per lo spazio che dedica sempre alla mia poesia, la sua costante dedizione critica al mio lavoro poetico. Questa sua nota di lettura centra il senso autentico dei miei versi e per questo gliene sono grato e debitore.

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