ET IN MARGARIA EGO. Operazioni teurgiche sul territorio- Note di lettura su Madre Marghera – Lucia Guidorizzi

 

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“Madre Marghera” è il profondo atto d’amore di Antonella Barina per quel territorio ostile e al tempo stesso sacro, pieno di oscure e tenebrose presenze che è Marghera, luogo in cui è nata ed ha vissuto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza.
E’ una lunga storia d’amore, tormentata e conflittuale, come solo le storie d’amore autentiche sanno essere.
Attraversa tutta la sua vita e nel raccontare le sue esperienze personali e le vicende collettive, la sua visione si espande e definisce il territorio di Marghera, i suoi abitanti e le metamorfosi che hanno segnato il corso di decenni.
Marghera è descritta prima come una terra infera in cui bruciano i fuochi tossici delle industrie, luogo dove gli operai e coloro che vivono in prossimità delle fabbriche sono continuamente esposti ad esalazioni mortifere, poi  come la zona della dismissione, del degrado e dell’abbandono.
Antonella Barina con le sue poesie sa compiere una potentissima operazione magica di restituzione simbolica: è riuscita a trovare le parole per raccontare l’orrore, lì dove da sempre è stata stesa una coltre di silenzio.
La scissione schizofrenica che c’è tra Venezia, luogo deputato del turismo e archetipo dell’estetismo romantico-decadente e Marghera, area destinata all’industria e quartiere operaio, ha sempre creato una vera e propria frattura nell’immaginario della popolazione, ma grazie alla poesia, questa frattura viene ricomposta e risanata.
Addentrarsi nell’orrore di questa catabasi permette all’Autrice di acquisire una consapevolezza autentica, operando una vera e propria trasmutazione alchemica sul territorio.
Nel nome di Marghera si possono scoprire realtà dimenticate: originariamente Marghera, Malghera, Margaria era il luogo del latte, delle capre e delle pecore, antica area commerciale sulle soglie della Laguna, dove giungevano i pastori scendendo dalle Dolomiti per vendere ai veneziani prodotti caseari.
Zona di transumanza, di pastori, polo industriale, luogo di lavoro, di vita, ma anche di morte, non-città, non-paese, costruita sul modello delle città giardino inglesi, mostro sulfureo dall’anima velenosa, immagine simbolo in cui coesistono mondi contrapposti, tutte queste cose è Marghera.
L’Autrice ci racconta cinquant’anni di storia e lo fa con un esercizio di ricapitolazione profonda, ricchissimo di dettagli, tributando ai luoghi la loro memoria storica, mettendo in gioco i suoi vissuti familiari, personali, storici e politici.
Il corpo di Madre Marghera, violentato, umiliato ed offeso ripetutamente, invecchia, si trasforma ed attraverso le sue cicatrici e le ferite ancora aperte che continuano a spurgare, racconta la sua storia.
Mutano i paesaggi e mutano gli individui, perdendo ed acquistando in continuazione nuove identità.
Ma Antonella Barina non è solo un’acuta testimone dei cambiamenti che hanno segnato l’area industriale ed urbana di Marghera, si spinge ben oltre, fino a produrre una vera e propria azione teurgica. Questa operazione magica  produce un risanamento e permette di spostare il punto di vista, riconciliandosi coi demoni dei luoghi, sciogliendo i nodi dei più serrati conflitti, accogliendo ed amando quanto si combatteva e che invece si è trasformato insieme a noi.
Passaggio fondamentale di Madre Marghera è la poesia che porta il nome della raccolta:

                                                            Madre Marghera

Una lettera di licenziamento per alcune centinaia di operai/non è che il principio dello smantellamento 1992/ed è la notizia dell’inizio dell’agonia come un referto medico/ i primi esami segnalano che qualcosa non va/per il verso giusto anche se il disinvestimento/dalla manutenzione per i sindacati aveva già reso evidente/lo stato di crisi del suo metabolismo

                                                                      Capita

Spesso alle donne di trovarsi ad assistere una madre tanto combattuta/e ora malata che ti si affida come mai si è potuto affidarsi a lei/ed è allora che le donne e gli uomini crescono davvero/e smettono di essere figlie e figli e si chiedono a cosa è valso/tanto sfuggirla e le si è riconoscenti un attimo dopo per la sua/ confusa e guerresca presenza che ci ha fino ad allora/distratto dall’orrendo e vano scorrere del tempo

                                                                      Allora

È nel momento in cui si lascia la giovinezza che si guarda/ la propria madre per l’ultima volta con gli occhi di un tempo/e allora io come la vedessi per la prima volta capisco che/Marghera è la mia selva e io sto a lei come un gabbiano sta/al deposito di immondizie in cui è nato e che quell’aria quella terra/bruciata quell’acqua nera è tutta la natura che mi è stata data/e che io sono quest’aria e Marghera

                                                                   Mia madre

Questo testo si configura come un vero e proprio rito di passaggio e grazie ad esso l’Autrice finisce per ricomporre ogni frattura attraverso un’acquisizione di responsabilità e di accettazione che non è resa, bensì superamento, accoglienza, capacità di abbraccio, comprensione autentica.
Molti anni sono trascorsi e il mondo si è trasformato e noi con lui.
Non a caso il libro si chiude con una sorta di anamnesi territoriale in cui affiora l’arcaica identità di Marghera, quella pastorale.
Antonella Barina ne ha autenticamente fatto esperienza quando, come racconta, si recava a trovare i pastori che in lacerti di terra selvatica, stretta  tra le fabbriche, le case e la laguna, continuavano caparbiamente a condurre le greggi, secondo un antichissimo percorso inscritto nella loro memoria ancestrale.
Antonella, percorrendo insieme a loro questa mappa simbolica, ci riconduce ad una Marghera pre-industriale, luogo di nomadi e pastori, per rivivere un’Arcadia stravolta, ma pur sempre impregnata di profondissime valenze simboliche.
Ed è qui, tra i pastori che l’identità di Marghera ritrova il suo telos, il senso del suo divenire e delle sue metamorfosi.
Compare, evocata nelle ultime pagine del libro una Marghera-Arcadia, immersa in una mitica Età dell’oro, restituita alla sua identità più remota.
Alla fine forse dopo essere stata per un secolo la fucina di Efesto, luogo di fuochi che ininterrottamente bruciavano, Kali la Nera, potenza annientatrice con la sua collana di teschi sanguinanti, tornerà ad essere la Madre che non si può fare a meno d’amare, nonostante il dolore e i conflitti che ci ha provocato, come dice la poesia conclusiva.

Amarti, Marghera
Amarti
è la mia prova

Libro bellissimo ed intenso, questo di Antonella Barina in cui la poesia tocca i vertici più alti di un simbolismo visionario, denunciando al tempo stesso le dissonanze, il dolore e la morte che hanno caratterizzato un territorio devastato dalla logica del profitto e dello sfruttamento.

Lucia Guidorizzi

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Antonella Barina , Madre Marghera. Poesie 1967-2017-  Helvetia Editrice 2018

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